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Cristo è risorto. Papa Francesco: «Trovarono il sepolcro vuoto e uscirono»

Papa Francesco ha presieduto in San Pietro la veglia di Pasqua. Prima la benedizione del fuoco nell’atrio della Basilica vaticana, poi l’ingresso in processione col cero pasquale, mentre il coro intona l’“Exultet”. Dieci catecumeni hanno ricevuto i sacramenti del Battesimo e della Cresima. Tra loro anche una donna del Kenya, Paese dove anche in questi giorni tanti cristiani sono stati uccisi per la loro fede in Gesù.

Papa Francesco ha presieduto in San Pietro la veglia di Pasqua. Prima la benedizione del fuoco nell’atrio della Basilica vaticana, poi l’ingresso in processione col cero pasquale, mentre il coro intona l’“Exultet”.

L’antica liturgia scandisce ancora una volta i tempi della Veglia pasquale che per i cristiani sta al centro della loro vita. Cristo è risorto. La nostra speranza non è vana. Non è più nel sepolcro ma ci precede in Galilea. Là dove lo abbiamo incontrato.

È l’esodo dal buio verso un giorno che non avrà un’altra oscurità, la Madre di tutte le Veglie. È una tomba senza senso, un telo funebre abbandonato, una pietra sepolcrale che non trattiene più nessuno. È il prodigio di una via di salvezza che si apre in mezzo al mare e un popolo schiavo si ritrova e libero.

Quindi Papa Francesco si è rivolto ai fedeli. Ecco le sue parole:

«Notte di veglia è questa notte.
Non dorme il Signore, veglia il Custode del suo popolo (cfr Sal 121,4), per farlo uscire dalla schiavitù e aprirgli la strada della libertà.
Il Signore veglia e con la potenza del suo amore fa passare il popolo attraverso il Mar Rosso; e fa passare Gesù attraverso l’abisso della morte e degli inferi.

Notte di veglia fu questa per i discepoli e le discepole di Gesù. Notte di dolore e di paura. Gli uomini rimasero chiusi nel cenacolo. Le donne, invece, all’alba del giorno dopo il sabato, andarono al sepolcro per ungere il corpo di Gesù. Il loro cuore era pieno di commozione e si domandavano: “Come faremo ad entrare?, chi ci rotolerà la pietra del sepolcro?...”. Ma ecco il primo segno dell’Evento: la grande pietra era già stata ribaltata e la tomba era aperta!

«Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito di una veste bianca…» (Mc 16,5). Le donne furono le prime a vedere questo grande segno: la tomba vuota; e furono le prime ad entrarvi…
“Entrate nel sepolcro”. Ci fa bene, in questa notte di veglia, fermarci a riflettere sull’esperienza delle discepole di Gesù, che interpella anche noi. Per questo, in effetti, siamo qui: per entrare, entrare nel Mistero che Dio ha compiuto con la sua veglia d’amore.
Non si può vivere la Pasqua senza entrare nel mistero. Non è un fatto intellettuale, non è solo conoscere, leggere… E’ di più, è molto di più!

“Entrare nel mistero” significa capacità di stupore, di contemplazione; capacità di ascoltare il silenzio e sentire il sussurro di un filo di silenzio sonoro in cui Dio ci parla (cfr 1 Re 19,12).
Entrare nel mistero ci chiede di non avere paura della realtà: non chiudersi in sé stessi, non fuggire davanti a ciò che non comprendiamo, non chiudere gli occhi davanti ai problemi, non negarli, non eliminare gli interrogativi…
Entrare nel mistero significa andare oltre le proprie comode sicurezze, oltre la pigrizia e l’indifferenza che ci frenano, e mettersi alla ricerca della verità, della bellezza e dell’amore, cercare un senso non scontato, una risposta non banale alle domande che mettono in crisi la nostra fede, la nostra fedeltà e la nostra ragione.

Ma per entrare nel mistero ci vuole umiltà, l’umiltà di abbassarsi, di scendere dal piedestallo del nostro io tanto orgoglioso, della nostra presunzione; l’umiltà di ridimensionarsi, riconoscendo quello che effettivamente siamo: delle creature, con pregi e difetti, dei peccatori bisognosi di perdono. Per entrare nel mistero ci vuole questo abbassamento che è impotenza, svuotamento delle proprie idolatrie… adorazione. Senza adorare non si può entrare nel mistero.

Tutto questo ci insegnano le donne discepole di Gesù. Esse vegliarono, quella notte, insieme con la Madre. E lei, la Vergine Madre, le aiutò a non perdere la fede e la speranza. Così non rimasero prigioniere della paura e del dolore, ma alle prime luci dell’alba uscirono, portando in mano i loro unguenti e con il cuore unto d’amore. Uscirono e trovarono il sepolcro aperto. Ed entrarono. Vegliarono, uscirono ed entrarono nel Mistero. Impariamo da loro a vegliare con Dio e con Maria, nostra Madre, per entrare nel Mistero che ci fa passare dalla morte alla vita.

Dieci catecumeni

Tutto questo celebra ogni anno la liturgia nella notte di Pasqua, densa di simboli di purificazione e rinascita, fuoco e acqua. La notte per eccellenza, del Battesimo e della Cresima. Sacramenti che Francesco impartisce a dieci catecumeni adulti, uomini e donne, per metà italiani e altri provenienti da Cambogia, Albania, Portogallo. Tra loro anche una donna, Maria, del Kenya. Paese dove proprio in questi giorni tanti cristiani sono stati uccisi per la loro fede in Cristo.

Forza a chi è perseguitato
Una Veglia al di là del tempo, solenne in ogni suo attimo, in cui il canto esprime la gioia della Chiesa ed esulta con il coro degli angeli, ma che non dimenticherà nemmeno in questa circostanza i drammi della terra, quelli lontani di chi avrà una notte di Pasqua di paura o di sacrificio. Scenari che Francesco richiama ormai senza pause. “Rinvigorisci la fede nei cristiani perseguitati”, recita una delle intenzioni di questa veglia. E ancora, “benedici i governanti che cercano la pace” e “converti i cuori dei seminatori di odio”.

Settemila lumini
E a dare in certo modo calore alla speranza di queste preghiere, oltre a rendere tangibile l’evento centrale della fede cristiana, ci sono settemila lumini preparati per le persone presenti con Francesco in Basilica a ripetere con le parole di Mosè, prestandole a chi non potrà farlo: “Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza”.

© Avvenire, 4 aprile 2015

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