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Cercando la fede. Roma, quel lievito che trasforma le famiglie in comunità

11 famiglie che vivono insieme nella campagna a Nord di Roma. Un'esperienza nata da realtà ecclesiali negli anni Ottanta accogliendo i ragazzi affidati ai servizi sociali

«Siamo come il lievito». A conclusione del nostro colloquio, Marco Tarantini e Chiara Marchetti descrivono così la singolare e più che trentennale realtà comunitaria di cui sono fra i fondatori. Singolare perché è costituita da famiglie; perché non ha un nome e potrebbe non averlo mai; perché non ha una regola o uno statuto a cui riferirsi; perché è un cantiere in continua evoluzione, fatto di nessuna teoria ma soltanto di pratica; singolare perché si regge sul costante affidamento a quella che Marco e Chiara chiamano «la nostra vocazione alla vita comunitaria», una sorta «di obbligo al confronto che è diventato uno stile di vita».

Quel «siamo come il lievito» pronunciato con semplicità in un incontro a più voci e a più volti, intorno al tavolo delle cene comuni, ne è forse la fotografia più fedele. Il lievito che per sua natura non ha forma, ma dà forma, che se viene lavorato non cessa mai di edificare. Quel lievito che riunisce sempre nuove persone intorno alla mensa perché possiede una forza attrattiva che è caratteristica, la più autentica, della comunità cristiana. Insieme a Marco e Chiara c’è anche Cecilia, la prima delle tre figlie di Chiara. Rappresentano i loro due nuclei familiari e la comunità di famiglie che stanno contribuendo a edificare. Vivono in un casale nel Parco di Veio, alle porte di Roma. Quattro famiglie in totale condivisione, più tre famiglie in appartamenti separati nella stessa struttura e altre quattro in case limitrofe, in una proprietà di una ventina di ettari. Tutte, a vario grado, condividono lo stesso ideale comunitario a cominciare dall’accoglienza dei figli, che sono 33 e dalla regola non scritta delle porte aperte: quelle che conducono nelle case, negli appartamenti, nei giardini, ma anche nei cuori di ciascuno.

Come è nata l’idea?

Chiara Era il 1985. Eravamo giovani studenti e obiettori di coscienza in servizio civile. Venivamo da realtà parrocchiali romane. Avevamo il desiderio di vivere insieme, a servizio della comunità. Chiedemmo consiglio all’allora direttore della Caritas di Roma, monsignor Luigi Di Liegro, e lui ci indicò l’urgenza di lavorare all’accoglienza dei ragazzi affidati ai servizi sociali. Era da poco nata la legge sull’affido e si cominciava a parlare di “case famiglia”. Nella zona di Ponte Marconi il costruttore Gaetano Anzalone ci mise a disposizione in comodato gratuito un’abitazione. Lì è sorta la nostra casa famiglia in cui la vita comunitaria si integrava con l’accoglienza. In nove anni abbiamo accolto dieci ragazzi con molti dei quali sia- mo rimasti in contatto.

Non si parlava ancora di fare una comunità di famiglie.

Marco. Sono stati dieci anni intensi. I ragazzi ci hanno messo alla prova, facendoci maturare una grande profondità di vita. Intanto nel nostro gruppo nascevano le coppie, le famiglie, i figli. Al contempo il desiderio di vivere insieme era sempre più forte perché ci rendevamo conto che la vita in comune ha enormi potenzialità di ricchezza umana. Ma non era quello né il modo né il luogo per costruire una comunità di famiglie.

Come avete trovato questa casa? Chiara. Ne abbiamo viste decine. Nel 1994 siamo arrivati qui. Era interamente da ristrutturare. Sono serviti quasi due anni. Nel frattempo altre famiglie si sono aggregate: è stata una ristrutturazione comunitaria. Marco. Il processo decisionale che si è realizzato in quei mesi è stato interessante e difficile: lì abbiamo posto le basi del nostro vivere insieme.

Le vostre famiglie hanno mai sofferto il vivere in comunità?

Chiara. I nostri genitori erano preoccupati. Ci dicevano che per i figli sarebbe stato diseducativo. In realtà non abbiamo mai avuto questo problema. Anche perché le diverse linee educative nelle famiglie sono sempre state rispettate.

Vivere insieme ha aiutato a fare i genitori?

Marco. Ha migliorato il nostro essere padri e madri. Certo bisognava mettersi d’accordo su tante cose. A volte era difficile anche scegliere il film da far vedere ai figli tutti insieme.

