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La Chiesa e le coppie in crisi

Separati e divorziati che vogliono mantenere un rapporto con la Chiesa e con i sacramenti si trovano spesso a disagio. Un dialogo che cresce. La pastorale nelle diocesi

«Dopo il mio secondo matrimonio, al momento della Comunione, uscivo dalla chiesa perché non poter partecipare mifaceva sentire male». La sofferenza di Paola Brisotto, insegnante 48enne di Spresiano (Treviso), è quella di tante altre persone. Lei aveva un matrimonio in teoria perfetto: entrambi capi scout, le migliori amicizie in parrocchia. Poi, dopo otto anni, la rottura. Lei lascia il lavoro per cercare di salvare il matrimonio, invano.

     Di lì inizia un tempo di solitudine affettiva, lenita solo dalla vicinanza di alcuni sacerdoti, amici di vecchia data. La consulenza di un canonista le rivela che mancano i presupposti per la nullità del matrimonio e intanto il desiderio di un altro amore e di maternità crescono. Oggi Paola ha un lavoro e un nuovo marito, sposato civilmente, con cui ha due figli: «Non mi sono mai allontanata dalla Chiesa, ma credo che non si tenga abbastanza conto delle situazione reali delle persone: dietro a un divorzio c’è spesso un percorso di sofferenza terribile».

     L’irritazione per la posizione della Chiesa riguarda in effetti molte persone: «Nel primo incontro con il mio gruppo di divorziati risposati», dice don Marco Morrone di Taranto, «le persone scaricano sempre il loro disappunto contro la Chiesa per l’esclusione dall’Eucaristia o perché non possono fare il padrino o la madrina». La posizione della Chiesa d’altronde è nota. Il Direttorio di pastorale familiare chiarisce che chi si risposa civilmente dopo un matrimonio religioso, non essendo «nella pienezza della comunione ecclesiale», non può accedere alla Confessione e alla Comunione, né può essere padrino o madrina per i sacramenti o svolgere alcuni servizi in parrocchia.

     Princìpi duri, che però non significano affatto “scomunica”, anzi: le comunità cristiane sono chiamate a «considerarli ancora come loro figli», a «non giudicare l’intimo delle coscienze» e a porre in atto percorsi  “inclusivi”. Diversa è la situazione di chi invece, separato o divorziato per una giusta causa, decide di vivere fedele al primo matrimonio senza risposarsi: queste persone hanno pieno accesso ai sacramenti.

     Una disciplina, come si vede, che richiede una comprensione profonda del Matrimonio. Una disciplina che, a volte, nemmeno i sacerdoti conoscono bene. C’è anche chi accetta, pur nella sofferenza, un cammino penitenziale. «Ci siamo trovati nella nostra sofferenza e abbiamo ricominciato insieme a frequentare la chiesa», spiegano Carlo e Maria Grazia Falcini di Mondovì, sposati civilmente dopo il naufragio del loro primo matrimonio religioso. Maria Graziaha ottenuto la dichiarazione di nullità matrimoniale, Carlo non ce l’ha ancora.

     «Mi sono sentita a lungo una peccatrice. Poi ho realizzato che anch’io sono chiamata alla salvezza», rivela Maria Grazia. «Dai sacerdoti ci siamo sentiti accolti. Meno, almeno all’inizio, dalla comunità», aggiunge Carlo. L’anno scorso i due sono entrati nella commissione dell’ufficio famiglia che si occupa dei divorziati e organizzano incontri in diocesi.

     «Non avrei mai pensato a una vita senza sacramenti», confida Emanuela Carcereri, una gioventù passata in parrocchia col desiderio di sposarsi in chiesa e metter su famiglia. Invece la vita ha disposto diversamente e si è innamorata di Giuseppe, un uomo divorziato. La coppia, dopo aver sperato inutilmente per anni che il processo canonico di nullità andasse a buon fine, ha deciso lo stesso di sposarsi: «Il giorno della cerimonia, prima di recarci in Comune, siamo andati al santuario di Monte Berico per scambiare simbolicamente le nostre fedi davanti alla Vergine». Da quel giorno non fanno più la Comunione.

     Non sono poche anche le persone che decidono di rimanere fedeli alla prima unione. È il caso di Vera Garizio di Biella, che guida un gruppo diocesano di separati fedeli, e di Maria Pia Campanella di Palermo, separata dopo 22 anni passati con il coniuge, che è rimasta fedele al matrimonio e ogni anno rinnova con il suo gruppo le promesse nuziali. Anche a Milano e in altre città, esistono esperienze di incontri per separati fedeli (www.separatifedeli.it) e per persone che stanno cercando di orientare la propria vita dopo una separazione (www.famiglieseparatecristiane.it). Ernesto Emanuele, che ne è l’iniziatore, ha messo in piedi anche una sorta di “pronto soccorso” per separati al fine di assistere le persone quando la situazione precipita (telefono 02/65.54.736).

Stefano Stimamiglio
© Famiglia Cristiana, 29 luglio 2011
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