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Appartenevano a un Altro. E parlano a tutti

"Uomini di Dio". Un film umanissimo – che fin dalla sua presentazione a Cannes ha conosciuto un grande successo di critica e che in poche settimane di programmazione in Francia ha attirato milioni e milioni di spettatori – ha riacceso le luci sui monaci di Tibhirine in Algeria, toccando corde che a volte la predicazione e la testimonianza dei cristiani fatica a raggiungere e stimolare.

Il regista di "Uomini di Dio", in uscita nelle sale italiane venerdì 22, ha saputo sapientemente restituire la dimensione umana di quella comunità monastica, centrata sull’essenziale della preghiera comune dei salmi, sul lavoro quotidiano, sui rapporti fraterni in comunità e con i vicini musulmani. È una vicenda che parla di vita e non di morte, di pienezza di vissuto proprio nell’assunzione dell’eventualità di una morte violenta.

Nel pacato e intenso scorrere delle immagini e dei dialoghi, riemerge con forza l’impressione suscitata dai loro scritti (raccolti nel volume "Più forti dell’odio" appena riedito da Qiqajon): siamo di fronte a persone diversissime che giungono a poco a poco – sottomettendosi gli uni agli altri e assumendo la tragica situazione così come si va delineando – fino a un "sentire comune" che pure si manifesta con accenti propri a ciascuno. Non è allora un caso se al profilarsi dell’ad-Dio questi monaci paiono affrettarsi a ritrovarsi insieme all’Atlas: uno vi arriva dal Marocco, pochi giorni prima, per partecipare al voto per il rinnovo della carica di priore, l’altro rientra veloce dalla Francia, arriva il pomeriggio precedente il rapimento, non ha neanche il tempo di disfare le valigie per estrarne vanghe e piantine per abbellire Tibhirine, il giardino.

E proprio la vita comune ha affinato il loro sguardo, li ha portati all’autentica contemplazione cristiana: vedere gli uomini – ogni uomo, anche il nemico – e le cose – tutte le cose, anche la morte violenta – con gli occhi di Dio. È nella vita comune autentica che si affina la sensibilità spirituale, che diventa possibile il dono del discernimento, quell’abbagliante luce evangelica che emana dal testamento di Christian: una luce che gli consente di discernere nel volto dell’«amico dell’ultimo minuto» il profilo di un ad-Dio. Non una fine ma un compimento: «Potrò immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo».

Davvero, come ha scritto frère Christian a proposito di un fratello e una sorella vittime di un agguato mortale, «quelli che hanno rivendicato il loro assassinio non potevano appropriarsi della loro morte. Apparteneva a un Altro, come tutto il resto, e da molto tempo». È il caso serio del cristianesimo, quello che il film "Uomini di Dio" porta alla ribalta, è il nocciolo duro della fede cristiana: la croce! Con il martirio un cristianesimo che a tanti sembra incapace di comunicare agli uomini d’oggi ritrova improvvisamente la capacità di suscitare domande e di inquietare le coscienze. In effetti, come annotava alla fine del I secolo Ignazio di Antiochia mentre era condotto al martirio a Roma, è nelle situazioni in cui il cristianesimo è odiato e avversato che emerge con forza che esso «non è opera di persuasione, ma di grandezza».

Sì, grazie a uomini di Dio come i monaci di Tibhirine è possibile a ogni vivente sulla terra credere che l’amore è più forte dell’odio, che la vita è più forte della morte, perché solo chi ha una ragione per morire può anche avere una ragione per vivere.

© Avvenire, 20 ottobre 2010
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