Chiara. Quando è nata Cecilia e questa casa non era ancora pronta, con mio marito vivevamo in un appartamento e sentivo la solitudine. Quando sono nate le altre due in comunità è stato bellissimo. Ti senti sostenuto, sempre. E se ci sono difficoltà all’interno della singola famiglia si affrontano chiudendo la porta, “litigando piano”.

La comunità aiuta?

Marco. Obbliga ad affrontare i problemi e dargli una soluzione. I figli possono confrontarsi con altri adulti che gli vogliono bene. Tu genitore hai a che fare con figli diversi dai tuoi. Se da una parte può essere un problema, dall’altra relativizza, ridimensiona le problematiche. Chiara. Fra madri abbiamo avuto anche forti conflittualità sui figli. Ma il parlarsi sempre, il dirsi le cose tenendo presente la necessità di non rompere gli equilibri ci ha aiutato a superare le divergenze. Io lo chiamo “litigare tenendosi per mano”.

Avevate dei riferimenti?

Marco. Adesso facciamo parte della rete di “condomini solidali” Mcf (Mondo comunità e famiglia), ma ci siamo sempre confrontati con Antonio Thellung, fondatore della Comunità del mattino. Loro avevano una regola e sostenevano la necessità di comunicare su ogni cosa fra le famiglie della comunità. Il nostro modo di vivere ha superato nei fatti questa logica. Abbiamo capito che non è sempre così necessario confrontarsi su tutto. Noi siamo libri aperti gli uni per gli altri. Non nascondiamo niente, ci confrontiamo, ma abbiamo conservato il senso della privacy familiare.

Cosa ne pensa la gente?

Cecilia. Mi chiedono come fa a funzionare una cosa così, ma ne sono attratti. Anche i miei amici scout sono affascinati da una realtà che davvero mette in pratica la vita comunitaria. Chiara. Tanti mi dicono: non vado d’accordo con mio marito come posso vivere con altre famiglie, poi ti confessano che si sono persi una gran cosa.

Marco. È perché la gente si sente sola. Le famiglie sono isolate. Non c’è accoglienza. Qui invece non si è mai soli. Senti il calore della relazione.

A vedere le foto alle pareti di incontri e feste con centinaia di persone si capisce che questo calore non manca.

Marco. Qui c’è una sorta di obbligo al confronto con chiunque. Uno stile di vita. Pensi che i nostri figli andando a casa di compagni di scuola tornavano delusi per aver trovato freddezza e poche persone in quelle famiglie.

Quanto pesa la formazione cristiana?

Chiara. È molto presente. Siamo cresciuti in questo contesto spirituale che ci ha aperto all’accoglienza e alla condivisione. Ho sentito l’aspirazione alla vita comunitaria da ragazza nei campi parrocchiali: una pienezza di vita che non potevo lasciar morire.

Marco. Una pienezza che è la nostra vocazione.

Un sogno realizzato?

Marco. Qui non c’è solo un sogno, c’è una realtà costruita con determinazione, resilienza, volontà di raggiungere l’obiettivo insieme... E a volte capisci che c’è una Sapienza che aiuta la teoria a diventare pratica. Di fatto continuano a nascere cose come il Csa (Comunità a supporto dell’agricoltura), cooperativa di 100 soci di cui due lavoratori: coltivano ortaggi (sulla nostra terra) che vengono equamente divisi. Accogliamo persone che portano nuova vita. Con noi da molti anni vive Mario, che torna da sua madre solo nei fine settimana. Due ragazzi siriani, Abdullha e Ahmed, arrivati con i corridoi umanitari. C’è Lucia dal Venezuela. Fino a qualche settimana fa c’era un ragazzo del Senegal che è stato qui per tre anni. C’è Giovanni che è arrivato a 5 anni e ora che ne ha 24 sta provando a lavorare in Gran Bretagna. Con noi ha vissuto una donna anziana che non aveva casa. Anche la sua morte è stata condivisa.

E i figli?

Cecilia. In gran parte hanno la mia età. Qualcuno studia fuori. Tutti abbiamo vissuto la migliore infanzia che si potesse avere e molti vorrebbero continuare l’esperienza. Certamente abbiamo imparato a comunicare per costruire e stiamo sperimentando che questo, nello studio e nel lavoro, ci rende capaci, come pochi, di fare squadra.

Roberto I. Zanini

© Avvenire, domenica 1 dicembre 2019

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