
«Nella Sua volontà la nostra pace» (Mc 14,32-42)
Introduzione
Nel Cantico del Paradiso, Piccarda Donati, rispondendo a Dante che le chiede se non desideri una sede più alta – visto che si trova nel grado più basso di beatitudine – trova parole che non hanno più bisogno di commento: “E ‘n la sua volontade è nostra pace” (Par. III,85).
Non è la pace di chi ha evitato la prova, ma di chi ha trovato dimora dentro una volontà più grande della propria. Non una resa passiva, ma un’adesione che ricompone interiormente, perché riconsegna la vita a un senso più grande.
Il Getsemani, nel Vangelo di Marco (Mc 14,32-42), è il luogo in cui questa parola prende carne. Gesù non entra nella pace evitando l’angoscia, ma attraversandola.
Ci sono pagine del Vangelo che non si comprendono davvero se non lasciandosi attraversare dal loro silenzio. Il Getsemani è una di queste.
Gesù non entra in quella notte da solo, porta con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, gli stessi della Trasfigurazione. Avevano visto la luce, ma non avevano saputo sostenerla. Ora, davanti al buio, accade lo stesso, la scena è rovesciata, le parole si spengono, gli occhi si fanno pesanti, i tre prescelti non sanno stare dentro ciò che li supera. C’è Pietro, con la sua promessa sicura: “Anche se tutti si scandalizzeranno, io no”. Ci sono Giacomo e Giovanni, pronti a bere il calice. Ma quando l’ora arriva davvero, dormono. Non per cattiva volontà, ma perché tra ciò che pensiamo di poter portare e ciò che davvero reggiamo c’è sempre una distanza. Gesù lo sa e per questo chiama Pietro “Simone”: non la roccia che vorrebbe essere, ma l’uomo fragile che è. Quel sonno viene da lontano. Non è solo stanchezza. È una forma di difesa. È nato lungo la strada, ogni volta che i discepoli non capivano e avevano paura di chiedere. Così, passo dopo passo, quella paura è diventata silenzio e ora si tramuta in sonno, in una fuga silenziosa che abbassa gli occhi su ciò che non si riesce a sostenere.
E Gesù cosa fa? … Lui resta, torna da loro, ancora. Perché anche nella fragilità che si addormenta, Dio non smette di cercare. Dal testo ci accorgiamo che non c’è durezza nello sguardo di Marco ma compassione, una verità detta con delicatezza e mentre i discepoli si sottraggono, Gesù rimane dentro la notte, non li lascia, torna da loro, più volte, li cerca, li sollecita.
- «La mia anima è triste fino alla morte» (Mc 14,34).
Marco non spiega, non attenua e non affretta. Lascia queste parole lì, nude, pesanti. Prima lo spavento, «cominciò a sentire paura e angoscia» (Mc 14,33): parole che portano dentro un tremore fisico, qualcosa che attraversa il corpo prima ancora che la mente riesca a comprenderlo. Poi quella confessione: una tristezza che arriva fino al limite estremo.
Sono parole che portano dentro l’eco del Salmo 42: «Perché ti rattristi, anima mia… Spera in Dio, lui, salvezza del mio volto e mio Dio» (Sal 42,6). Ma mentre nel salmo la fede riesce a rialzarsi quasi subito, nel Getsemani, invece, la parola deve attraversare tutta la notte.
Non c’è risposta immediata, non c’è consolazione che arrivi in anticipo. Marco non interviene, non addolcisce, lascia che quella tristezza rimanga esposta, perché nulla di ciò che Gesù vive vada perduto. Forse, è proprio questo il punto: quella tristezza non va risolta in fretta. Non va coperta con parole buone prima del tempo, ma va attraversata, perché è una tristezza che conosciamo anche noi.
Quella descritta dall’Evangelista non è un a tristezza superficiale, che passa con il riposo, che svanisce come un disagio passeggero.
No! Quella del Getsemani è più profonda, è quella tristezza che accompagna i giorni e a volte i mesi.
