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Tutti i colori della coppia

Erano centinaia le coppie venute a celebrare col vescovo la festa annuale dei fidanzati. A ognuna gli organizzatori avevano dato un fazzoletto colorato. Con i sei colori dovevano formarsi altrettanti gruppi, incaricati di formulare ciascuno una domanda.

Ai fidanzati piacque questa tavolozza dell’amore, tanto che chiesi ad ognuno di scegliere e indicare all’altro il colore in cui più si ritrovava: ne venne fuori un arcobaleno, che mi fece pensare a quanto sia vario e ricco il mondo delle relazioni di coppia. I primi tre colori potrebbero essere riferiti a Dio, Trinità d’amore: se il bianco rinvia alla luce del Padre, che tutto avvolge e in cui tutto vive, il rosso evoca la vicenda del Figlio, venuto nella carne per versare il suo sangue sulla croce e risorgere alla vita per noi, mentre il giallo-oro richiama la presenza dello Spirito Santo, vincolo che unisce il Padre e il Figlio e irradia nel tempo lo splendore dell’eternità.

Nella realtà misteriosa significata da questi colori si può trovare la risposta alla domanda che ci riguarda tutti: chi ci renderà capaci di amare? Kahlil Gibran nel suo libro Il Profeta risponde in modo semplice e denso: «Quando ami non dire: "Ho Dio nel cuore"; di’ piuttosto: "Sono nel cuore di Dio"». Si diventa capaci di amare quando ci si scopre amati da Dio, lasciandoci condurre da lui verso il futuro, che egli vuole costruire con noi. Fare questa esperienza vuol dire credere nel Dio Trinità, che si è rivelato nella croce e risurrezione del Signore Gesù. Nell’unità del reciproco darsi ed accogliersi dei Tre, il Dio cristiano si offre come l’evento irradiante dell’amore eterno: «In verità, vedi la Trinità, se vedi l’amore.

Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore» (sant’Agostino). Sposarsi nel nome della Trinità vuol dire entrare nell’esperienza viva e profonda di questo amore: perciò, non solo è giusto e necessario per chi crede, ma è bello, della bellezza a cui solo la partecipazione all’amore infinito può aprirci. Attraverso la missione del Figlio e dello Spirito Santo la Trinità si rivela come l’origine, il grembo e la patria dell’amore. Solo quando si riconosce amata dal suo Dio, la creatura diviene capace di amare l’altro al di là di ogni misura di stanchezza. Sentendosi avvolto dall’amore dei Tre, che sono uno, chi crede scopre di poter costruire storie d’amore vere e definitive. Chi fa esperienza di questo amore, impara a credere nella possibilità di un amore eterno.

La fede non cesserà allora di sostenere la fatica di amare con il racconto dell’amore, che ci è stato rivelato nella croce e resurrezione di Gesù e continua a raggiungerci nella preghiera e nei sacramenti. Quanti hanno incontrato il Dio di Gesù Cristo, hanno creduto all’amore che non delude. Immersi nei colori della Trinità, essi sanno di poter giocare la propria vita in un vincolo definitivo, che richiede il dono completo di sé. Un vincolo che, affidato a Dio e benedetto nel suo santo nome, può fondare famiglie che siano dimore affidabili dell’amore che non delude. Anche per questo motivo è giusto ed è bello sposarsi in chiesa! Segno efficace dell’opera di Dio, il sacramento del matrimonio comunica agli sposi la grazia dell’incontro con Cristo, sposo della Chiesa, la presenza santificante dello Spirito e la promessa della fedeltà di Dio Padre per tutta la vita.

Questa profonda unità, radicata in Dio e capace di sostenere i due nella varietà delle opere e dei giorni, può essere significata dal colore del cielo, sempre profondo nella pur continua varietà dei toni e delle forme, che vanno dall’azzurro assolato al profondo blu delle notti, dalle tinte infuocate dei tramonti al rosa dell’aurora apportatrice di luce. Come la profondità del cielo e la varietà dei suoi colori non si contraddicono, così la fedeltà e la novità nella vita di coppia fanno parte l’una dell’altra: gli sposi, consacrati a Dio, vengono accolti e custoditi da lui, sempre nuovo nella fedeltà. Confidando in questo aiuto, essi si promettono fedeltà eterna, con l’impegno «di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita», di rinnovare cioè ogni giorno il sì della reciproca accoglienza, nella buona e nella cattiva sorte, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Senza questo continuo, reciproco accogliersi, nutrito alle sorgenti eterne dell’amore, non ci potrà essere vera gioia fra i due: «Il fiore del primo amore appassisce, se non supera la prova della fedeltà» (Søren Kierkegaard).

