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Messaggio Cei 1° maggio. «Lavoro è un'emergenza». Galantino: non si abbandoni Alitalia

Il segretario generale della Cei, Nunzio Galantino nel presentare il messaggio per la festa del lavoro è intervenuto a margine su Alitalia: «Non si chiami fuori chi rifiutò l'alleanza con AirFrance»

«I veri speculatori non sono solo coloro che con gli immigrati disonestamente fanno soldi, con il caporalato, ma anche coloro che pronunciano frasi come 'gli immigrati tolgono il posto agli italiani': questo refrain non è vero, lo dicono tutte le indagini in materia», ha spiegato il segretario generale della Cei, a margine della presentazione del messaggio per la giornata del 1° maggio. Sulla polemica innescata dalle dichiarazioni di Luigi Di Maio (M5S) sul ruolo delle ong in materia di immigrazione Galantino ha affermato che «le ong salvano vite»: «Non bisogna confondere chi aiuta con chi sfrutta» i migranti. «Se si hanno nomi, e non nessun motivo per credere che il procuratore di Catania (secondo il quale ci sarebbero contatti tra le ong e gli scafisti, ndr) li abbia, bisogna farli subito, altrimenti si fa confusione e chi vuole pescare nel torbido lo farà».

Galantino: chi disse no all’alleanza con Air France-Klm oggi non può “tirarsi fuori”

Anche sulla vicenda di Alitalia sono arrivate le domande dei giornalisti, a cui monsignor Galantino ha risposto ricordando che «oggi sull'Alitalia bisogna andare a rileggersi quello che fu detto quando si rifiutò l'alleanza con Air France e Klm. Allora si disse: 'stiamo attenti, perché in nome dell'italianità si sta mettendo una brutta pezza a colori che prima o poi pagheremo'. Allora di difendeva l'italianità, ora non so cosa si può più difendere». Chi non risolse i problemi allora - ha denunciato Galantino - non può tirarsi fuori, ha reso molto più complicata la situazione». In merito al risultato del referendum tra i dipendenti, il segretario Cei si è richiamato a quanto scritto da Avvenire nell'editoriale di prima pagina, firmato da Francesco Riccardi: «Se si usano criteri razionali è difficile comprendere quel 67% di No all'accordo - ha detto - ma bisogna andare a chiedere a loro, a cosa paventano con il loro No. Inoltre - ha aggiunto - spaventa il difetto generale di responsabilità, l'obnubilamento generale, questa sorta di fatalismo. E mi metto anche nei panni del governo».

 

I vescovi: il lavoro resta un'emergenza per l'Italia

«Nonostante la lieve inversione di tendenza registrata negli ultimi anni, il lavoro rimane un'emergenza nazionale». È quanto si legge nel messaggio per il primo maggio, festa del lavoro, firmato dalla Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro e presentato dal segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino. «Il lavoro - scrivono i vescovi italiani - ha una tale profondità antropologica da non poter venire ridotto alla sola, pur importante, dimensione economica”, ma “è sempre associato al senso della vita».

«Il lavoro - scrivono i vescovi italiani - ha una tale profondità antropologica da non poter venire ridotto alla sola, pur importante, dimensione economica”, ma “è sempre associato al senso della vita». Nell'anno in cui si svolgerà la 48ª Settimana Sociale dei cattolici italiani – a Cagliari dal 26 al 29 ottobre, sul tema “Il lavoro che vogliamo: ‘libero, creativo, partecipativo e solidale’ (EG n. 192)” – i vescovi evidenziano l’alto tasso di disoccupazione del nostro Paese (attorno al 12%, con punte vicine al 40% tra i giovani e vicino al 20% al Sud).

 

 

Pubblichiamo di seguito il testo integrale:

Il lavoro costituisce una delle frontiere dell’evangelizzazione sin dagli inizi del cristianesimo. In questa direzione si muove la preparazione della prossima Settimana Sociale dei cattolici italiani che si svolgerà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre col tema: Il lavoro che vogliamo: “libero, creativo, partecipativo e solidale” (EG n. 192). Il testo paolino ci richiama a due aspetti che valgono anche nelle attuali circostanze: il tema della giustizia e del senso del lavoro.
Tra le sfide che caratterizzano la nostra situazione constatiamo un tasso di disoccupazione ancora troppo alto (attorno al 12%, con punte vicine al 40% tra i giovani e vicino al 20% al Sud); 8 milioni di persone a rischio di povertà, spesso a causa di un lavoro precario o mal pagato, più di 4 milioni di italiani in condizione di povertà assoluta. Nonostante la lieve inversione di tendenza registrata negli ultimi anni, il lavoro rimane un’ emergenza nazionale. Per tornare a guardare con ottimismo al proprio futuro, l’Italia deve mettere il lavoro al primo posto.


