
Mons. Satriano ad Assisi: "Il Mediterraneo è il mare del dialogo"
di Giuseppe Satriano
Un cordiale saluto a tutte, a tutti e un vivo ringraziamento agli organizzatori per l’invito che mi onora.
Con molta semplicità vorrei introdurmi partendo da uno sguardo alle nuove generazioni che oggi nascono sulle rive del Mediterraneo.
Quale mare troveranno, crescendo? Potranno attraversarlo per studiare, incontrarsi, scegliere dove vivere? Oppure erediteranno le nostre paure, insieme alle frontiere che abbiamo reso sempre più difficili da attraversare? Queste generazioni, che si affacciano alla vita, ci chiedono di preparare un futuro nel quale ci sia posto anche per loro. Il titolo del nostro incontro, “Mediterraneo, mare del dialogo”, contiene allora una promessa. Pronunciarla significa assumersi la responsabilità di renderla credibile.
Vengo da Bari, dove questa responsabilità ha il volto di san Nicola. Un vescovo venuto dall’Oriente, attorno al quale cristiani ancora divisi continuano a ritrovarsi. La sua presenza ci invita a guardare oltre ciò che abbiamo già raggiunto. Finché la piena comunione resta un desiderio ferito, Bari ha un cammino da compiere. Finché qualcuno attraversa il mare senza trovare accoglienza, la nostra città ha una porta da aprire.
Ad Assisi vorrei condividere una convinzione: le città del Mediterraneo possono cominciare a preparare la pace anche mentre i popoli sono feriti dalla guerra. Possono custodire rapporti che la violenza vorrebbe spezzare, educare persone capaci di riconciliazione, dare spazio all’incontro quando tutto invita a separarsi. Per Bari immagino questo futuro: diventare una città nella quale le sponde imparino a sentirsi responsabili le une delle altre.
Papa Francesco, convocando a Bari i capi delle Chiese del Medio Oriente nel 2018 e incontrando i vescovi del Mediterraneo nel 2020, ha tracciato questa rotta. Ci ha insegnato a radunarci attorno alle ferite, a lasciare che il grido di un popolo diventi voce e parola nella preghiera e nella coscienza degli altri. La memoria di quei giorni risuona oggi come appello a continuare a con-vocarci, anche quando l’incontro costa fatica e sembra non produrre risultati.
Il 23 gennaio di quest’anno, nella nostra Cattedrale, le Chiese cristiane in Italia hanno firmato un Patto. Nero su bianco abbiamo sottoscritto un impegno che considero decisivo per il futuro: restare nel dialogo «anche quando le posizioni divergono». Quanto abbiamo bisogno di questa fedeltà! Viviamo in un tempo nel quale basta dissentire per diventare nemici. Le Chiese possono testimoniare che una relazione attraversa il conflitto quando qualcuno accetta di custodire il volto dell’altro prima delle proprie ragioni. Il Patto chiede anche alle comunità un programma annuale di lavoro. Vorrei che a Bari questa consegna diventi una domanda rivolta insieme alla nostra terra: quale sofferenza possiamo alleviare? Quale ingiustizia possiamo affrontare? La preghiera comune potrà così sostenere un servizio condiviso, nel quale imparare a fidarci gli uni degli altri.
Il cammino ecumenico ci educa anche alla responsabilità verso chi appartiene ad altre confessioni cristiane e religioni. Se domandiamo libertà per la nostra fede, dobbiamo averla a cuore per ogni persona. Se chiediamo rispetto per i nostri luoghi santi, dobbiamo sentire come una ferita la profanazione di quelli altrui. Vorrei che dal nostro incontro maturi questa disponibilità: prendere la parola quando è colpita la dignità dell’altro, anche quando farlo ci espone all’incomprensione dentro le nostre comunità.
Occorre un disarmo che cominci da noi. Dalle parole con cui raccontiamo i popoli, dall’educazione che offriamo ai ragazzi, dalle sofferenze alle quali concediamo ascolto. Quando una madre piange un figlio, la sua appartenenza non può stabilire la misura della nostra compassione. Come insegna la Scrittura, il Dio che invochiamo non fa differenza di persone (cf. At 10,34) e raccoglie tutte le lacrime in un solo otre (cf. Sal 56,8).
Vorrei allora proporre agli amici di questo panel di immaginare insieme una rete di città nelle quali il dialogo abbia una casa e una continuità. Bari potrebbe offrire uno di questi luoghi, mettendo in relazione le comunità religiose con università, scuole, istituzioni e associazioni. Ogni città potrebbe accompagnare una comunità di un’altra sponda: conoscerne i bisogni, sostenere un progetto educativo, mantenere il contatto nei momenti di crisi. Un legame riconoscibile, del quale qualcuno si prenda cura nel tempo.
In tal senso, il dialogo ecumenico non si limiterebbe soltanto a trovare delle convergenze dottrinali, ma a costruire convergenze pastorali a partire dalle sfide comuni dei nostri contesti sociali e culturali. Dovremmo sempre chiederci: cosa possiamo fare insieme come cristiani al servizio delle nostre Chiese e dei nostri territori?
