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Mamme, che errore «indossare» ruoli maschili

Non siamo maschio e femmina per un caso biologico. C’è un particolare che non deve essere sfuggito ai più attenti osservatori: nella specie umana sono gli esemplari di sesso femminile a riprodurre la vita.

Dopo nove mesi – dicono le ricerche più sofisticate – il cucciolo viene alla luce; poi per sei mesi avrà bisogno esclusivamente del latte materno (a quello servono le protuberanze anteriori degli esemplari). Inoltre dovrà imparare a camminare, parlare e molte altre cosucce di non secondaria importanza, tipo "chi sono" e "che senso ha la mia vita". Se la madre starà lontana da lui almeno dieci ore al giorno, contato che una dozzina il pupo le dorme, sarà qualcun altro a occuparsi di lui.

La notizia risulta forse un po’ troppo dirompente alle paladine della scalata delle donne al potere. Ma, come spesso accade, la verità è semplice, ed è sotto i nostri occhi. Se le donne smettono di essere mamme la specie umana si estingue. Nel suo disegno, Dio – che vuole che l’uomo viva – ha fatto sì che la femmina svolgesse questo suo compito con gioia e gratificazione vera, piena, traboccante, come potranno confermare tutte le donne che ci sono passate. Per questo continuano a farlo, nonostante l’abbondanza di mezzi per evitarlo.

Ora questa banale verità viene definita da chi fa opinione «uno stereotipo di genere» (mi raccomando, «genere»: le parole "sesso", e tanto più "maschio" e "femmina" sono scorrette), contro il quale certi polemici figli di Montesquieu, che nel 1748 invitava a cambiare i costumi della società facendone evolvere le rappresentazioni e i comportamenti, lanciano instancabili attacchi ormai quotidiani: dall’asilo in Svezia in cui è proibito dire "lui" o "lei" ai bambini – obbligatorio il pronome neutro – all’invito di Veronesi all’amore puro, non strumentale alla procreazione (cioè quello omosessuale), solo per dire le due più ridicole sentite negli ultimi giorni.

Martedì sono state approvate definitivamente le «quote rosa»: tutte le aziende presenti in Borsa dovranno avere dal 2015 almeno un terzo di donne nei consigli di amministrazione. Nello stesso giorno sono stati diffusi i risultati di una imponente ricerca a livello europeo della società Nielsen: «La donna italiana è ancorata a schemi mentali tradizionali: ben il 52% delle donne pensano di essere più portate a occuparsi dei figli». Ma guarda che strano. Il dato veniva presentato con sgomento da (quasi) tutti i giornali italiani (mentre le donne in carne e ossa che conosciamo la trovano senz’altro un’ovvietà).

Sceme noi che non siamo corse a procurarci – come le giapponesi – la pancia finta da applicare sul ventre del consorte, in modo che anche lui sia "incinto" insieme a noi. Perbacco, che sia tutto a metà… Stolte le donne che dicono all’uomo che può andare a lavorare fuori, che ce la caviamo benissimo con i neonati. Guai! Se lo sanno le maestre dell’asilo nido (altro dogma intoccabile) lo fanno nero, quel padre che va a lavorare senza aver fatto fare il ruttino al pupo.

La questione è che non siamo maschio e femmina per un puro accidente biologico, ma siamo diversi in ogni più intima fibra del nostro essere, e chi chiede le "pari opportunità" secondo certa corrente vulgata, ben lontana dall’essere una guerriera coraggiosa, dimostra invece scarsa personalità. Chiede di essere accolta in un mondo maschile, con regole, tempi, modi maschili. E sbaglia l’obiettivo della battaglia.

Le donne che comunque vogliono, o spesso devono, dare un contributo alla società lavorando anche fuori di casa farebbero meglio a combattere perché il loro essere mamme non sia messo tra parentesi. Che non venga detto loro «puoi lavorare, ma io dei tuoi problemi a casa non voglio sapere; puoi, anzi, dal 2015 devi essere nel consiglio di amministrazione, però le riunioni saranno fiume, fino a sera inoltrata». E adesso tu, lavoratrice moderna e al passo coi tempi, che figura ci fai se dici che vuoi preparare di persona almeno un pasto ai tuoi bambini?

 
Costanza Miriano
© Avvenire, 1 luglio 2011
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