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Il decalogo del buon comunicatore

Nasce la Carta di Assisi per un giornalismo all'insegna del rispetto della persona, firmata anche da vari esponenti delle religioni monoteistiche. Un libro della San Paolo ne approfondisce i contenuti, rivelandosi un prezioso strumento non solo per i professionisti ma anche per chi utilizza i "social"

“Scriviamo degli altri quello che vorremmo fosse scritto di noi”, “le parole sono pietre, usiamole per costruire ponti”, “il web è un bene prezioso: viviamolo anche come bene comune”. Sono solo tre dei dieci “comandamenti” di una buona informazione contenuti nella “Carta di Assisi”, presentata ieri presso la sede della Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a Roma per iniziativa di molti esponenti del giornalismo italiano e delle tre principali religioni monoteiste. “Le Parole non sono pietre”, lo slogan scelto come sottotitolo della Carta, è indicativo dello spirito che ha animato i promotori a redigere questo “decalogo” di una buona comunicazione, che con le parole è chiamata a costruire ponti e non lapidazioni mediatiche, come sempre più avviene, non solo nei giornali cartacei ma soprattutto nel web. E che questo accada è emerso con ancora maggior chiarezza ieri, quando, in occasione della 26^ Giornata mondiale della libertà di stampa, è stato reso noto il costo della professione giornalistica nel mondo: solo nel 2018 nel mondo sono stati ammazzati 88 giornalisti, mentre 250 sono attualmente in carcere (di cui 130 solo in Turchia). Per non contare i 600 giornalisti siriani uccisi nella guerra che da 8 anni sta sconvolgendo quel paese mediorientale.

Dieci “comandamenti” che non vogliono essere uno dei tanti documenti destinati a restare lettera morta, ma qualcosa da integrare nel modo di vivere e di comunicare di ognuno di noi. Dieci appelli che non richiamano solo i giornalisti, che con le parole compiono la loro missione civile di informare, essenziale per una società democratica, ma anche per ogni cittadino, che sempre più ha la possibilità di dire la sua sui social media. Lo hanno sottolineato gli stessi promotori dell’iniziativa della “Carta di Assisi”, il cui documento è stato firmato ieri presso la FNSI da molti giornalisti e da vari esponenti delle principali religioni monoteiste, tra cui l’Imam della Grande Moschea di Roma, Saleh Ramadan Elsayed, la presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello, e il Custode del Sacro Convento di Assisi, padre Mauro Gambetti. L’esponente della comunità ebraica, fra gli altri, ha sottolineato il rischio che la politica sia incapace da sola di fermare le parole d’odio, che rischiano di accendere il clima sociale contro “i diversi”. Roberto Natali, presidente della FNSI, ha ricordato a questo proposito la recente condanna dell’Italia da parte del Consiglio d’Europa per un aumento dell’incitamento all’odio da parte dei politici, e del razzismo e della xenofobia nel discorso pubblico, particolarmente nei media e su internet. Fenomeno che ciascuno di noi, nonostante le smentite di rito, registra con facilità.

L’invito dei firmatari, ora, è che il decalogo non resti una delle tante carte destinate a rimanere lettera morta, ma che ispiri il nostro agire quotidiano. Chi desideri approfondire il tema, può leggere il libro che ne commenta i principali contenuti (La carta di Assisi, a cura di E. Fortunato, San Paolo, 2019).

 

La Carta di Assisi

 

1) L’ostilità è una barriera che ostacola la comprensione. Nel rispetto del diritto-dovere di cronaca e delle persone occorre comprendere. Scriviamo degli altri quello che vorremmo fosse scritto di noi.

2) Una informazione corretta lo è sempre, sono la fiducia e la lealtà a costruire una relazione onesta con il pubblico. Non temiamo di dare una rettifica quando ci accorgiamo di aver sbagliato.

3) Difendiamo la nostra dignità di persone, ma anche quella altrui, fatta di diversità e differenze. Tutti hanno diritto di parlare e di essere visibili. Diamo voce ai più deboli.

4) Costruiamo le opinioni sui fatti e quando comunichiamo rispettiamo i valori dei dati per una informazione completa e corretta. Dietro le cifre ci sono gli esseri umani. Impariamo il bene di dare i numeri giusti.

5) Se male utilizzate, le parole possono ferire e uccidere. Ridiamo il primato alla coscienza: cancelliamo la violenza dai nostri siti e blog, denunciamo gli squadristi da tastiera e impegniamoci a sanare i conflitti. Le parole sono pietre, usiamole per costruire ponti.

6) Facciamoci portavoce di chi ha sete di verità, di pace e di giustizia sociale. Quando un cronista è minacciato da criminalità e mafie, non lasciamolo solo, riprendiamo con lui il suo viaggio. Diventiamo scorta mediatica della verità.

7) Con il nostro lavoro possiamo illuminare le periferie del mondo e dello spirito. Una missione ben più gratificante della luce dei riflettori sulle nostre persone. Non pensiamo di essere il centro del mondo.

8) Internet è rivoluzione, ma quello che comunichiamo è rivelazione di ciò che siamo. Il nostro profilo sia autentico e trasparente. Il web è un bene prezioso: viviamolo anche come bene comune.

9) La società non è un groviglio di fili, ma una rete fatta di persone: una comunità in cui riconoscersi fratelli e sorelle. Il pluralismo politico, culturale, religioso è un valore fondamentale. Connettiamo le persone.

10) San Francesco d’Assisi operò una rivoluzione, portare la buona notizia nelle piazze; anche oggi una rivoluzione ci attende nelle nuove agorà della Rete. Diamo corpo alla notizia, portiamola nelle piazze digitali.

Stefano Stimamiglio

© www.famigliacristiana.it, domenica 5 maggio 2019

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