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Le sue battaglie contro il radicalismo

​Da Buenos Aires a Rosario, da Santa Fé a Mendoza, l’Argentina è scesa in piazza per festeggiare il primo Papa sudamericano nella storia della Chiesa. Il nuovo Papa gesuita ha fatto gioire soprattutto quell’ampia parte di cattolici di origine italiana che si identificano nel suo difficile passato di immigrato.

L’Argentina è un Paese simbolo della crisi in cui si dibattono da sempre molte nazioni dell’America Latina, il continente che ha la maggior concentrazione di cattolici del mondo (circa il 45%). Nonostante la crescita del Prodotto interno lordo di alcuni Paesi e il boom economico brasiliano, l’Argentina del nuovo Pontefice è vittima, come il Venezuela del defunto comandante Chávez o la Bolivia di Evo Morales, di un populismo ancora pericoloso non solo per lo Stato di diritto, ma per la stabilità economica.

Il Paese, che si era parzialmente ripreso dalla bancarotta del 2001 durante la presidenza di Nestor Kirchner, marito defunto dell’attuale capo del governo Cristina Kirchner, con l’arrivo della recessione mondiale è di nuovo piombato nella crisi economica nonostante i dati ufficiali mostrino un successo dietro l’altro. Due sono i fattori più preoccupanti: l’enorme debito internazionale, che sfiora gli 80 miliardi di euro ed è pari quasi al 50% del Pil (prodotto interno lordo); e il tasso di inflazione, che per il governo è contenuto appena sopra il 10% ma secondo gli organi internazionali supera il 25%.

Il popolo aveva scelto Cristina Kirchner come prima signora d’Argentina al posto del marito Néstor per risollevare il Paese dal crack del 2001, dopo che gli ex presidenti liberisti Carlos Saul Menem e Fernando de la Rua avevano – secondo lei –, «privatizzato tutte le aziende dello Stato a prezzo di saldo». Ancora più radicale del defunto compagno (mancato nel 2010 e presidente fino al 2007), la primera dama ha dimostrato una forte ostinazione e una certo attaccamento al potere, potere che cerca di esercitare sempre facendo leva sul tracotante nazionalismo argentino.

Per la sua guerra alle multinazionali e agli "invasori stranieri", dalla nazionalizzazione delle compagnia petrolifera Repsol alla disputa con gli inglesi sulle isole Falkland, la Signora Cristina ha speso ed è disposta a spendere fiumi di pesos. «Dobbiamo difendere il nostro Paese, ma soprattutto la nostra dignità di argentini e sudamericani», ammonisce in ogni occasione. Se necessario, in nome della dignità nazionale, la presidente è disposta anche a bluffare. Sia sui conti pubblici sia sulla reale salute economica del Paese.
La bugia più grossa della Casa Rosada (il Quirinale di Buenos Aires) è quella che riguarda proprio l’indice dell’inflazione. A detta del governo, il 2012 si è chiuso con l’inflazione pari al 10,8%. Ma, da mesi, gli istituti di ricerca privati e stranieri la indicano attorno al 25%, per alcuni addirittura al 30%: la più alta dell’America Latina. Poi c’è il Prodotto interno lordo (Pil), che in 10 anni, dal default del 2001, è risalito di oltre il 90% (il doppio del Brasile).

In questo quadro, la povertà ha continuato ad essere, soprattutto per la Chiesa cattolica, una preoccupazione fondamentale. Secondo gli organismi internazionali i poveri oggi ancora rappresentano circa il 30% della popolazione argentina, ma sono meno del 9%, secondo il governo. Per la sua battaglia contro le disuguaglianze sociali e contro «la corruzione e il malcostume politico che rappresentano uno schiaffo contro la povera gente», il cardinale Bergoglio si è attirato più volte le ire della Casa Rosada. Anche per questo, la relazione della famiglia Kirchner con la Chiesa cattolica è stata contrassegnata da momenti di forte tensione.
Il defunto Néstor arrivò a puntare il dito contro l’allora cardinale e arcivescovo di Buenos Aires incolpando «di essere il vero rappresentante dell’opposizione». Con la «primera dama» i rapporti raggiunsero l’apice della tensione a causa della legge che permette i matrimoni omosessuali. Il cardinale fu allora il più ostinato oppositore al progetto che, nonostante gli sforzi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, divenne successivamente realtà.

Altri forti contrasti si ebbero poco dopo l’elezione di Néstor Kirchner, nel 2003. Dopo appena due anni, il ministro della Sanità Ginés González García dichiarò il suo incondizionato appoggio alla legalizzazione dell’aborto. Per il nuovo Pontefice, fu un’altra battaglia difficile. Néstor Kirchner non appoggiò né criticò il sostegno manifestato dal ministro e, successivamente, sotto forte pressione, affermò che la legge dell’aborto non sarebbe stata alterata durante il suo mandato.

Sembrava una battaglia finalmente vinta. La Chiesa cattolica ebbe precise garanzie anche successivamente, dalla presidente Kirchner, che durante la campagna elettorale del 2007 si dichiarò contro l’aborto. Per poi, però, aprire la strada a un’inversione di marcia. «Non credo che chi vuole la depenalizzazione dell’aborto ne sia a favore: questa sarebbe una semplificazione», spiegò in modo ambiguo. E nel 2011, dopo vent’anni di lungo dibattito, la Comisión de Legislación Penal de la Cámara de Diputados, stabilì a maggioranza la legalità dell’interruzione di gravidanza entro la dodicesima settimana di gestazione. Sono poi seguite le aperture sulle nozze gay.

Gherardo Milanesi
 
© Avvenire, 14 marzo 2013
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