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I cristiani in Oriente e la fine del panda

La desertificazione del cristianesimo d’Oriente è andata avanti per quasi mille anni. E adesso se ne vedono gli effetti. Fra il VII e il X secolo è stata la Chiesa caldea di Baghdad a creare la cultura araba, non musulmana, ricorda Samir Khalil Samir. «I cristiani erano lì prima dell’islam, e hanno plasmato le società arabe. I chirurghi e i medici del califfo erano cristiani, figli della Chiesa d’Oriente, la più dinamica, al punto che allora si spinse fino in Mongolia». Ed era anche la maggioranza schiacciante della popolazione.

«Poi, intorno al 1000, da maggioranza i cristiani sono diventati minoranza: intorno al 1400, la percentuale era caduta al 10%. Sono riusciti a proteggersi chiudendosi nelle loro enclave. Ma nell’ultimo secolo la mescolanza con gli islamici è aumentata nelle scuole, nelle università. Però – sostiene padre Samir – la gente non sa che il sistema musulmano è concepito per inghiottire lentamente l’altro, il diverso, l’alieno: il cristiano, appunto». Più che persecuzioni, apparse in modo vistoso soltanto negli ultimi anni per la rinascita del fondamentalismo islamico e dopo la guerra in Afghanistan e in Iraq, si è verificato un processo inesorabile di emarginazione, assimilazione o, in alternativa, espulsione.

Se n’è accorto nella prima metà degli anni Novanta del secolo scorso un diplomatico francese di stanza all’ambasciata a Gerusalemme. Sotto lo pseudonimo di Jean-Pierre Valognes, ha pubblicato un tomo più che ponderoso di 972 pagine, scritto in caratteri minuscoli, sulla Vita e la morte dei cristiani d’Oriente. Titolo eufemistico: la tesi del diplomatico, illustrata con una mole impressionante di cifre, episodi, intrecci storico-religiosi, è che in realtà si stia assistendo all’agonia degli eredi della Chiesa di Bisanzio. Quando il libro uscì, fu accolto con grande interesse ma anche da un ostracismo di fatto delle gerarchie cattoliche. Era troppo «religiosamente scorretto». «Arrivava a conclusioni negative, e quindi rifiutate dagli stessi responsabili cristiani d’Oriente» ricorda padre Samir. Trasmetteva infatti quella sensazione di un soffocamento progressivo che oggi è opinione più o meno comune; ma in quegli anni contraddiceva tutti gli sforzi di dialogo fra Vaticano e autorità islamiche sciite e sunnite. E dava per scontata la fine del cristianesimo d’Oriente proprio mentre gli episcopati locali e la Santa Sede facevano di tutto per ravvivarlo, tentando di imprimere una svolta alla situazione partendo dallo stallo fra israeliani e palestinesi.

Ma rileggendo a 16 anni di distanza l’analisi contenuta in quel volume, si trovano previsioni che sembrano sul punto di avverarsi. In fondo i cristiani d’Oriente sono sopravvissuti alle vicissitudini di duemila anni, scrive l’autore. Ma questa impressione «non deve indurci in errore: dopo tante comunità millenarie delle quali il XX secolo è stata la tomba, stanno per morire» anche loro. La loro storia è stata disseminata di compromessi più che di battaglie, di negoziazioni più che di scontri. La descrizione di Valognes fotografa il risultato pressoché finale di questa parabola. Nei vecchi quartieri delle città arabe, di solito ferventi di attività, aveva visto «chiese museo» che trasmettevano soltanto l’idea del silenzio e della morte. Nell’Anatolia centrale, migliaia di monasteri erano ridotti a fabbriche agricole o depositi di pietre.

