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Desiderare l'Italia

Dateci una visione. L'Italia è un desiderio. E come tale difficile da organizzare. Ma se non si desidera l’Italia non la si può riorganizzare.

In questi giorni cupi e tesi mi vengono in mente questi pensieri, vedendo con quale oscillanti speranze e delusioni i nostri politici continuano a parlare del futuro del Paese e immaginano di metter mano ai suoi assetti fondamentali. O ascoltando le polemiche tra imprenditori e parti di sindacato che tirano in ballo l’amore per l’Italia. O percependo le preoccupazioni – sempre più forti... – per l’immagine dell’Italia nel mondo. Un poeta come Mario Luzi, divenuto al fine della vita Senatore, richiamava questa idea: l’Italia, diceva, è una aspirazione.

Per molti motivi oggi si parla di Italia: per la riforma federale, per la ricorrenza dei 150 anni di unità, o anche per i film al cinema che proiettano sul grande schermo verità comiche (e scomode) accanto a vari cliché, sulle varie Italie che abitano l’Italia rendendola una realtà quasi surreale. L’Italia è sempre stata una aspirazione più che un dato acquisito. Fu così per i poeti, classici, medievali o umanisti, e fu così pure per i patrioti. Un desiderio.

Nel momento stesso in cui si cessa di desiderare l’Italia, lei cessa di esistere. Per questo occorre desiderarla per riformarla. Da un lato si tratta di immaginare, ma dall’altro soprattutto di servirla. Così come uno nutre e coltiva i propri desideri. Ma come si fa a nutrire un desiderio di Italia, nel momento in cui troppi indicatori e molta evidenza, sembrano far cadere le braccia? Verrebbe a volte da maledirla, da dire: non ti amo più. Da voltar le spalle. Naturalmente dando la colpa sempre ad altri dello stato in cui si trova. Da quali voci, da quali esempi possiamo imparare il desiderio di Italia così da potere davvero servirla, riformarla? In passato ci fu addirittura chi suggeriva al capo del fascismo di prendere come ideologo di riferimento Leopardi. Quel poeta e la sua Italia desiderata sulle basi di una inquieta classicità potevano essere un nutrimento per chi si proponeva come "duce" del progresso italiano. Ma non mi risulta che quei suggeritori abbiano ottenuto molto ascolto e purtroppo accanto a grandi atti d’amore per l’Italia prevalse qualcosa di grottesco e distorto e infine tragico. E ora? Coloro che amano definirsi "riformatori" di questa Italia, da chi imparano a desiderarla? Con quali immagini la vedono? Sanno qualcosa dell’Italia come luogo di riscatto degli umili narrato da Manzoni? Sanno qualcosa dello spavento della bellezza enunciato da Ungaretti? Hanno nelle vene la sperdutezza gentile di certi minori del Quattrocento? O la passione di certe canzoni nate sotto questi cieli?

Di certo, con tutto questo parlare e riparlare di riforme, di fisco e di Stato leggero o pesante, in questo nominare tasse comunali, regionali etc, il cittadino rischia di perdersi, di non mettere a fuoco che Italia stiano desiderando i riformatori. Ammesso che lo sappiano. Non basta rivendicare aspirazioni particolari, magari condivisibili, occorre un desiderio grande. Da una testa senza desiderio non nasce nulla. E desiderare l’Italia è un’avventura per grandi uomini non per calcolatori interessati. Così da poter dare al popolo che sempre subisce le riforme – quelle buone e quelle meno buone – una visione. Qualcosa da desiderare per cui valga pure la pena fare qualche sacrificio.

Davide Rondoni
© Avvenire, 19 gennaio 2011
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