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Olmi, 80 anni pieni di futuro

Il grande regista festeggia il compleanno e lavora a un nuovo film. Una favola morale sul rapporto con Cristo e con la Chiesa

È bello e fa bene ritrovarsi con Ermanno Olmi. Guardare il suo viso lavorato dal tempo, sereno e un po’ birbante, per quell’ironia che alimenta la saggezza, negli occhi la luce dei suoi film che ci hanno regalato un pezzo di terra, mescolata a un pezzo di cielo. Che ci hanno raccontato la storia degli uomini e del mondo con un profumo d’eternità e sapore di profezia.

     Ci conosciamo da quarant’anni. Siamo rimasti legati da un momento magico della nostra vita. Negli anni Settanta, a ridosso de’ L’albero degli zoccoli, abbiamo vissuto insieme con entusiasmo un sogno di bellezza e di poesia, di democrazia e di libertà. Eravamo un gruppo di amici, fra cui scrittori come Mario Pomilio e Gianni Santucci, Gino Montesanto e Italo Alighiero Chiusano, Raffaele Crovi, che credevano in una cultura d’ispirazione cristiana che aiutasse a vivere in giustizia e verità, con moralità civile ed etica individuale.

     Lo abbiamo ricordato con commozione, incontrandoci alla vigilia dei suoi ottant’anni, compiuti il 24 luglio, parlando delle cose che oggi per lui contano, di un presente «che non è mai un tempo isolato, perché comprende il passato e ciò che speri, o temi, del futuro», come mi ha detto.

– Ma cos’è per te il futuro, Ermanno?

     «È una pagina bianca che vorrei avere ogni giorno a disposizione per non scriverci nulla, per un bisogno di totale libertà. Se vi tracciassi anche solo un segno, sarei condizionato dalle conoscenze che ho accumulato nella vita, mentre voglio essere libero come il bambino, quando nella prima infanzia non ha consapevolezza della realtà che avverte solo con l’olfatto. Come Adamo, prima che incominciasse a dare un nome alle cose. Un bicchiere, ad esempio, è un oggetto di cui tutti conosciamo la qualità e l’entità, ma prima ancora quel bicchiere è la nostra galassia, dentro ci vedo l’universo intero. È un bel gioco che faccio ogni giorno. Aver voglia di giocare a ottant’anni è già un bell’augurio».

– I tuoi ottant’anni ci regaleranno un nuovo film, Il villaggio di cartone che sarà presentato al Festival di Venezia, fuori concorso, come tu hai categoricamente voluto.

     «Per non creare aspettative sbagliate l’ho definito un “apologo”. Del cinema non m’importa più niente. L’ho usato soltanto perché mi consentiva di dire quello che m’interessava. Ho fatto un film, prendendo le distanze dal cinema. Ero a letto, per una caduta che mi ha immobilizzato per settanta giorni. Mi sono fatto portare un computer e, non potendo camminare, un po’ con la fantasia, un po’ con i dati che raccoglievo, ho fatto camminare verso la mia stanza persone, situazioni, episodi, gli stessi protagonisti. Piano piano, è nata dentro di me una drammaturgia non di verosimiglianza con il reale, ma un apologo».

– Che cosa racconta?

     «Tutto parte dal conto aperto che ho da sempre, da un lato, con Cristo, di cui sento il fiato sul collo, mi sento più che un cristiano, un aspirante cristiano, perché non sono all’altezza di esserlo, anche se mi piacerebbe molto. Dall’altro lato con la Chiesa, l’istituzione cattolica che è il terreno della mia formazione. Un anziano parroco, già oltre l’età della pensione, a cui chiudono la chiesa, perché “fuori servizio”, mancano i fedeli, in poche ore sprofonda in una terribile angoscia. Svuotano la chiesa, portano via tutti gli oggetti preziosi, rimangono poche panche abbandonate e vuote; il prete si ritrova spogliato di tutta una vita, delle ragioni stesse della sua esistenza. Pensa di essere uno sconfitto. Invece, proprio da quella spogliazione, cambia tutto, capisce che la vera Chiesa è quella lì. Inizia un nuovo percorso, arrivano nuovi fedeli, tutti di un colore diverso di pelle».

– Una “favola morale”, quanto mai attuale, ha il sapore di una moderna parabola evangelica...

     «Racconta la mia scoperta di un’umanità, rimasta integra nei suoi valori, che vive l’esistenza come noi non siamo più capaci di viverla, ci riporta alle origini dell’uomo. Sarà l’Africa, coloro che vengono da lontano a salvarci. Ma ho anche voluto testimoniare come il dialogo tra religioni che si liberano dal gravame delle Chiese, quando sono rigide istituzioni che separano, rende possibile non solo incontrarsi, ma suscita solidarietà condivise».