Al di là dei numeri, sono le vite concrete delle persone ciò che ci sta a cuore: ci interpellano le storie dei giovani che non trovano la possibilità di mettere a frutto le proprie qualità, di donne discriminate e trattate senza rispetto, di adulti disoccupati che vedono allontanarsi la possibilità di una nuova occupazione, di immigrati sfruttati e sottopagati.
La soluzione dei problemi economici e occupazionali – così urgente nell'Italia di oggi – non può essere raggiunta senza una conversione spirituale che permetta di tornare ad apprezzare l’integralità dell’esperienza lavorativa.
C’è prima di tutto una questione di giustizia. Se il lavoro oggi manca è perché veniamo da un’epoca in cui questa fondamentale attività umana ha subito una grave svalorizzazione. La “finanziarizzazione” dell’economia con lo spostamento dell’asse degli interessi dal profitto derivante da una produzione in cui il rispetto del lavoratore era imprescindibile alla crescita dei vantaggi economici provenienti dalle rendite e dalle speculazioni, ha reso il lavoro quasi un inutile corollario. Inoltre, lì dove il lavoro ha continuato ad essere centrale nella produzione della ricchezza, non è stato difeso dallo sfruttamento e da tutta l’opacità cercata da chi ha voluto fare profitto senza rispettare chi gli ha consentito di produrre.
Questo paradigma con le sue storture si rivela sempre meno sostenibile.
Non sarà possibile nessuna reale ripresa economica senza che sia riconosciuto a tutti il diritto al lavoro e promosse le condizioni che lo rendano effettivo (Costituzione Italiana, art.4). Combattere tutte le forme di sfruttamento e sperequazione retributiva, rimane obiettivo prioritario di ogni progresso sociale.


C’è poi una seconda questione legata al senso del lavoro. Il lavoro, infatti, ha una tale profondità antropologica da non poter venire ridotto alla sola, pur importante, dimensione economica. Il lavoro è, infatti, espressione della creatività che rende l’essere umano simile al suo Creatore. Secondo la tradizione cristiana, il lavoro è sempre associato al senso della vita; come tale esso non può mai essere ridotto a “occupazione”. È questo un tema quanto mai centrale oggi di fronte alla sfida della digitalizzazione che minaccia di marginalizzare l’esperienza lavorativa, oltre che causare la perdita di molti posti di lavoro. Solo un’esperienza lavorativa libera, creativa, partecipativa e solidale potrà permettere ad ognuno di accedere ad una vera «prosperità nei suoi molteplici aspetti» (EG, n. 192).

La questione della giustizia e quella del senso sono strettamente intrecciate tra loro. Infatti, è solo laddove si riconosce la centralità del lavoro che si può generare un valore economico realmente propulsivo per l’intera comunità. E oggi più che mai questa affermazione trova riscontro nella realtà economica. Al di là dei tanti elementi problematici, occorre dunque saper cogliere gli aspetti promettenti che aiutano a pensare alla possibilità di affrontare la sfida e costruire un’economia capace di uno sviluppo sostenibile; sfide che è possibile vincere rimettendo il lavoro al primo posto. È questa anche la chiave per ordinare i diversi ambiti della vita personale e sociale.
A cominciare dalla scuola, che è il primo investimento di una società che pensa al proprio futuro. Una scuola chiamata a formare persone all'altezza delle sfide del tempo e capace di instaurare un interscambio fecondo con il mondo del lavoro.
Ugualmente importante è il ruolo delle imprese che hanno una particolarissima responsabilità nel trovare forme organizzative e contrattuali capaci di valorizzare davvero il lavoro.
Ancora, è importante richiamare qui la questione dell’orario di lavoro e della armonizzazione dei tempi lavoravi e famigliari, tema non più rinviabile, visto l’elevato numero di donne che lavorano.
Infine, preme ricordare la promozione della nuova imprenditorialità, espressione della capacità di iniziativa dell’essere umano, via che può vedere protagonisti soprattutto i giovani.
Occorre annunciare alla società italiana che è proprio tale conversione che può davvero fare ripartire l’intero Paese, nella consapevolezza della grande tradizione imprenditoriale, professionale, artigiana e operaia che abbiamo alle nostre spalle, profondamente intrisa della concezione cristiana.
Per dare impulso a questo impegno, le prossime Settimane Sociali dei cattolici in Italia avranno per tema: “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo partecipativo solidale”. Un incontro nel quale la Chiesa italiana intende dare un contributo effettivo alla società italiana, affinché sia finalmente riconquistata la centralità del valore del lavoro. Questo diventa possibile a partire dalla convinzione che sia proprio il lavoro umano a generare quel “valore”, capace di integrare la dimensione economica, anche di fronte ai cambiamenti epocali causati dall’incalzante innovazione tecnologica, con quella sociale e antropologica, di cui tutti oggi sentono il bisogno.
Fin da ora, secondo la metodologia proposta dalla lettera di invito, le Chiese in Italia sono invitate a impegnarsi per elaborare proposte concrete, frutto di esperienze già esistenti nei loro territori, per dare risposta alle sfide che oggi interessano il lavoro nel nostro Paese.
La testimonianza di San Paolo e la gravità del momento invitano ciascuno di noi e le nostre comunità ad implicarci in prima persona per il bene di tutti.

© Avvenire, mercoledì 26 aprile 2017

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