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Ai giovani servono misure alte. Per indicare la strada verso la felicità

Torniamo «a proporre ai figli la misura alta e trascendente della vita, intesa come vocazione». Vocazione al matrimonio come al sacerdozio; "vocazione", comunque, a significare che la vita è risposta a una chiamata, è adesione a un disegno non nostro».

Educare, cos’è? È suscitare la passione dell’io per ciò che lo circonda: per l’altro, dunque, per il "tu"; per gli uomini, per Dio – dice il Papa. Educare, è un coltivare il desiderio che ci spinge verso il reale. È, in fondo, un contagio di passione per l’uomo. Quella passione, dice il Papa, che dobbiamo risvegliare fra noi.

Nell’Aula del Sinodo Benedetto XVI parla ai vescovi italiani in assemblea generale. Due anni sono passati da quando denunciò la profondità della "emergenza educativa". Oggi la Cei mette al centro della pastorale della Chiesa italiana dei prossimi dieci anni l’educazione. (Come chi, davanti a una casa che sembra instabile, decida di mettere mano alle fondamenta; a ciò che sta sotto, a ciò che viene prima).

E simmetricamente Benedetto, in un discorso che è lezione magistrale e augurio, va alle radici di quella difficoltà opaca, che però chi ha dei figli conosce. Quella strana resistenza a trasmettere ciò che abbiamo di buono, e prima di tutto il senso del vivere; come se qualcosa confusamente ci remasse contro, come se l’anello fra generazioni fosse incrinato. Che cosa è stato, a infrangere una trasmissione, di padre in figlio, antica, così che i padri balbettano, e i figli sembrano spesso incapaci di continuarne la storia? Per Benedetto XVI – ma ci verrebbe da dire per il professor Ratzinger, tale è la lucidità dell’analisi pure in poche righe – le radici di questo male oscuro sono due. Primo, «una falsa idea di autonomia dell’uomo», come di un «io completo in se stesso»; secondo, «la esclusione delle due fonti che da sempre orientano il cammino umano»: natura e Rivelazione. Se la natura non è più creazione di Dio, e la Rivelazione è soltanto figura di un remoto passato, vacillano gli architravi su cui poggia l’Occidente. E non c’è da stupirsi se, in questo humus ereditato, i figli disorientati cercano, senza trovarli, una direzione, e degli argini, come un fiume smarritosi sulla strada del mare.

Ma qui il professor Ratzinger passa la mano al padre: e sollecita a ritrovare la passione dell’educare. A liberare l’io dalla gabbia della fasulla autonomia in cui la modernità l’ha chiuso, e a spingerlo di nuovo al suo destino. Che è altro da sé: è la faccia, per prima, della madre, e poi i mille volti dell’altro, e quel Dio che sta dietro quei volti, e domanda di essere liberamente riconosciuto. E no, «non è una didattica, o una tecnica», educare: è abitare famiglie, scuole, parrocchie dove si incontrino facce credibili nell’annunciare che c’è un destino per ognuno, ed è buono.

Poi, la lezione di Benedetto si fa ancora più audace. Torniamo, dice, «a proporre ai figli la misura alta e trascendente della vita, intesa come vocazione». Vocazione al matrimonio come al sacerdozio; "vocazione", comunque, a significare che la vita è risposta a una chiamata, è adesione a un disegno non nostro. E certo, questa è l’antica visione della Chiesa; ma provate, oggi, in un crocchio di ragazzi fuori da una scuola, ad affermare che la vita non è «autorealizzazione» ma vocazione, adesione al disegno di Dio su ciascuno. Tanti vi guarderebbero come dei poveri folli; perché, cresciuti nella idea dell’uomo «come un io completo in se stesso», sono magari generosi, entusiasti, altruisti; e però in un espandersi, comunque, di un io che si concepisce come origine e orizzonte di ogni gesto. Poche cose sono lontane da noi, gente del terzo millennio, come la parola "vocazione"; come l’idea che la felicità possa essere nell’adesione ai piani di un Altro.

Eppure, non è forse proprio questo il nodo più profondo della opaca fatica di educare? Siamo "nostri", o apparteniamo a un Padre? Siamo monadi proprietarie di sé, o figli, e fratelli, chiamati insieme a un destino? La sfida accolta dalla Chiesa italiana nel mettere davanti a tutto, per dieci anni, l’educazione, è grande. A questa Chiesa il Papa indica un orizzonte radicale. Educare cristianamente è testimoniare ai figli, nella dittatura dell’io, nel trionfo orgoglioso dell’umana scienza e potenza: bambino, tu sei di Dio, e quella felicità che fin dai primi passi insegui e cerchi – come a tentoni, ostinatamente – abita, davvero, solo in Lui.

Marina Corradi

© Avvenire, 28 maggio 2010

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