– Nel bel libro intervista di Daniela Padoan tu dici: "Sono costantemente in ricerca della fede. Ogni tanto afferro bagliori in cui provo il brivido di una fede totale, un momento dopo mi ritrovo in quello che è un continuo rimuginare, un continuo portare avanti i miei passi"...

     «La mia ossessione è il Cristo uomo, quello che vedo nei volti del mio prossimo. Tutta l’umanità che muore di sofferenza, tutto, è pari all’uccisione di Cristo, dalla flagellazione alla morte. Lui è in coloro che percuotiamo, insultiamo, emarginiamo. Sono abbarbicato a questo Cristo che ha sofferto da uomo e che, quando dice: “Padre perché mi hai abbandonato?” è come dicesse: “Verità, vita, perché mi avete abbandonato?”. È la mia luminosa stella polare nell’universalità di una testimonianza che va oltre i sistemi galattici. Dopo Cristo il mondo è cambiato, e non perché siamo diventati più buoni, ma perché abbiamo capito di più. Il diventare più buoni sta nella libertà di ciascuno di noi, ma quando abbiamo capito di più, la nostra responsabilità è più grande».
 

– Una responsabilità che oggi poco si avverte. Domina l’indifferenza, non sappiamo più indignarci e vergognarci per quanto d’inaccettabile accade su tutti i versanti della vita pubblica e privata.

     «Forse l’indifferenza è un po’ un’autodifesa. Abbiamo constatato che siamo continuamente traditi dai prodotti che compriamo, dai modelli di vita che c’impongono. Per difendermi non ho che l’indifferenza o l’indignazione. Ma l’indignazione dovrebbe provocare la ribellione. Cristo ha avuto la forza di ribellarsi al tempio, dove si vendevano “le quotazioni in borsa”. Noi, quando avremo la forza di ribellarci a quel tempio fasullo che è la nostra società attuale, dove la felicità pare dipendere dai soldi? Nel momento in cui ci ribellassimo, non in tre giorni, ma in tre secondi, potremmo costruire un nuovo tempio. Ci sarebbe un’esplosione di luminosa felicità che inonderebbe l’aria di un profumo mai prima avvertito».

– So che ti stanno molto a cuore i giovani che oggi vivono tempi davvero difficili per la precarietà della loro situazione e non solo lavorativa.

     «I ragazzi che abbiamo attorno soffrono di un dolore per il quale non hanno parole, chiusi in una sorta di inesistenza. Ma hanno una moneta che non devono assolutamente rinunciare a spendere per il valore che ha, quello di una giovinezza che deve riscuotere il diritto inalienabile di creare le condizioni di un futuro per vivere degnamente. Devono credere nella possibilità di cambiare le cose nel mondo, ma anche la loro vita individuale in meglio. Se s’impegnano in questo, saranno un esempio per chi non ha inizialmente lo stesso slancio e la stessa carica di ribellione».

– E agli anziani di cui hai dichiarato con tenerezza di sentirti parte, che cosa dici?

     «Dobbiamo imparare a tacere e aspettare d’essere interrogati. Quello che possiamo fare di meritevole, è dare risposte oneste, ma solo quando siamo interrogati. E prepararci al commiato finale, dicendo come Giovanni delle Bande Nere, nel Mestiere delle armi, poco prima di morire: “Vogliatemi bene, quando sarò morto”. Se io guardo la morte con questa richiesta d’amore, significa che quest’amore è la mia garanzia di sopravvivenza. Se ho lasciato una buona memoria nelle persone a cui ho voluto bene, tutti costoro mi vorranno bene e io avrò dato un significato alla mia vita».

– Due persone per te hanno contato molto, tua nonna, che ti ha allevato, e Fellini che ti aveva artisticamente adottato.

     «Mia nonna che portava le calze di lana nera, fatte a mano con quattro ferri, è stata per me maestra di vita, un grembo materno al quale sono legato dall’odore dell’aglio, che serviva per condire tutto, e dal suono della sua voce che aveva due momenti diversi, ma simili, le cantilene e il rosario, sconvolto in un latino popolaresco. Più che parole, una musica dolcissima che mi ha accompagnato. Fellini, dopo avere visto il mio film Il tempo si è fermato, del 1959, mi disse: “Un film così io non sarei capace di farlo, perché la mia natura è fare altre cose, però, da questo momento, noi due siamo come fratelli”. Rimasi tramortito dall’emozione e dalla felicità. Negli schizzi dove illustrava i suoi sogni, aveva disegnato un bambino che disinnescava un pesce bomba che avrebbe distrutto l’umanità. Vi scrisse sotto una didascalia: “Ermanno farà un bel film”. Ma non mi disse mai niente, l’ho scoperto solo dopo la sua morte. Era come mi chiamasse a saldare un debito d’amicizia molto bello. Quel film ora non sono in condizioni di farlo. Sono arrivato tardi».

 

 

Mariapia Bonanate
 
© Famiglia Cristiana, 25 luglio 2011
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