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La Giornata mondiale. Consacrati, la Chiesa non può stare senza

Oggi la preghiera per i religiosi e le religiose, nella festa della presentazione di Gesù al tempio. La Messa celebrata dal Papa nella Basilica di San Pietro

«Che sarebbe del mondo se non vi fossero i religiosi?» si chiedeva santa Teresa d’Avila nel suo Libro della vita. «Ecco una domanda – commentava Giovanni Paolo II – che ci spinge a rendere incessantemente grazie al Signore, il quale con questo singolare dono dello Spirito continua ad animare e sostenere la Chiesa nel suo impegnativo cammino nel mondo». Il Papa santo scriveva queste considerazioni nel messaggio per la prima Giornata mondiale per la vita consacrata, da lui voluta e celebrata il 2 febbraio 1997, nella festa in cui si fa memoria della presentazione che Maria e Giuseppe fecero di Gesù al tempio «per offrirlo al Signore». Iniziativa che non si è più interrotta da allora, per cui oggi è la volta della Giornata mondiale numero 22, e l’attuale Pontefice, un religioso, ne sottolineerà l’importanza presiedendo la celebrazione eucaristica alle 17.30 nella Basilica di San Pietro.

«Sono migliaia i consacrati e le consacrate in tutto il mondo che accolgono il dono della vocazione con gioia e disponibilità nei molteplici carismi, che nella loro vita cercano il volto di Dio, impegnandosi a costruire la pace e la fraternità, nonostante le difficoltà» si legge in un comunicato della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. «Viviamo un momento della storia umana bisognosa di un senso vocazionale della vita – sottolinea il cardinale João Braz de Aviz, prefetto del dicastero – a noi serve un progetto, una fonte di senso esistenziale, carico di gioia e di speranza. Noi consacrati fin dall’esperienza battesimale, inseriti nella vita di Dio e nella sua famiglia, la Chiesa, siamo eredi del patrimonio vocazionale e carismatico della Chiesa e sentiamo la gioia e il dovere di custodirlo e promuoverlo».

Giovanni Paolo II aveva assegnato a questa Giornata mondiale un triplice scopo. Il primo era «lodare più solennemente il Signore e ringraziarlo per il grande dono della vita consacrata», perché «non dobbiamo mai dimenticare che la vita consacrata, prima di essere impegno dell’uomo, è dono che viene dall’Alto». Il secondo scopo era «promuovere la conoscenza e la stima per la vita consacrata da parte dell’intero popolo di Dio», perché «come ha sottolineato il Concilio (Lumen gentium, 44) e io stesso ho avuto modo di ribadire [...] la vita consacrata “più fedelmente imita e continuamente rappresenta nella Chiesa la forma di vita che Gesù, supremo consacrato e missionario del Padre per il suo Regno, ha abbracciato ed ha proposto ai discepoli che lo seguivano”». Il terzo scopo era infine invitare le persone consacrate a «celebrare congiuntamente e solennemente le meraviglie che il Signore ha operato in loro», quindi «a ritornare alle sorgenti della loro vocazione, a fare un bilancio della propria vita, a confermare l’impegno della propria consacrazione». «C’è davvero una grande urgenza che la vita consacrata si mostri sempre più piena di gioia e di Spirito Santo – concludeva Wojtyla – si spinga con slancio sulle vie della missione, si accrediti in forza della testimonianza vissuta». Un’urgenza che non è certo venuta meno.

Andrea Galli

© Avvenire, venerdì 2 febbraio 2018

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