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Il ministro Riccardi: «I giochi come il fumo, basta pubblicità»

​«La gente col gioco d’azzardo arriva a massacrarsi: come facciamo a farla uscire da questi circuiti?». Si può tentare un colpo di spugna, applicando alla pubblicità dei giochi a soldi i criteri di quella per le sigarette, cioè vietarla. Oppure, almeno, regolamentarla in modo ferreo.

È il ministro per la Cooperazione e l’Integrazione, Andrea Riccardi, a proporlo. Perché lo Stato, che pure incassa molte risorse da questo settore, «non può non occuparsi delle categorie più a rischio e dei problemi non marginali, spesso veri e propri drammi sociali, che il gioco d’azzardo produce». Tant’è che proprio oggi le commissioni II e VI del Senato esamineranno il disegno di legge presentato dal capogruppo in commissione Antimafia dell’Idv, Luigi Li Gotti, per modificare la disciplina delle concessioni e delle licenze in materia di giochi e scommesse.

Ministro Riccardi, la dipendenza patologica dal gioco d’azzardo aumenta. Eliminare la sua pubblicità servirebbe?
Constato che in alcuni casi il gioco d’azzardo è diventato una vera piaga sociale e allora mi chiedo come sia possibile ammettere la pubblicità di questo tipo di "dipendenza", che ormai quando è compulsivo è riconosciuto come patologia.

Una delle ultime polemiche, su questi argomenti, è nata e cresciuta intorno ad alcune campagne mirate a far "giocare" i più giovani. Scelta ancora più discutibile?
Intanto direi che, età a parte, certe situazioni quanto meno non vadano incrementate. E poi nel nostro Paese ci sono due milioni di giovani senza lavoro e senza studiare: ecco, il gioco appare proprio la migliore promessa rapida e "miracolosa" di uscire da un quadro di vita che appare frustrante. Invece è un’illusione.

Tuttavia le pubblicità sono assai seducenti da questo punto di vista...
Esatto e molto. Trasmettendo effettivamente messaggi seducenti che promettono qualcosa che in realtà non esiste, ma che stimola questo senso della vita come azzardo. E quando magari davanti a sé non si scorgono prospettive concrete, quelle "promesse" possono far presa senza grandi difficoltà.

Come dire che, anche grazie alla crisi, va diffondendosi un’affermazione addirittura quasi "culturale" dell’azzardo negli stili di vita.
Ho sentito l’altro giorno di quell’anziano che ha giocato sessantamila euro in una mattinata: certo è che la gente col gioco d’azzardo arriva a massacrarsi, come facciamo allora a farla uscire da questi circuiti? A me pare ci sia una crescita esponenziale del rapporto fra crisi, difficoltà e sviluppo del gioco d’azzardo. Credo che su questo si debba riflettere, non si possa evitare di farlo.

Magari c’entra appunto la prospettiva vera o verosimile di una vita difficile e pesante...
Ma di fronte alla quale si reagisce in modo "magico", cioé con la ricerca della "magia" di un momento, di una vittoria, di un gioco, ma che è sempre, devo ripeterlo, un’illusione.

Altra questione e insieme anche altro motivo per il quale non sarebbe male mettere un freno: nel gioco d’azzardo sono sempre più spesso coinvolte le mafie.
Infatti il gioco fa crescere anche il circuito perverso tra debiti e usura.

Quindi?
Dobbiamo stare bene attenti a che, proprio in questi momenti di accresciuta miseria, il debito da usura non sia un altro gioco di azzardo che s’innesti sul gioco, con un aumento esponenziale di entrambi.

Un’ultima domanda, ministro Riccardi: la necessità d’intervenire la testimonia molto bene un’analisi neanche troppo approfondita delle categorie più a rischio.
È evidente che sia particolarmente esposto ai rischi di dipendenza chi appartiene alle categorie più deboli, cioè giovani, disoccupati, famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese, anziani soli. Per loro dobbiamo intervenire.

Pino Ciociola
 
© Avvenire, 1 marzo 2012
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