È la tristezza di chi ha pregato a lungo senza sentire risposta. Di chi ha servito con fedeltà senza vedere frutti. Di chi si è consumato per gli altri e, a un certo punto, non sa più bene perché. Questa tristezza il Vangelo non la giudica, non la riduce, la lascia sulle labbra di Gesù, lasciandoci intendere che è parte del cammino e di quella notte che anche il Figlio ha attraversato, non è segno di una fede debole.
2. «Gesù cadde a terra e pregava» (Mc 14,35)
Marco non addolcisce neppure questo. Non parla di un inginocchiarsi composto, come farà Luca, dice semplicemente: cadde a terra.
Un corpo che cede. Un peso che non si regge più. Ciò che sta per accadere è troppo grande, troppo pesante, insostenibile anche per Gesù. E proprio da lì, da questa postura spezzata che sale la parola più intima di tutto il Vangelo: “Abbà”. Marco la conserva nella lingua originaria, come se nessuna traduzione fosse sufficiente.
Non è la preghiera del tempio, non è il linguaggio sacrale della liturgia. Abbà è la parola filiale immediata, quella che Paolo cita come il grido che lo Spirito pone nel cuore dei figli adottivi: “Voi avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà! Padre!” (Rm 8,15; cf. Gal 4,6).
È una parola così carica della voce di Gesù che si è sentito il bisogno di conservarla in aramaico anche scrivendo in greco: segno che nessuna traduzione riusciva a restituirne il peso. Gesù la pronuncia mentre il Padre tace. E proprio per questo diventa decisiva. In effetti la parola più intima non nasce nella consolazione, ma nel buio.
È una parola che non dipende dalla risposta. Ed è forse questo il cuore della scena: la fede più vera non è quella che evita la notte, ma quella che, dentro la notte, continua a dire: Abbà.
- Le due volontà
“Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice. Però non quello che io voglio, ma quello che vuoi tu” (Mc 14,36). Questa preghiera non si può spezzare. Va accolta tutta intera, così com’è, senza abbreviazioni. Perché Gesù, prima di dire il suo “sì”, dice davvero il suo desiderio, e lo dice senza attenuarlo: “allontana da me questo calice”. Il Getsemani è la scena in cui l’umano viene vissuto fino in fondo, con tutto il suo peso, con tutta la sua verità. Quella proferita da Gesù è una richiesta vera, insistente, ripetuta nel cuore della notte, come fa chi si fida davvero e per questo non trattiene nulla.
Il calice era risuonato poche ore prima nell’Ultima Cena, dove Gesù lo aveva dato a tutti come segno della donazione totale: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti” (Mc 14,24). Ora chiede al Padre di essere esonerato da ciò che quel calice porta con sé. Quel calice diventa ora realtà concreta, peso da portare, strada da attraversare. E davanti a questo, Gesù non si sottrae alla verità del suo sentire: chiede di esserne liberato. Marco annota che Gesù torna a pregare tre volte con le stesse parole. È la preghiera di chi resta, di chi non smette, di chi continua a bussare anche quando il silenzio sembra rispondere al posto di Dio. Non c’è contraddizione in questo. C’è una verità più profonda di qualsiasi obbedienza facile. In questo quadro tremendo e suggestivo, ritroviamo l’uomo senza sconti e senza maschere: la nuda umanità.
La volontà del Figlio non è un’ombra, non è un passaggio formale, è reale, attraversata da un desiderio che non viene negato, da una paura che non viene nascosta.
Per questo la Lettera agli Ebrei dirà che egli “imparò da ciò che patì” (Eb 5,8), proprio perché l’obbedienza non è un punto già posseduto, bensì un cammino che si apre dentro la prova, che prende forma nel tempo, che si lascia plasmare dalla notte.
E nella notte il “però” arriva. Ma arriva dopo: dopo la richiesta; dopo l’insistenza; dopo il silenzio. “Però non quello che io voglio, ma quello che vuoi tu”.
