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L'Italia, ostaggio del proprio debito

L'Italia è oramai nel mirino della speculazione. All'origine della situazione il peso del nostro debito pubblico. Rispondendo a dieci domande si spega dettagliatamente genesi, attualità e conseguenze del nostro debito.

1  Che cos’è il debito pubblico?
Formano il debito pubblico di una nazione l’insieme delle passività dell’amministrazione centrale, degli enti locali, degli istituti di previdenza pubblica. Calcolato secondo criteri europei (stabiliti nel codice Sec95), il debito pubblico italiano è per il 93% debito dell’amministrazione centrale e per il 7% degli enti locali. La fetta più grossa del debito è rappresentata dai titoli di Stato (l’84% del totale), il resto consiste in moneta stampata (l’8%) e in prestiti concessi da istituzioni finanziarie monetarie.

2  Perché il debito pubblico italiano è così elevato?
In effetti il debito pubblico italiano è tra i più alti del mondo. A maggio (secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia) ammontava a 1.897 miliardi di euro, il quarto del pianeta dopo quelli di Stati Uniti, Giappone e Germania. Il confronto tra debiti pubblici però si fa tradizionalmente rapportando l’ammontare al Pil. In questo caso, con un rapporto debito/Pil al 119% a fine 2010, il passivo italiano è l’ottavo più pesante del mondo. È il risultato di molti anni in cui lo Stato ha chiuso il bilancio con una spesa pubblica superiore alle entrate (anni di deficit), indebitandosi per compensare questo squilibrio.

3  In quali anni il debito pubblico italiano è aumentato di più?
Nei suoi 150 anni di storia l’Italia ha spesso faticato a mantenere in equilibrio il suo bilancio pubblico. Si tendono ad individuare quattro grandi fasi di accumulazione di debito pubblico: la prima verso la fine dell’Ottocento, per finanziare le guerre coloniali (il debito toccò il 120% del Pil); la seconda e la terza sono coincise con il primo e il secondo conflitto mondiale e le spese militari collegate (ma dopo la seconda guerra mondiale gran parte del debito italiano fu cancellato); la quarta va dal 1983 al 1996. È quella più complicata da interpretare ma anche quella più attuale, perché è soprattutto il debito di quegli anni che pesa sull’Italia di oggi. Da notare, comunque, che il nostro rapporto debito Pil era al 34% nel ’70, arrivò al 62% nel ’80 e al 95% nel ’90 fino a toccare il massimo (121,8%) nel ’94. Negli anni successivi si avviò una graduale riduzione (fino a un minimo del 103,6% nel 2007) interrotta dalla caduta del Pil per effetto della crisi.

Sotto quali governi è aumentato di più il debito?
Non è semplice individuare le precise responsabilità nell’aumento impressionante del debito pubblico nazionale: per effetto degli interessi che si accumulano, il debito pubblico tende ad aumentare in maniera non lineare ma esponenziale e le scelte economiche di un governo non hanno effetti immediati ma si trascinano negli anni a venire. Si può sicuramente dire che i governi degli anni Settanta e Ottanta non esitarono a finanziare a debito la crescita del Paese: il debito aumentava a una media del 20% all’anno negli anni Ottanta e addirittura del 25% negli anni Settanta. Da notare, però, che fino al 1983 l’Italia riusciva a ottenere prestiti a tassi inferiori all’inflazione, e quindi l’indebitamento era profittevole. Una condizione di vantaggio resa impossibile da un contesto internazionale cambiato dalle politiche reaganiane degli anni Ottanta. Il problema del debito è diventato evidente con i governi degli ultimi due decenni, che hanno però drasticamente ridotto il ritmo di aumento del passivo statale: +3,5% all’anno, in media, negli anni 2000, +5,5% negli anni Novanta.

Perché lo Stato continua a indebitarsi?
Il principale motivo per cui l’Italia continua a indebitarsi è stata l’assenza, negli ultimi venticinque anni, di un piano efficace di ridimensionamento del debito. C’è da dire che l’Italia non sta spendendo più di quanto riesca a incassare. Se si fa una media degli ultimi 10 anni il saldo primario dei conti pubblici è generalmente positivo (attorno a un +1% del Pil). Diventa però negativo (con un deficit medio dell’1,2%) a causa del costo degli interessi sul debito pubblico, che ammontavano a 71 miliardi nel 2010 e che, nelle stime del ministero del Tesoro, aumenteranno nei prossimi anni fino a pesare per 96 miliardi nel 2014. Nei piani del governo, presentati con la manovra, l’Italia smetterà di indebitarsi, cioè chiuderà il bilancio almeno in pareggio (inclusi gli interessi sul debito), nel 2014.

