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Ponti di pace. L'appello di Bologna, le fedi ponti di pace

La firma di un testo comune e l'accensione dei candelabri sono stati gli ultimi atti del 32° appuntamento. Le parole dell'arcivescovo Zuppi e della figlia di Martin Luther King

Il silenzio avvolge piazza Maggiore alle 19 e ventisette. Tace Matteo Zuppi. Tacciono i pastori e gli imam. Tacciono le campane dei bonzi e quelle di San Petronio, che puoi sentire gorgogliare la fontana del Gigante: un minuto di silenzio per ricordare le vittime delle violenze e delle guerre, di ogni tempo e di ogni parte. Un istante che fa rivivere i protagonisti silenziosi di Ponti di Pace, perché sono quei morti, in fondo, i promotori di quest’incontro di popolo, il vero motivo per cui più migliaia di persone si sono ritrovate a Bologna per rinnovare lo spirito di Assisi, trentadue anni dopo il grande incontro interreligioso promosso da papa Wojtyla.

Quello che si è concluso martedì sera, quando i 300 rappresentanti delle grandi religioni del mondo hanno accompagnato in processione i loro fedeli, attraverso le vie del centro, alla preghiera comune per la pace, non è stato un incontro di ingenui, ciechi di fronte al divampare della terza guerra mondiale a pezzi, come la chiama papa Francesco. Semmai, «è ingenuo l’ottimismo di chi non vuole vedere che i ponti richiedono pazienza, tempo, capacità, sistema, coraggio, tanto amore» come ha detto l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi. Aggiungendo: «C’è chi pensa di trarre convenienze seminando pregiudizi e parole di condanna e inimicizia ma dimentica che queste diventano semi di azioni che poi colpiscono tutti».

Nel prosieguo della lunga cerimonia che si è conclusa con la firma dell’appello di pace e l’accensione dei candelabri, il vescovo di Haimen Joseph Shen Bin ha ammesso che «tutti i Paesi del mondo sono in teoria d’accordo con il principio di non violenza ma i problemi rimangono». Talvolta, però, la pace accade, come dimostra l’accordo tra la Cina e la Santa Sede sulla nomina dei vescovi, «luce che illumina le tenebre» commenta il presule cinese.

Bernice King, figlia di Martin Luther King, ha sottolineato la forza dell’amore - «le nostre religioni devono diventare sempre più ecumeniche e non settarie» - ma anche la «povertà di spirito che ci tiene separati uno dall’altro» e ha spiegato che «la nostra sopravvivenza dipende dalla capacità di mettere il nostro progresso morale al passo del nostro progresso scientifico».
Ponti di pace, dunque, non si limita a far giustizia di una certa idea della pace, quella, appunto che sia solo una grande ingenuità, ma inquadra chiaramente il “nemico”: «Ne usciamo con la consapevolezza di non essere prigionieri della paura» ha detto il presidente della comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo: «La solitudine, condizione così diffusa nel nostro tempo, porta con sé un carico di pessimismo, fa diventare aggressivi, fa temere l’incontro con l’altro. Non siamo soli».

Concetti che ritornano nell’appello di pace sottoscritto da tutti i rappresentanti religiosi che hanno partecipato all’edizione bolognese. Ricorda che «la pace non è mai acquisita per sempre», che la priorità è «guardare negli occhi l’altro e non restare prigionieri della paura». Sottolinea come questo sia un tempo di grandi opportunità, ma anche «di perdita di memoria e di spreco» che «scarica sulle future generazioni pesi e conti insopportabili».

Il passaggio centrale del documento rappresenta un’autentica sfida a se stessi, oltre che un’assunzione di responsabilità: «Le religioni, come i popoli, hanno varie strade davanti – vi si legge –. Lavorare all’unificazione spirituale che è mancata finora alla globalizzazione o lasciarsi utilizzare per rafforzare le resistenze alla globalizzazione, sacralizzando confini, differenze, identità e conflitti. O, infine, restare chiusi nei propri recinti di fronte a una globalizzazione tutta economica». La pace non è disarmata: «Le religioni sono legame, comunità, mettere insieme. Sono ponti» e «nella loro sapienza millenaria sono laboratori viventi di unità e di umanità, rendono ogni uomo e ogni donna un artigiano di pace». Cambiare il proprio cuore è dunque il primo passo per costruire un futuro di pace e «la preghiera è l’energia più potente per realizzare la pace anche laddove sembra impossibile». Il 33° incontro si terrà a Madrid.

Paolo Viana, inviato a Bologna

© Avvenire, martedì 16 ottobre 2018

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