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Le oscenità su Cristo dell'Arcigay: archiviare non si può

Un manifesto blasfemo per il pm non aveva intenzione di offendere. Ma ciò non rende giustizia alla fede dei cristiani, alla religione e al comune sentire dei cittadini

Alle parole e alle immagini possiamo far dire tutto e il contrario di tutto. Usarle per comunicare o abusarne per offendere. Ognuno è responsabile delle parole che pronuncia e delle immagini che sceglie e realizza. Un conto però sono le parole che escono dalla bocca di un semplice cittadino altra cosa sono quelle scolpite nelle carte di una Procura. Dalle parole di un magistrato – che si facciano o meno sentenza definitiva, l’abbiamo dovuto imparare – dipende il buon nome e la sorte di un individuo, di una famiglia, la fiducia o la sfiducia di tanti nella giustizia di un Paese. Giustizia che è bene grande, magistrati che sosteniamo perché portano il peso di saper custodire – da onesti e saggi servitori della legge – quel gran bene e di diffonderlo nel nome e nel genuino interesse del popolo.

Sono passati tre anni da quando a Bologna, un circolo omosessuale legato all’Arcigay, il Cassero, pubblicò un annuncio su facebook per pubblicizzare una festa. Questi concittadini e fratelli che sempre lamentano offese e discriminazioni anche quando non ci sono, pensarono bene di pubblicare una locandina che ritraeva tre giovani travestiti da Gesù e i due ladroni intenti a mimare atti sessuali tra loro servendosi di una croce. Non occorreva allora, e non occorre oggi, essere particolarmente sensibili o santi per avvertire una grande pena e un pugno nello stomaco.

Si è liberi di credere o non credere che l’Uomo di Nazaret sia il figlio di Dio, ma a nessuno, mai, è permesso di irridere, scimmiottare, schernire la fede di due miliardi di persone, cristiani di ogni confessione, che su di Lui e sulla sua Parola hanno fondato la loro vita. In un momento in cui centinaia di migliaia di nostri fratelli di fede vengono perseguitati, imprigionati, torturati e uccisi in diverse parti del mondo, in Italia il cristianesimo, da parte di qualcuno, viene fatto oggetto di osceno scherno. Solo un antipatico incidente, cui rimediare chiedendo scusa, o invece l’Arcigay aveva altro cui mirare? Beh, che non si trattasse di un incidente ci pensarono gli stessi ideatori a farcelo sapere: «Quel gesto – dissero – rappresenta una liberazione rispetto a un simbolo che quelle persone percepiscono come oppressivo». Loro, quindi, volevano davvero «dissacrare o irridere un simbolo religioso». Intenzioni chiare, e dichiarate.

Si può e si deve discutere su come mai il simbolo dell’Amore senza limiti possa apparire a qualcuno simbolo di oppressione, ma questa è un’altra storia. La cosa che conta è che l’immagine era, ed è, scioccamente violenta, e obbrobriosa oltre ogni dire. Allora, coloro che su quella croce «unica speranza» hanno inchiodato la loro vita abbassarono la testa e pregarono, ripetendo le parole che il Maestro pronunciò proprio dall’alto del legno: «Padre perdonali perché non sanno quel che fanno». Allora, il cardinale Caffarra, arcivescovo di Bologna, protestò energicamente e con lui tanti italiani, anche non credenti. Allora, alcuni consiglieri comunali e regionali, denunciarono il fatto alla magistratura. Siamo in Paese civile e democratico. Ci fidiamo delle leggi. Crediamo che a ogni diritto faccia riscontro un dovere ben preciso. Ci rifiutiamo di cadere nella trappola dei diritti inventati da esperti a tavolino per pochi fortunati. Ci ribelliamo all’idea che la legge, uguale per tutti, per qualcuno sia più uguale che per altri.

E ora veniamo a sapere che un pm, Morena Plazzi, ha chiesto di archiviare il caso. Si trattò, argomenta, di «espressioni, in forme certo criticabili per la qualità dei contenuti umoristici-satirici, delle istanze culturali e sociali promosse dall’associazione». Il paravento della satira, ancora una volta, permette di insultare impunemente. Non ci sarebbe stata, dunque, alcuna intenzione ideologicamente offensiva, nonostante essa fosse scandita nelle stesse parole scelte dai portavoce dell’Arcigay bolognese. Sembra che il magistrato ci stia venendo a dire: «I ragazzi stavano giocando...».

E che insista: «Su non ve la prendete, non è successo niente, ci sono cose ben più importanti cui pensare. Chiudiamo la questione e andiamo avanti». No, non conviene. Questa archiviazione, se davvero ci sarà, promette di non rendere giustizia alla fede dei cristiani, alla religione in quanto tale e al comune sentire dei cittadini. Non conviene alla magistratura e nemmeno ai concittadini e fratelli omosessuali quando lamentano l’omofobia. E non servono terribili “punizioni”, serve la pura e semplice sanzione del rispetto. Perché chiunque mentre reclama per sé rispetto e diritti deve dimostrare rispetto e senso del dovere. La nostra storia, la nostra cultura, la religione di miliardi e miliardi di credenti, la fede dei cristiani meritano di essere rispettati. Sempre. Da chiunque. Al di là di qualsiasi opinabile pre-giudizio, in toga e no.

Maurizio Patriciello

© Avvenire, sabato 4 marzo 2017

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