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La scuola «ignorante»

Un grido d’allarme, dettato «da un grande amore per la scuola», ma venato da «una difficoltà crescente a guardare con speranza al futuro». Non nasconde il proprio pessimismo Graziella Priulla, ordinario dei Sociologia dei processi culturali nella facoltà di Scienze politiche all’Università di Catania, per la situazione in cui versa la scuola italiana. Ma anche per il suo avvenire.

Lo fa mettendo nero su bianco un’analisi oggettiva, quanto spietata, della situazione attuale. E non a caso questa sua fatica (che sarà in libreria da lunedì 17 ottobre e sarà presentato ufficialmente a Bologna il 21 ottobre) si intitola L’Italia dell’ignoranza (Franco Angeli editore, 207 pagine, 23 euro) con un sottotitolo anch’esso molto esplicito «Crisi della scuola e declino del Paese».

«Una frase, quest’ultima – precisa l’autrice –, che vuole sottolineare come esista un nesso tra i due aspetti. Non proprio causa ed effetto, ma correlazione sì». Scorrendo le pagine del volume emerge un quadro davvero critico dello stato in cui versa la scuola nel nostro Paese, tanto che ci si domanda se non siamo davanti a «una vera e propria Caporetto». Di certo, denuncia l’autrice, «la scuola non è una priorità nazionale». Anzi molti «pontificano sulla scuola senza essere mai entrati in una classe». E se questo non bastasse la scuola «credibile e rispettata finché fu sostenuta da un elevato consenso sociale, da valori condivisi dalle autorità politiche, da quelle scolastiche, dalle famiglie e dai docenti», oggi appare «indebolita» anche per la scomparsa «di questa trama di relazioni» che la sosteneva.

Impietose le numerose inchieste e indagini internazionali e nazionali, a cui anche i nostri studenti di ogni ordine e grado si sono sottoposti, mostrano risultati che ci pongono spesso in fondo alle classifiche o lontane dai risultati di altre Nazioni con cui vorremmo competere. Qualche esempio? Secondo il rapporto Ocse solo il 14% della popolazione italiana ha una laurea contro una media Ocse del 28% (il doppio); nella popolazione sotto i 35 anni in Italia ci sono 64 diplomati su 100, contro gli 85 della Germania, gli 80 della Francia, e i 72 della Grecia.

Eppure nonostante questo quadro desolante, non si assiste a una reazione dell’opinione pubblica. «Siamo afflitti dal realismo degli sconfitti – scrive nel suo libro Graziella Priulla –. La parola chiave è abitudine. Anche le cose più inconcepibili vengono digerite, assorbite, metabolizzate senza difficoltà, nell’acquiescenza di gran parte dell’opinione pubblica. Lo sdegno non va più di moda». Sembra quasi che «sia scontato che il sistema scolastico fallisca nel suo compito educativo». Una assuefazione che la professoressa Priulla proprio non riesce a digerire. «Mi preoccupa moltissimo questo atteggiamento dell’opinione pubblica, e dei genitori in particolare – spiega –. Non sembrano accorgersi della situazione, ma anche se questo avvenisse sembra che prevalga inevitabile l’abitudine, l’accettazione della situazione stessa». Insomma il «realismo degli sconfitti». Ma tutto questo sembra non lasciare alcuno spazio alla speranza per il futuro.

E la stessa autrice non ne nutre moltissima. «Non basta la buona volontà, e non credo negli slanci missionari. Nel corso dell’ultimo mezzo secolo sono stati immessi nelle scuole migliaia di docenti che non hanno mai studiato dal punto di vista didattico la materia di cui si devono occupare, e che non sono mai stati abituati a riflettere sulle proprie modalità di insegnamento, di comunicazione, di "pubblic speaking"», del parlare a una platea, che è la scolaresca.

Ma la colpa «non è solo dei docenti» precisa subito Graziella Priulla. Le responsabilità sono di molti soggetti (dirigenti, politici, famiglie, studenti), e finché «non ci sarà nuovamente voglia di rimettersi davvero in gioco, la situazione non appare in grado di subire un’inversione di tendenza». «Non accadrà nulla – scrive ancora nel capitolo finale la docente – finché non si prenderà ufficialmente atto che per troppi adolescenti la scuola oggi non è il luogo della curiosità e della movimentazione di idee, ma quello obbligatorio in cui alcune nozioni, dopo che qualche ignoto parruccone le ha classificate chissà quando e chissà perché, stagionano e muffiscono».

Insomma «il più grave problema che la scuola deve affrontare è la sua assenza sia dai mondi vitali dei singoli sia dall’orizzonte complessivo della società». E così la scuola, per la professoressa Priulla, diventa «uno dei banchi di prova della lunga stagione della fallimentare transizione italiana. Ogni volta che cambia governo ci si accinge a cambiare l’istruzione e le sue regole. Un cantiere in perpetua ristrutturazione, una sperimentazione istituzionale su cavie umane che ha esasperato gli insegnanti ed accentuato la demotivazione degli studenti e delle loro famiglie».

Dunque è tutto perduto? «Non sono ottimista per natura – risponde Graziella Priulla –, ma osservando la situazione in cui opera oggi la scuola italiana non riesco a trovare spunti di speranza a cui aggrapparsi». Però «mi auguro che la lettura di questo libro possa scuotere l’opinione pubblica, che fino ad ora è apparsa apatica. È il mio modo per non darmi per vinta». Una speranza che «L’Italia dell’ignoranza» possa riprendere la via virtuosa del saper educare le nuove generazioni.
 

Enrico Lenzi

© Avvenire, 13 ottobre 2011

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