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La forza del Papa fragile

L'esigenza di conversione, di fare pulizia. E la solitudine: solo con se stesso, la propria coscienza, Dio. Due chiavi di lettura di un Papa e un pontificato ricchi di sorprese.

Conversione e solitudine. Un richiamo dal sapore biblico, valido per sé, per la Chiesa, per tutti. E uno stato d'animo. Sofferto. Tutto suo. Joseph Ratzinger ha  chiuso come ha aperto o, più precisamente,  come s'è fatto conoscere a un pubblico più vasto degli addetti ai lavori siano essi cardinali, vescovi e vaticanisti. Da sempre, il Papa-teologo ha a cuore gli imperativi evangelici di un linguaggio chiaro («il vostro parlare sia  , ; no, no, il resto viene dal maligno»; Matteo 5, 37) e di una vita disciplinata e austera («E' apparsa infatti la grazia di Dio che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo»; Tito, 2,11). Volendo seguire Cristo senza indugi e desiderandone attualizzare il messaggio senza sconti, Joseph Ratzinger non ha lesinato richiami sferzanti, di taglio profetico.

Il primo, che fece scalpore, andò in onda in mondovisione la sera del 25 marzo 2005,  Venerdì Santo. Riflettendo sulla nona stazione (Gesù cade per la terza volta),  disse senza giri di parole: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison - Signore, salvaci (cfr. Mt 8,25)».

«Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti», continuò il cardinale Joseph Ratzinger. «E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa, Adamo cade sempre di nuovo. Con la nostra caduta ti trasciniamo a terra, e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a rialzarti da quella caduta; spera che tu, essendo stato trascinato nella caduta della tua Chiesa, rimarrai per terra sconfitto. Tu, però, ti rialzerai. Ti sei rialzato, sei risorto e puoi rialzare anche noi. Salva e santifica la tua Chiesa. Salva e santifica tutti noi».

Papa Benedetto XVI ha cercato di fare pulizia coniugando verità e carità. Spesso mietendo incomprensioni e sconfitte. Lo ha ben sintetizzato Enzo Bianchi, il priore della comunità monastica di Bose: «La mano tesa ai seguaci di Lefebvre non è stata accolta, la sua esortazione a a evitare ricerca di poteri, interessi personali, disonestà e malaffare economico è stata troppe volte evasa, la sua volontà di eliminare la sporcizia ha trovato macigni enormi».

I moniti si sono moltiplicati. Ne ricordiamo altri due. Quello datato 10 marzo 2009, contenuto nella lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei 4 vescovi consacrati dall'arcivescovo Lefebvre, in cui ripresentò un brano della lettera ai Galati («Tutta la legge  trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!», Gal 5, 13-15) annotando subito dopo: «purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata».  La sera dell'11 ottobre 2012, dunque pochissimi mesi fa, a 50 anni esatti dall'apertura del Concilio Vaticano II ricordando il famoso discorso della luna di papa Giovanni XXIII, Benedetto XVI esclamò: «In questi cinquant’anni abbiamo imparato ed esperito che il peccato originale esiste e si traduce, sempre di nuovo, in peccati personali, che possono anche divenire strutture del peccato. Abbiamo visto che nel campo del Signore c’è sempre anche la zizzania. Abbiamo visto che nella rete di Pietro si trovano anche pesci cattivi. Abbiamo visto che la fragilità umana è presente anche nella Chiesa, che la nave della Chiesa sta navigando anche con vento contrario, con tempeste che minacciano la nave e qualche volta abbiamo pensato: "il Signore dorme e ci ha dimenticato". Questa è una parte delle esperienze fatte in questi cinquant’anni, ma abbiamo anche avuto una nuova esperienza della presenza del Signore, della sua bontà, della sua forza».

Nel pomeriggio del 13 febbraio 2013, l'ultima sferzata. Mercoledì delle Ceneri, inizio di Quaresima. «"Non esporre la tua eredità al ludibrio e alla derisione delle genti. Perché si dovrebbe dire fra i popoli: “Dov’è il loro Dio?”. Questa preghiera ci fa riflettere sull’importanza della testimonianza di fede e di vita cristiana di ciascuno di noi e delle nostre comunità per manifestare il volto della Chiesa e come questo volto venga, a volte, deturpato. Penso in particolare alle colpe contro l’unità della Chiesa, alle divisioni nel corpo ecclesiale. Vivere la Quaresima in una più intensa ed evidente comunione ecclesiale, superando individualismi e rivalità, è un segno umile e prezioso per coloro che sono lontani dalla fede o indifferenti».

La solitudine, infine. La solitudine che spesso caratterizza chi segue Cristo e che porta i Pastori ad attraversare il deserto dell'incomprensione, della derisione, dell'abbando0no, del tradimento. Ne parlò esplicitamente nell'omelia della Messa d'inizio pontificato, domenica 24 aprile 2005 («La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi»). E la solitudine, animata dalla preghiera, dal confronto con la coscienza, ha connotato anche la scelta estrema della rinuncia, delle dimissioni: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino».

Non a caso di Benedetto XVI si ricorderà la forza (autentica e rocciosa, ancorché nascosta) di un Papa fragile

Alberto Chiara
 
© Famiglia Cristiana, 14 febbraio 2013
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