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Il lascito di Bari, «capitale dell'unità». Il metodo necessario

Ci sono città che hanno nei propri cromosomi la vocazione a essere simbolo di convivenza pacifica tra i popoli. Città «capitale di pace» è ad esempio la Assisi di san Francesco. E, da domenica, città «capitale dell’unità», come l’ha definita il Papa, è definitivamente diventata la Bari di san Nicola

Due luoghi, due santi, due costruttori di ponti. Non a caso. Perché è proprio dei santi incarnare nella loro vita e trasmettere agli uomini di ogni tempo la regola aurea del Vangelo – l’amore per tutti, persino per i propri nemici, come ha sottolineato Francesco due giorni fa nel capoluogo barese – che a ben guardare è l’eredità più preziosa dell’Incontro "Mediterraneo, frontiera di pace", concluso proprio dall’intervento del Pontefice.

Eredità di metodo, oltre che di contenuti. Eredità di un approccio complessivo alle questioni che agitano in questo caso il Mare Nostrum (ma potrebbe essere qualsiasi altra zona "calda" del mondo). Eredità di uno sguardo armonico sulle diversità culturali e religiose, che fa della cultura dell’incontro – e non dell’erigere muri – il paradigma per mettere in relazione le esigenze della giustizia, le problematiche socio-ambientali con quelle politico-economiche e per indicare con chiarezza cause dei problemi e spunti di soluzione. Eredità, in sostanza, del convenire di 58 vescovi da 20 nazioni (riuniti prima tra loro e nell’ultima giornata in fecondo dialogo con il Successore di Pietro), che ha mostrato plasticamente come il conoscersi e il parlarsi sia – a qualunque livello – la premessa indispensabile per sciogliere i nodi spesso gordiani di odio e paura alimentati dai vari "ismi" (populismo, nazionalismo, terrorismo, fondamentalismo, tutti evocati dal Papa nella sua visita).

È una eredità, quella barese, che parte certo dalla vitalità delle Chiese del Mediterraneo – Chiese di popolo, come è stato giustamente sottolineato –, ma non esaurisce i propri effetti nell’ambito religioso. Anzi si offre come proposta ed esempio alla comunità internazionale, alle cancellerie degli Stati (non di rado mosse da interessi opachi), a quella politica che secondo Giorgio La Pira – la cui semina ha ispirato l’Incontro – doveva lasciarsi guidare dalle «attese della povera gente». Perciò, proprio a queste attese il Papa e i vescovi hanno chiesto di guardare, gettando dalla città di San Nicola un ponte che unisce allo stesso modo la sponda Sud e quella Nord del Mediterraneo, l’Oriente e l’Occidente ed estende le sue campate fino all’Africa sub-sahariana colpita da guerre, povertà e cambiamenti climatici, che mettono in moto movimenti migratori in fuga da una vita indegna e invece strumentalmente dipinte come «invasioni».

Peccato che nelle stanze delle decisioni che contano nessuno metta in relazione cause ed effetti. Ci ha pensato ancora una volta Francesco, da Bari. Dove gli interessi di parte prevalgono sui diritti dei singoli e della comunità, dove la giustizia è ostacolata e la cultura dello scarto tratta le persone come fossero cose, ha ricordato, la giustizia è calpestata e la costruzione della pace è più difficile. Basta sovrapporre queste parole alle situazioni che la cronaca ci racconta ogni giorno quanto alla Siria, alla Libia, all’infinito processo di pace israelo-palestinese («con il pericolo di soluzioni non eque e quindi foriere di nuove crisi», ha annotato a tal proposito il Papa) e confrontarle con gli appetiti delle grandi potenze su un’area ricca di fonti energetiche e determinante per gli equilibri strategici, per comprendere quale sia la posta in palio. La strada che parte da Bari è invece radicalmente alternativa alle pretese economiche e militari. È la strada di chi considera «la guerra una follia», di chi ritiene «che non ci sia alternativa alla pace», di chi come il cardinale Gualtiero Bassetti chiede di «dire basta a una politica fatta sul sangue dei popoli» e si adopera per il bene comune. Una strada utopistica? Proprio La Pira e quelli della sua generazione (Adenauer, Schumann, De Gasperi) hanno dimostrato che percorrerla fino in fondo ha portato dalle macerie di due guerre mondiali alla costruzione dell’Unione Europea, che non sarà esente da difetti, ma assicura da decenni pace, benessere e progresso al Continente forse più dilaniato dai conflitti nel corso della storia. Chissà che dalla città simbolo dell’unità non possa partire anche per il Mediterraneo una stagione altrettanto felice.

Mimmo Muolo

© Avvenire, martedì 25 febbraio 2020

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