Quanti soldi chiederà in prestito l’italia quest’anno?
Il Tesoro non comunica in anticipo le emissioni di nuovo debito di un anno. Ma il dipartimento del debito pubblico guidato da Maria Cannata, che coordina la gestione del passivo, ha spazi di manovra ristretti. Durante l’intero 2011 scadono 348 miliardi di euro di titoli di Stato (194 miliardi di Bot, 87 miliardi di Btp, 30 miliardi di Cct e 37 miliardi di Ctz) e il governo conta di chiudere l’anno con un deficit di bilancio al 3,9% del Pil, circa 62 miliardi. Sono questi gli ordini di grandezza del necessario nuovo indebitamento italiano. Il Tesoro, con le aste di titoli pubblici della prima metà dell’anno, ha comunque già raccolto circa 275 miliardi di euro.

Ma non bastano le tasse, il sistema fiscale, a finanziare la spesa del Paese?
Basterebbero quasi, se in passato non ci fossimo indebitati. Prendiamo un anno difficile come il 2010 che si è appena chiuso. Lo Stato ha speso 392,9 miliardi di euro tra stipendi dei suoi dipendenti, consumi intermedi, trasferimenti alle amministrazioni pubbliche (dagli enti locali alla sanità) e altre spese. Ma ha anche incassato 350 miliardi di tasse e, con altre entrate di vario tipo, è riuscito a fare entrare nelle casse pubbliche 391 miliardi. Il risultato sarebbe stato un deficit molto piccolo, pari a 1,7 miliardi (lo 0,1% del Pil). Ma alle uscite vanno aggiunti interessi per 67 miliardi e mezzo. Il risultato è stato un deficit totale di poco meno di 70 miliardi, il 4,8% del Pil.

8  Chi stabilisce i tassi di interesse sul debito?
Sono gli aspiranti creditori a decidere a che prezzo prestare soldi a una nazione. Quando un ministero dell’Economia avvia un’asta di titoli pubblici gli investitori fanno pervenire le loro offerte (attraverso le banche abilitate) alla Banca d’Italia, che gestisce l’operazione. Propongono l’acquisto di una certa quantità di titoli di Stato a un determinato interesse. Chi chiede interessi inferiori ha la priorità. Il rendimento finale si determina facendo la media ponderate degli acquisti completati.

Chi sono i creditori dell’Italia?
Sono banche italiane e straniere, fondi, piccoli investitori. Se si guarda ai soli titoli di Stato, che come si è visto rappresentano la grande maggioranza del debito, i creditori dell’Italia sono per lo più stranieri, ma con un vantaggio abbastanza ridotto: il 52% contro il 48% del debito in mani domestiche. Gli stranieri non sono tenuti a dichiarare le loro partecipazioni. Secondo alcune fonti il 36% dei titoli italiani appartiene a istituti francesi, il 12% a tedeschi e il 4% è nel Regno Unito. Ma altre fonti recenti dicevano che la Banca centrale cinese aveva il 13% del nostro debito. Di sicuro c’è che i tanti piccoli risparmiatori che comprano titoli di Stato nazionali sono nella stranda condizione di chi è nello stesso tempo debitore (indirettamente) e creditore (direttamente) di se stesso.

10 Cosa accadrebbe se l’Italia non fosse in grado di pagare il debito?
Il rischio di un’insolvenza sul debito pubblico italiano resta molto remoto. Ma se davvero i mercati iniziassero a chiedere interessi troppo alti al nostro Paese (la soglia da non superare è attorno al 7% sui decennali, oggi siamo al 5,7%) probabilmente l’Europa tenterebbe la complicatissima strada di un piano di aiuti per evitare la caduta della terza economia della zona euro. L’insolvenza italiana, che trascinerebbe il Paese nella crisi economica più dura della sua storia, quasi certamente segnerebbe la morte della moneta unica europea.

Pietro Saccò
© Avvenire, 28 luglio 2011
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