«Quando il popolo cristiano sarà sparito in Oriente – scrive Valognes – questi santuari diventeranno le decorazioni di una “Disneyland spirituale” che prefigura già la Gerusalemme cristiana». Aveva osservato lo sradicamento finale, ma senza sangue, senza tragedie. «Scompariranno senza rumore, per un’emorragia discreta e inesorabile». Era il prodotto di una demografia sfavorevole. E soprattutto di una condizione di minoranza costretta a confrontarsi con una maggioranza arabo-islamica dominante; e a smettere di essere cristiana per adattarsi a quel modello. Non si vedeva più la mescolanza, l’ibridazione di culture, religioni, costumi ed etnie dei decenni e secoli passati. Si intravedeva l’uniformità, figlia dell’«incapacità della società musulmana di accettare quelli che non le somigliano». Già allora si avevano i segni vistosi di un’emigrazione continua della borghesia cristiana da Egitto, Iraq, Libano, Siria. Quelli che potevano se ne andavano, rendendo più fragile e precaria la situazione di chi restava. Già, ma quanti erano? E quanti sono oggi?

Da tempo le statistiche risultano sfuggenti come le persone che ne sono l’oggetto. L’unica cosa certa è che si tratta di minoranze sempre più risicate e accerchiate. Ma con alcuni paradossi. Ci sono Stati islamici che tendono a ingigantire la residualità della presenza cristiana. Al contrario, gli stessi copti, caldei, assiri, per paura di subire discriminazioni, quando non rappresaglie, spesso nascondono la propria fede. Quanto alle Chiese del Medio Oriente, sono inclini a gonfiare la consistenza delle loro comunità, magari includendo nelle percentuali anche i fedeli che da anni ingrossano la diaspora in alcuni Paesi europei e negli Stati Uniti o addirittura in Australia. Non si tratta di discrepanze trascurabili.

Le variazioni delle stime spesso raggiungono «il 50 o addirittura il 100, il 200 o perfino il 300% come in Egitto. Quanti sono oggi i cristiani mediorientali: fra i 5 e i 6 milioni o più di 15?». Libano a parte, «tutti i Paesi dell’area sottostimano il numero dei loro cittadini cristiani, perché pensano che falsando le percentuali sul numero reale possano se non risolvere almeno ridurre il problema a quello di una minoranza marginale». Abbracciare una statistica o l’altra significa «far variare il rapporto cristiani-musulmani in Libano da 55-45% a 30-70%». Significa definire quella nazione «cristiana» oppure «musulmana», con tutte le conseguenze che questo comporta in termini di legislazione, modello di società, alleanze o comunque influenze internazionali.

Le stime riflettono questa approssimazione. Ma sono in ogni caso coerenti nel segnalare un calo di presenza simile, in alcune realtà, a un vero e proprio crollo. Le cifre possono essere noiose, però aiutano a capire. E quelle fornite da monsignor Robert Stern, presidente della Pontificia Missione per la Palestina e segretario della Catholic Near East Welfare Association, e riferite al 2007, confermano il dramma. In Israele, su 7.337.000 abitanti, i cristiani rappresentano il 2% della popolazione: circa 147.000, perlopiù arabi. E a Betlemme sono passati in vent’anni dal 90 al 20%, falcidiati dalla guerra e dalla politica del gruppo musulmano di Hamas. In Giordania sono il 4%. In Libano, un tempo a maggioranza cattolica, sono scesi al 30%. E secondo le proiezioni della Cnewa, nello spazio di 15 o 20 anni i cristiani in tutta la regione potrebbero ridursi a 6 milioni: un numero considerato la soglia dell’estinzione. Allargando l’orizzonte si ha un 10%, circa 8 milioni di cristiani copti, in Egitto. In Siria il 10% su quasi 20 milioni. «E in Turchia – ricorda padre Samir – in meno di cento anni si è passati da un cristianesimo diffuso fra il 20 % della popolazione, a meno dell’1%: ormai è morto. Nella residenza dei gesuiti ad Ankara sono rimasti 4 religiosi controllati dalla polizia.» E poi c’è l’Iraq, che ha avuto il triste merito di attirare l’attenzione su una «sindrome dei panda» già presente altrove, ma accelerata e drammatizzata dal conflitto iniziato nella primavera 2003.

Massimo Franco
© Avvenire, 2 novembre 2010
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