Non siamo dinanzi a una resa improvvisa. È un passaggio lento, interiore, quasi impercettibile, ma deciso. Non si tratta di cancellare il proprio desiderio, ma di consegnarlo, imparando dove posare la propria volontà. È come se, dentro quella notte, l’“io” trovasse finalmente il coraggio di aprirsi al “tu”, senza scomparire, senza dissolversi, ma lasciandosi abitare.
Il «tu» del Padre diviene l’ultima parola. Non la cancellazione del desiderio, ma la volontà umana che trova il suo orientamento vero, che non smette di essere sé stessa ma scopre dove posarsi. E questo riguarda profondamente anche noi.
Ci sono momenti in cui anche la nostra preghiera somiglia a quella di Gesù. Quando chiediamo che qualcosa passi. Quando insistiamo. Quando non capiamo. Quando il silenzio di Dio non si lascia subito interpretare. E lì, proprio lì, siamo tentati di abbreviare il cammino, di arrivare troppo in fretta al “sia fatta la tua volontà”, magari per mettere ordine, per proteggerci, per non restare esposti.
Il Vangelo ci insegna a rimanere dentro la domanda, a non censurare il desiderio, a non spiritualizzare la fatica. A restare. Finché, lentamente, può nascere anche in noi quel “però”. Un “però” che non elimina la notte, ma la attraversa. Ed è lì, in quel passaggio così fragile e così vero, che la volontà non si perde, ma trova pace.
- Vegliare, attraversare, andare.
Più volte Gesù torna dai suoi discepoli e li trova addormentati. Essi non sono solo stanchi, ma vivono la fatica di stare dentro ciò che li supera, la tentazione di sottrarsi a una realtà troppo grande da portare.
Le parole di Gesù: “Vegliate e pregate per non entrare in tentazione”, risuonano, allora, non come un rimprovero, ma come una consegna.
Vegliare non è semplicemente restare svegli ma rimanere presenti, non fuggire, non abbassare lo sguardo davanti a ciò che inquieta.
E pregare non è cercare subito una risposta, ma restare in relazione, anche quando il Padre tace, perché ci sono momenti – e ciascuno li conosce – in cui tutto vacilla, in cui la fedeltà non è più sostenuta dall’evidenza, e lo spirito, pur pronto, si scopre abitato da una carne fragile.
“Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. È una parola vera, detta con compassione. È la descrizione dell’uomo nella sua unità, capace di desiderare il bene, di scegliere, di dire “sì”, e nello stesso tempo esposto alla fatica, al limite, alla paura.
Spirito e carne non si alternano: convivono, nello stesso cuore, nello stesso momento. E se Gesù parla così è perché lui stesso ha attraversato questa tensione. Non dall’alto, ma dal di dentro. La sua preghiera nel Getsemani è la preghiera di chi attraversa la prova fino in fondo, come ricorda la Lettera agli Ebrei, egli ha pregato “nei giorni della sua vita terrena (= lett. nei giorni della sua carne)”, con grida e lacrime, non al riparo dalla fragilità, ma dentro di essa. Ed è proprio dentro questa notte che accade qualcosa.
Quando Gesù dice: “È venuta l’ora”, non sta semplicemente constatando un fatto. Sta riconoscendo che ciò che aveva chiesto di allontanare ora gli è restituito. L’ora non è passata. Il calice non è stato tolto. La preghiera non ha cambiato gli eventi, ma ha trasformato il cuore che li affronta. La risposta del Padre non è stata l’esenzione, ma il compimento. E allora Gesù può dire: “Alzatevi, andiamo”, una parola decisiva, quella di chi ha trovato una direzione. Gesù non attende che gli eventi lo travolgano: va loro incontro e, mentre viene consegnato, è lui a fare il primo passo.
