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«Il pastore ha l’odore del gregge»

Sempre tra la sua gente: così dev'essere il prete. Nella Messa crismale del Giovedì Santo, papa Francesco ha tracciato l'idenkit del sacerdote attingendo alla sua esperienza pastorale.

Torna a parlare delle periferie papa Bergoglio. E di servizio. «Il buon sacerdote si riconosce da come viene unto il suo popolo. Questa è una prova chiara. Quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia», dice Francesco nella Messa crismale celebrata in San Pietro. «La nostra gente gradisce il Vangelo predicato con l’unzione, gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l’olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite, "le periferie" dove il popolo fedele è più esposto all’invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede. La gente ci ringrazia perché sente che abbiamo pregato con le realtà della sua vita di ogni giorno, le sue pene e le sue gioie, le sue angustie e le sue speranze».

Nella Messa nel corso della quale si benedice l’olio che servirà per i sacramenti durante l’anno, il Papa celebra con i cardinali, i patriarchi, gli arcivescovi, i vescovi e i sacerdoti sia diocesani che religiosi presenti a Roma. A loro, principalmente si rivolge quando dice della  «bellezza di quanto è liturgico che non è semplice ornamento e gusto per i drappi, bensì presenza della gloria del nostro Dio che risplende nel suo popolo vivo e confortato, passiamo a guardare all’azione. L’olio prezioso che unge il capo di Aronne non si limita a profumare la sua persona, ma si sparge e raggiunge ‘le periferie’. Il Signore lo dirà chiaramente: la sua unzione è per i poveri, per i prigionieri, per i malati e per quelli che sono tristi e soli. L’unzione non è per profumare noi stessi e tanto meno perché la conserviamo in un’ampolla, perché l’olio diventerebbe rancido … e il cuore amaro».

E sulla veste, il Papa ricorda che quelle dei sacerdoti sono ricche di simbolismi. «Uno di essi è quello dei nomi dei figli di Israele impressi sopra le pietre di onice che adornavano le spalle dell’efod dal quale proviene la nostra attuale casula». I nomi, incisi anche nel pettorale, hanno un significato preciso: «Significa che il sacerdote celebra caricandosi sulle spalle il popolo a lui affidato e portando i suoi nomi incisi nel cuore. Quando ci rivestiamo con la nostra umile casula può farci bene sentire sopra le spalle e nel cuore il peso e il volto del nostro popolo fedele, dei nostri santi e dei nostri martiri». L’olio che scende dalle spalle di Aronne fino all’orlo delle sue vesti è il segno dell’unzione sacerdotale che giunge ai confini del mondo. Un’unzione che arriva all’orlo del mantello quando viene trasformata in supplica, supplica del popolo. «Dobbiamo ravvivare sempre la grazia e intuire in ogni richiesta, a volte inopportuna, a volte puramente materiale o addirittura banale - ma lo è solo apparentemente - il desiderio della nostra gente di essere unta con l’olio profumato, perché sa che noi lo abbiamo. Intuire e sentire, come sentì il Signore l’angoscia piena di speranza dell’emorroissa quando toccò il lembo del suo mantello», dice il Papa ai suoi sacerdoti.

Ai quali chiede di essere “pastori con l’odore delle pecore”. Un’immagine che da arcivescovo aveva già usato per dire che il sacerdote deve stare così tanto in mezzo al suo gregge da averne sempre attaccato addosso l’odore. «Non è precisamente nelle autoesperienze o nelle introspezioni reiterate», insiste papa Bergoglio, «che incontriamo il Signore: i corsi di autoaiuto nella vita possono essere utili, però vivere passando da un corso all’altro, di metodo in metodo, porta a diventare pelagiani, a minimizzare il potere della grazia, che si attiva e cresce nella misura in cui, con fede, usciamo a dare noi stessi e a dare il Vangelo agli altri, a dare la poca unzione che abbiamo a coloro che non hanno niente di niente». E ancora: «Il sacerdote che esce poco da sé, che unge poco - non dico "niente" perché la nostra gente ci ruba l’unzione, grazie a Dio - si perde il meglio del nostro popolo, quello che è capace di attivare la parte più profonda del suo cuore presbiterale. Chi non esce da sé, invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore».

E conclude: «La cosiddetta crisi di identità sacerdotale ci minaccia tutti e si somma a una crisi di civiltà; però, se sappiamo infrangere la sua onda, noi potremo prendere il largo nel nome del Signore e gettare le reti.
È bene che la realtà stessa ci porti ad andare là dove ciò che siamo per grazia appare chiaramente come pura grazia, in questo mare del mondo attuale dove vale solo l’unzione - e non la funzione -, e risultano feconde le reti gettate unicamente nel nome di Colui del quale noi ci siamo fidati: Gesù».

Annachiara Valle
© Famiglia Cristiana, 28 marzo 2013
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