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Il Papa a Rebibbia, "cuore a cuore"

Breve, ma intensa, la visita di Benedetto XVI nel carcere romano. L'appello a contemperare la giustizia e la misericordia.

Proclamare la giustizia con forza, ma nel contempo curare le ferite con il balsamo della misericordia. Alla luce del Vangelo, Benedetto XVI ha riassunto in questo binomio l’appello lanciato durante la visita nel penitenziario romano di Rebibbia, per chiedere maggiore attenzione verso il mondo carcerario affinché «sia sempre più adeguato alle esigenze della persona umana, con il ricorso anche alle pene non detentive o a modalità diverse di detenzione». La «realizzazione di un sogno» ha definito questa circostanza il cappellano don Sandro Spriano, che due anni fa aveva scritto una lettera pubblica nella quale esprimeva la speranza che un giorno il Pontefice potesse recarsi a Rebibbia per rendersi personalmente conto della situazione e per offrire una parola di incoraggiamento e di speranza.

E il ministro della Giustizia Paola Severino, nel discorso di saluto, ha espresso la convinzione che «una sanzione effettiva dopo la condanna deve coniugare entrambi i valori posti a fondamento di essa dalla Costituzione: la riparazione e la rieducazione». Rispondendo a braccio a sei domande dei detenuti, papa Ratzinger ha spiegato di aver sentito come un «particolare obbligo» questo appuntamento prenatalizio: «Sono venuto per mostrarvi la mia intima vicinanza. Ma vuole essere anche un gesto pubblico che intende ricordare a tutti l’esistenza di fratelli in difficoltà». Raccontando di conoscere bene i problemi di chi è detenuto, poiché le quattro consacrate laiche che fanno parte della Famiglia pontificia hanno contatti epistolari con molti detenuti e gliene parlano, Benedetto XVI ha aggiunto: «Penso spesso a voi e prego perché qui troviate aiuto nella riconciliazione con voi stessi, con gli altri, con Dio».

Una consapevolezza che è stata espressa anche nella «preghiera dietro le sbarre» letta al termine dell’incontro nella chiesa intitolata al Padre nostro: «O Dio, dammi il coraggio di chiamarti Padre... Fatti sentire vicino, nonostante tutto, nonostante il mio peccato grande o piccolo, segreto o pubblico che sia... Ricordati di coloro che sono fuori di qui e che provano ancora interesse per me, perché io mi ricordi, pensando a loro, che solo l’amore crea, l’odio distrugge e il rancore trasforma in inferno le mie lunghe e interminabili giornate».

 
Saverio Gaeta
 
© Famiglia Cristiana, 18 dicembre 2011
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