Ma ciò che sorprende è che non dice “vado”, bensì “andiamo”. Lo dice a quegli stessi discepoli che non hanno saputo vegliare, che hanno dormito, che tra poco fuggiranno. Non li esclude, non li congeda, ma li porta con sé, ancora, nella loro fragilità. C’è una fedeltà di Dio che non si interrompe davanti alla debolezza dell’uomo.
E così, nella notte del Getsemani, mentre nulla sembra cambiare all’esterno – il calice resta, il traditore si avvicina, i discepoli vacillano – qualcosa accade nel cuore del Figlio. La sua volontà ha attraversato tutta la notte: ha chiesto, ha insistito, ha incontrato il silenzio. E ne è uscita orientata. Verso il Padre. Verso ciò che il Padre vuole: questo orientamento è la pace. Una pace che nasce come luce dentro la notte, non una consolazione che precede la prova, ma una direzione che la matura attraversandola.
La notte del Getsemani è la notte di Gesù: non quella simbolica, ma quella reale, in cui tutto si spoglia. Cadono le sicurezze, si allontanano i discepoli, resta solo il peso del cuore: “La mia anima è triste fino alla morte”. È la notte in cui anche il Figlio non trattiene nulla e si consegna.
È la stessa notte che ci ritroviamo ad abitare noi presbiteri nei giorni del nostro ministero, quando il servizio non consola, quando la parola non raggiunge, quando la solitudine si fa più vera delle relazioni, quando il desiderio — anche quello del corpo — chiede di essere riconosciuto.
Come Gesù, anche noi attraversiamo una notte in cui non possiamo nasconderci dietro il ruolo. Ciascuno di noi resta uomo e rimane con una domanda sola: che cosa desidero davvero? Nel Getsemani Gesù non nega il suo desiderio di vivere, ma lo affida: “Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi Tu”.
Qui sta il passaggio. Non vincere la notte, ma consegnarla. Anche per il presbitero la pace non nasce quando tutto si chiarisce, ma quando, dentro la notte, impara a dire Tu, Abbà. Un Tu che non elimina la fatica, ma la abita; un Tu che non spegne il desiderio, ma lo riconduce alla sua verità. E allora la notte cambia: non scompare e diventa luogo di relazione. Torniamo a essere figli e nell’amore del Padre ritroviamo la capacità di rialzarci.
Ciascuno di noi conosce il proprio Getsemani. Non sempre nella forma drammatica del Vangelo, ma spesso nella quotidianità di un peso che rimane, di una preghiera che sembra non trovare risposta, di un “Abbà” pronunciato nel buio.
Il rischio che spesso corriamo è quello di voler abbreviare la notte, smettere troppo presto di chiedere, oppure non arrivare mai a consegnare sé stessi.
Il Vangelo ci insegna un altro cammino: restare, insistere, attraversare. Portare fino in fondo la propria volontà, senza censurarla. E poi … solo poi, lasciarla orientare.
Quando la volontà ha smesso di resistere e ha imparato, nel cuore della notte, a consegnarsi senza trattenere nulla, allora accade qualcosa di inatteso: non scompare la prova, ma si trasfigura il cuore.
L’obbedienza, che è la capacità di ascoltare nel profondo, non si dichiara prima della prova, ma si impara dentro di essa. Ed è qui che l’intuizione di Agostino d'Ippona diventa carne, vita: “In bona voluntate pax nobis est” (Confessioni, XIII, 9,10). Egli fa riferimento a una pace non cercata prima, né costruita con le proprie forze, ma riconosciuta dopo, come un dono che nasce da una volontà finalmente accordata. Per Agostino, la pace non è uno stato esteriore né un’emozione passeggera. È una condizione interiore che nasce quando la volontà umana trova il suo ordine, il suo orientamento. Allora si comprende: la pace non è l’assenza della notte, ma la luce discreta che si accende quando, dentro la notte, la volontà ha imparato a dire sì.
È qui che si consuma la nostra conformazione a Cristo e la nostra vita fiorisce.
† Giuseppe Satriano
Arcivescovo di Bari-Bitonto