A Bari, accogliendo i giovani della Bel Espoir Med25, la nave della speranza, abbiamo visto che la fraternità può essere imparata vivendo insieme. Su una barca la presenza dell’altro entra nella tua giornata, nelle tue fatiche, nella possibilità stessa di proseguire il viaggio. Vorrei che quella esperienza trovasse continuità anche a terra.
Immagino un “Erasmus del Mediterraneo per la pace”, da costruire con le realtà che già operano sulle diverse rive. Giovani cristiani, musulmani, ebrei, di altre tradizioni e senza appartenenza religiosa potrebbero condividere periodi di studio, servizio ai poveri e vita quotidiana. Al ritorno, ciascuno porterebbe nella propria comunità amicizie capaci di mettere in discussione molti pregiudizi.
Perché questa possibilità sia giusta, dovremmo aver cura soprattutto di chi incontra più ostacoli nel partire: chi ha meno risorse, chi vive in territori feriti, chi fatica a ottenere i documenti. Una scuola di pace comincia anche dall’impegno a rendere possibile la presenza di chi rischia di restarne escluso.
Ad Assisi impariamo da Francesco che si può andare incontro all’altro affidandosi a Dio e rinunciando a dominarlo. Questa libertà evangelica può aprire strade che la paura non riesce nemmeno a immaginare.
J.R.R. Tolkien, nel suo romanzo “Il Signore degli anelli” mette sulle labbra di Gandalf una frase semplice e radicale: «Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare con il tempo che ci è dato».
Non scegliamo il tempo nel quale vivere, e non abbiamo scelto le guerre che insanguinano le nostre sponde, il riarmo, le migrazioni disperate, le paure che attraversano i popoli, il ritorno di parole che credevamo consegnate al passato, ma possiamo decidere che cosa fare dentro questo tempo. E questa è la nostra responsabilità. Perché, come ricorda Sant’Agostino, “siamo noi i tempi: come siamo noi, così sono i tempi” (cf. Discorsi, 80,8).
Una pace disarmante nasce da qui, e forse il Mediterraneo potrebbe diventare il luogo nel quale le religioni mostrano al mondo che questo è possibile, non cancellando le differenze, poiché sarebbe una finzione. E nemmeno cercando un minimo comune denominatore religioso che, alla fine, non apparterrebbe più a nessuno.
In questa traversata avventurosa, quasi un’odissea, continua a splendere come un faro il Concilio Vaticano II. Perdonate la citazione, ma anche guardando alla Rivelazione cristiana, nella sua dinamica dialogale, troviamo, come afferma la Costituzione dogmatica sulla Rivelazione Dei Verbum, al n. 2, che Dio «nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici» per «invitarli e ammetterli alla comunione con sé». Il dialogo appartiene dunque al modo stesso in cui Dio si rivela.
La fede cristiana, maturata nel Mediterraneo[1], riconosce in Dio una comunione trinitaria: un solo Dio, tre Persone distinte, inseparabili nella vita e nell’agire. Ciascuna si comprende nella relazione con le altre.
Da questa fede nasce un modo di guardare la realtà attraverso i legami che la costituiscono. Lo spazio “tra” le persone, l’entre-deux, può diventare luogo della rivelazione di Dio[2]. Riconoscere e accogliere l’altro è allora necessario per conoscere sé stessi, Dio e il prossimo. Anche l’azione pensata e compiuta insieme può diventare “luogo di Dio”: nel nostro dialogo prende forma una risposta al suo desiderio di comunione.
Il Patriarca Bartolomeo lo ha detto con grande chiarezza: l’incontro vero non avviene quando le nostre teologie coincidono, ma quando le nostre comunità condividono il pane con chi ha fame, curano chi soffre, difendono chi subisce ingiustizia. Solo così il dialogo smette di essere una parola e diventa carne.
Mohammad Sammak conosce bene che cosa significhi questo in Libano. Margaret Karram lo porta nella sua storia di cristiana araba di Terra Santa.
Forse una delle responsabilità delle religioni, in questo tempo, è proprio questa: creare luoghi nei quali l’altro abbia finalmente un volto. È molto più difficile odiare qualcuno dopo averne ascoltato la storia.
Possiamo limitarci a raccontare quanto il Mediterraneo sia diventato difficile. Possiamo continuare a denunciare ciò che non funziona. Oppure possiamo assumerci il rischio di iniziare qualcosa che ancora non c’è. «Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare con il tempo che ci è dato».
Assisi, 26 ottobre 2026
[1] Cf. AGOSTINO D’IPPONA, De Trinitate, XII: la persona come «apertura all’essere» 18; TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiæ, Ia, q. 29, a. 4 e Ia, q. 40, a. 1: la persona come «relazione sussistente».
[2] Antonio LATTANZIO, Le fedi religiose al tempo della complessità. Per una teologia dell’entre-deux, Corato (Ba), SECOP, coll. “RiAnima” 6, 2026, pp. 10-11.
