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Non dimentichiamo i missionari

Fazzini: le vite di uomini e donne che sono state accanto alle persone più dimenticate (le guerre d’Africa, i terremoti d’Asia, le tensioni sociali dell’America latina) ora rischiano di cadere maggiormente nell’oblio

Il coronavirus è globale. Ha infettato decine e decine di Paesi nel mondo partendo da un punto preciso, un mercato di Wuhan, nella Cina più interna. Questi sembrano dettagli che, in senso metaforico si intende, ben si attagliano alla religione, anzi alle religioni considerate «missionarie» (cristianesimo e islam), che hanno cioè come obiettivo quello di diffondersi: sono locali e globali insieme, glocal si sarebbe detto anni fa, usando un termine che andava molto di moda.
Religioni che sono partite da un posto preciso (Gerusalemme o Medina) e hanno raggiunto i quattro angoli del mondo. Il virus che sta flagellando il nostro mondo sembra ricalchi, sempre solo in senso immaginifico, proprio questa dinamica. Ora: non è cosa molto nota che il cristianesimo a Wuhan, nella regione dell’Hubei, in Cina, molto deve alle genti venete. Sono state le suore canossiane, figlie spirituali della veronese Santa Maddalenna di Canossa (1774-1835) a innervare di scuole, ambulatori e ospedali la città simbolo dell’epidemia che è diventata pandemia (il nosocomio dove si è registrato il primo caso è stato fondato dalle canossiane). A Wuhan, del resto, erano già attivi dei frati francescani veneti, figli spirituali dei primi missionari cattolici oltre la Grande Muraglia. Quindi, un duplice legame esiste tra la regione di Venezia e la città del coronavirus, come ha riportato il blog la nostra storia del giornalista del Corriere Dino Messina. Guardiamo all’oggi.
Una delle fasce della popolazione più colpite dal Covid19, lo sappiamo bene, sono gli anziani. E molti e molte sono i missionari anziani e missionarie anziane, radunati, al calare delle loro energie, in strutture abitative comuni, dove possono essere curati e assistiti con più facilità. Conta anche in questo un certo contenimento della spesa economica che tali strutture permette. Qualcuno ha pensato, in tempi passati, di sostenere pubblicamente la cura di queste persone: anni fa l’allora assessore regionale ai servizi sociali Stefano Valdegamberi fece approvare una delibera in tal senso (lo ha testimoniato lo stesso Valdegamberi) che fece infuriare l’allora dominus Giancarlo Galan; tale provvedimento destinava alcune risorse economiche a quei missionari e a quelle missionarie venete che necessitavano di cure mediche, residenti in patria e giunti ormai al termine della vita. E proprio questo – da Parma (13 vittime) alle comboniane di Verona (7) – è quanto ci stanno dicendo le cronache: queste vite di uomini e donne che sono state accanto alle persone più dimenticate (le guerre d’Africa, i terremoti d’Asia, le tensioni sociali dell’America latina), ora rischiano di cadere maggiormente nell’oblio.
Cadono come alberi che non fanno rumore: falcidiati da un virus simile a quelli che in tempi passati aveva stremato le prime spedizioni missionarie in tempi lontani (pensiamo a Hong Kong, soprannominata «la tomba dell’uomo bianco» per le continue morti di febbre gialla), oggi i missionari, che hanno speso tutta la loro vita per il bene dei poveri, si vedono colpiti in patria, in casa propria (ha poi una casa chi ha scelto il mondo come orizzonte di vita?). In pochi si ricorderanno di loro, ma l’opera di questi uomini e donne che se ne vanno non va dimenticata né le loro opere lasciate sprofondare nell’oblio generale.

Lorenzo Fazzini, direttore di Editrice Missionaria Italiana

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