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La famiglia dopo le unioni civili: l’ora di farci in quattro

Ora che la legge sulle unioni civili è entrata in vigore, è giunto il momento di porci seriamente la domanda sul "dopo"

In realtà questo "dopo" è già iniziato, anche se i dibattiti politici si sono subito concentrati tutti sulle elezioni amministrative e sul referendum, previsto per l’autunno, in merito alla riforma costituzionale. Comunque, non è difficile registrare che si sono di fatto già costituiti due schieramenti. Il primo è quello di chi vede nella legge Cirinnà-Lumia solo il primo passo verso un più largo e più compiuto riconoscimento di "diritti umani" (in specie di diritti degli omosessuali) e si adopera per dilatare in tempi brevi il dettato della legge (in particolare, con un riconoscimento formale della stepchild adoption).

Il secondo è quello di chi, ritenendo eversivo socialmente e giuridicamente incostituzionale il confuso riconoscimento da parte della nuova normativa di coniugalità para-matrimoniali, si sta invece adoperando per sottoporre quella stessa legge (o almeno una sua parte) a un referendum abrogativo e per favorire l’obiezione di coscienza da parte dei sindaci nei suoi confronti. È difficile prevedere quale dei due schieramenti potrà prevalere: l’esperienza storica, però (ricordiamo le vicende della legge 194, che legalizzò l’aborto), ci fa ipotizzare che quando, dopo l’approvazione di una legge presentata (a torto o a ragione) come "di mediazione", continuano a scontrarsi due posizioni, a loro modo "estreme", l’esito più probabile è che la legge vigente ne risulti rafforzata e che nessuna delle parti confliggenti riesca a prevalere.

Anche quanto il presidente del Consiglio Renzi ha dichiarato domenica 29 maggio a questo giornale («riaprire la discussione mi sembrerebbe paradossale e soprattutto inutile») rafforza tale ipotesi. Il che significa che il "dopo Cirinnà" potrebbe rivelarsi – in modo assai poco incoraggiante – una palude che non si riuscirà né a prosciugare, né a bonificare. Possono i cattolici accontentarsi di una simile prospettiva, che porta di fatto a rimuovere la questione? Ovviamente no: la destrutturazione dei vincoli familiari è probabilmente il massimo problema antropologico del nostro tempo e fronteggiarlo è assolutamente urgente.

Questo però non significa che sia doveroso per i cattolici attivarsi verso la legge ora vigente con iniziative nobili, sì, nei loro princìpi, ma sviluppate secondo una logica di puro contrasto e, con ogni probabilità, sterili nei loro frutti. Bisogna soprattutto abbandonare l’illusione che possano essere efficaci strategie circoscritte, di breve periodo; bisogna a tutti i costi impegnarsi per costruire prospettive "politiche" (nel senso più alto della parola) che non siano "provinciali" (cioè frutto dell’illusione di risolvere in ambiti ristretti un problema globale) e, dunque, che siano molto più ariose di quelle adottate fino a oggi. Individuarle, ovviamente, non è facile: qui ci si limita a proporne almeno tre, non particolarmente originali, ma a lungo marginalizzate.

La prima strategia è socio-politica. Consiste nel fronteggiare la crisi della coniugalità che sta pervadendo l’Occidente secolarizzato con adeguate politiche sociali, che tengano presente che non c’è futuro per il Welfare se non attraverso l’indispensabile supporto economico e valoriale che solo famiglie stabili possono garantire. Le proposte avanzate negli ultimi giorni dai parlamentari del gruppo Demos, da alcuni senatori e deputati del Pd e, tempo fa, da Ap tengono conto di questa esigenza, ma bisogna finalmente cominciare a scriverle nella realtà e non solo sulla carta. La seconda strategia è biogiuridica e consiste nel ridare un doveroso primato alla genitorialità biologica, l’unica capace di sconfiggere il "relativismo procreativo", che indebolisce i vincoli familiari e costituisce un potente fattore di crisi demografica. E questo significa, nel campo dell’adozione, tutelare il diritto di ogni bambino a una mamma e un papà.

La terza, infine, chiama a operare sul piano dell’etica pubblica. Bisogna attivare nuove forme di 'pedagogia sociale' (un po’ come quelle che si attivano a favore della parità dei sessi e contro l’omofobia), che rendano chiaro a tutti ciò che gli studiosi più avvertiti sanno da tempo e cioè che la famiglia è una struttura antropologica primaria, che costituisce il paradigma di tutti quei 'beni relazionali' sui quali riescono a loro modo a fondarsi anche i 'beni individuali'. La crisi della famiglia è nello stesso tempo effetto e causa di qualsiasi crisi sociale: è giunto il momento che tutti lo riconoscano. Accanto a queste tre strategie, chiaramente non confessionali, ne esiste però anche una quarta, che è invece specificamente cristiana.

È per noi la più importante e nello stesso tempo la più fraintesa: quella della preghiera. Mai come oggi la famiglia ha bisogno di diventare oggetto delle nostre preghiere. Pregare per la famiglia non significa però limitarsi pigramente a chiedere a Dio di intervenire perché sia Lui a risolvere le piaghe del nostro tempo. Significa piuttosto implorarlo perché ci aiuti a predisporci, tutti, ad agire consapevolmente nel mondo contemporaneo. Il cristiano infatti non può limitarsi a vedere in se stesso uno spettatore dei cambiamenti che caratterizzano il tempo in cui gli è capitato di vivere; egli deve sapere che ha il dovere di governare tali cambiamenti e che per realizzare questo compito ha bisogno di un supplemento di sapienza, che non deriva né dalla scienza, né dalle ideologie, ma dal cuore. Cosa di più importante si può chiedere a Dio, se non di illuminare i suoi fedeli e tutti gli uomini di buona volontà in questo compito?

Francesco D'Agostino

© Avvenire, 15 giugno 2016

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