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I sentieri della Quaresima: il digiuno. Cerchiamo nuove vie verso la giustizia

Il digiuno individuale è certamente apprezzabile come pratica penitenziale, ma una chiesa che segue Cristo deve predicare un digiuno strutturale della società in favore della giustizia distributiva.

Tempo di Quaresima, tempo di digiuno. L’astinenza dal cibo è un’antica pratica comune a tutte le religioni, anche se esprime modalità diverse di offerta e di sacrificio. Nella Sacra Scrittura è certamente una pratica che rimanda a una necessità di conversione, è un atto simbolico di preghiera e di abbandono. Quando nel cristianesimo primitivo, e soprattutto in quello medievale, il digiuno ha assunto il carattere della mortificazione per temprare il corpo alla privazione e lo spirito alla lotta contro il maligno e partecipare alle sofferenze di Cristo, la pratica ha acquisito un connotato diverso, poco paragonabile alle altre religioni. Di certo, però, il digiuno non è una pratica fine a se stessa. Già nell’Antico Testamento si legge: «Buona cosa è la preghiera con il digiuno e l’elemosina con la giustizia. Meglio il poco con giustizia che la ricchezza con ingiustizia» (Tobia 12,8). Ancor più per i cristiani nessun pio esercizio può essere disgiunto dall’amore, tanto che Paolo ribadisce con forza il valore fondamentale della carità nella nota lettera ai Corinti: «Se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova» (1 Cor 13,3).

Il digiunare è dunque una prova finalizzata all’acquisizione di un’attitudine. Per Giovanni Crisostomo il digiuno senza elemosina è inutile; per Agostino digiunare è pura avarizia a meno che non si dia in elemosina ciò che si sarebbe mangiato. Il Pastore d’Erma spiega senza possibilità di equivoci il valore intrinseco del digiuno come penitenza tesa alla conversione: «Nel giorno in cui digiuni, non assaggi niente altro che pane e acqua; e, calcolato il prezzo del pasto del giorno che avevi intenzione di consumare, tu lo darai a una vedova, a un orfano, o ai bisognosi e così dimostrerai umiltà di mente».

Esiste, quindi, una evidente relazione tra il tempo del digiuno e il tempo della riflessione per elaborare pensieri e propositi che, in ragione del vangelo, guidino il popolo di Dio alla costruzione di una società in cui l’abbondanza dell’uno supplisca all’indigenza dell’altro. In tempi in cui una economia certamente antievangelica consente a pochi di mettere tavola, lasciando molti senza pane, richiamare la pratica del digiuno, intesa nel suo autentico significato, è una provocazione che induce a cercare nuove vie che conducano a un’equa distribuzione dei beni. Per i cristiani la realizzazione di una società aperta alla condivisione, attenta ai più deboli e bisognosi, senza cadere nell’errore di sistemi totalitari che mortificano la libertà individuale, non può essere semplicemente un sogno, ma il fine a cui tendere per essere davvero discepoli del Maestro di Galilea.

Il digiuno individuale è certamente apprezzabile come pratica penitenziale, ma una chiesa che segue Cristo deve predicare un digiuno strutturale della società in favore della giustizia distributiva. Se i più benestanti imparassero a digiunare a vantaggio delle classi meno abbienti, di quanti stanno perdendo il lavoro, delle tante famiglie che non arrivano a fine mese, forse faremmo il primo passo verso la costruzione di una società giusta a dimensione d’uomo. Se invece, in tempi di crisi economica, coloro che hanno più possibilità pensano solo a proteggere il loro capitale, abbandonando a se stessi quanti con il loro lavoro hanno contribuito a farlo crescere, siamo ancora lontani dalla possibilità di costruire sulla terra il regno di Dio.

Come chiaramente dicono i Padri della Chiesa si può anche digiunare nel segreto per obbedire alla pratica quaresimale, ma senza carità non si arriverà mai a Pasqua, perché «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna» (1 Cor 13,1). Forse le nostre chiese, forti nella ritualità individuale, non riescono ancora a indirizzare il rito verso scelte sociali e collettive che dichiarano la nostra appartenenza a Cristo.

Gennaro Matino

© Avvenire del 14 marzo 2010

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