Due colori possono evocare lo stile di comportamento più adatto al rapporto di coppia: il verde della speranza e il rosa della mitezza e del rispetto. Colore delle piante semprevive, sul quale il trascorrere delle stagioni non incide, il verde evoca la virtù forse più necessaria alla scelta di sposarsi e di aprirsi al dono dei figli: la speranza, fondata sull’amore di Dio e sull’impegno di reciproca fedeltà dei due. Chi non spera non ama, perché non riesce ad accettare il rischio che ogni amore comporta, in quanto è il prezzo dell’incontro delle due libertà che scelgono di donarsi l’una all’altra. Senza speranza la fatica arresta il cammino. L’amore vive di speranza, dovendo ogni giorno aprirsi alle sorprese del futuro, che chiamano i due a mettersi in gioco sempre di nuovo: se non è l’impegno di ogni giorno, l’amore è il rimpianto di tutta la vita! La forza della speranza rende capaci di cominciare ogni giorno da capo: essa fa giovane l’amore, anche quando il peso degli anni e le prove della vita lo espongono ai rischi della stanchezza e delle disillusioni.

Con la speranza, lo stile dell’amore esige la tenerezza, nutrita di attenzione e di rispetto e capace di dare gioia al cuore dell’altro: il rosa della mitezza tenera ed accogliente è non meno necessario degli altri colori dell’amore. Gli sposi sono chiamati a custodire ciascuno la libertà e la dignità dell’altro e a vivere la generosità del reciproco darsi. Perciò, una parola mite, un gesto di tenerezza sono capaci di sanare tante ferite e di far crescere i due nella pace. La stessa unione dei corpi, aperta alla fecondità in maniera responsabile e vissuta con generosità, tenerezza e rispetto, fa degli sposi veicolo dello Spirito Santo l’uno per l’altra.

L’esperienza della vita condivisa mostra peraltro come l’elogio della tenerezza non escluda nessuna delle età dell’amore! Non è forse vero che la tenerezza che si dimostrano due sposi avanti negli anni, il loro guardarsi con un amore che li riconosce belli l’uno per l’altra nonostante il tempo passato, tocca il cuore e fa sperare che l’amore sia sempre possibile, e che perciò la vita può essere sempre bella? Qualcuno dei fidanzati mi chiese di aggiungere ai colori citati almeno qualche altro: ad esempio, il grigio, per significare la monotonia in cui a volte può cadere il rapporto di coppia, o il viola, che simboleggia i tempi della prova o quelli dell’attesa, e rimanda a situazioni in cui tutti possono trovarsi di fronte alle sfide della vita, quali le ore del dolore e della malinconia o i momenti in cui l’impatto con una prova inaspettata o una delusione impensabile rischia di mettere in crisi il rapporto. L’osservazione mi sembrò giusta, al punto che sarei stato tentato di aggiungere all’elenco l’indaco delle notti oscure o il turchese delle fasi di transizione.

Avrei voluto perfino aggiungere il nero del lutto e delle lacrime, ma una coppia mi fece notare che questo colore non appartiene all’amore, perché l’amore non perdona la morte: «Amare qualcuno significa dirgli: Tu non morirai!» (Gabriel Marcel). Tutti questi colori evocano, comunque, le debolezze e le fatiche possibili nella vita di coppia: la fragilità psicologica e affettiva delle relazioni fra i due e in famiglia; l’impoverimento della qualità dei rapporti che può convivere con ménages all’apparenza stabili e normali; lo stress originato dalle abitudini e dai ritmi imposti dall’organizzazione sociale, dai tempi di lavoro, dalle esigenze della mobilità; la cultura di massa veicolata dai media che influenza e corrode le relazioni familiari, invadendo in maniera indiscreta la vita della famiglia con messaggi che banalizzano il rapporto coniugale.

Gli stessi colori «di transizione», tuttavia, in quanto tesi verso la luce, possono richiamare i punti di forza della scelta di fare famiglia: la sua corrispondenza alla natura intima e profonda della persona umana fatta per amare; il suo essere non a caso la prima e la più originaria delle comunità naturali; la sua capacità di resistere alle sfide dei cambiamenti, attingendo di volta in volta alle risorse morali e affettive delle quali è custode. Agli occhi della fede, poi, appare qualcosa di ancora più grande: la famiglia ha un legame profondo con la Trinità. Tutti i colori di Dio vengono a riflettersi in essa. Lo aveva intuito una bambina, che la catechista aveva invitato a riflettere così: «Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio. Come spiegheresti questo?».

La piccola, fattasi tutta seria, rispose dopo qualche istante: «Dio sarà il nome di famiglia». La teologa in erba aveva percepito qualcosa di grande: la comunione dei Tre che sono Uno si riflette e vive nella comunità familiare. Certo anche la differenza è grande: le tre Persone in Dio sono Uno, mentre nella famiglia il legame d’amore non renderà mai perfettamente uno chi la compone. Tuttavia, si è famiglia quando si tende con tutte le forze ad essere uno nell’amore, non nonostante, ma proprio grazie alle diversità, analogamente a come avviene nell’amore eterno. Infine è la luce a comprendere tutti colori, a renderli visibili. Per chi crede la luce vera, venuta in questo mondo, arriva dall’alto, non a distruggere, ma a plasmare, costruire ed esaltare le forme della vita, come nei meravigliosi quadri di Caravaggio.

È la luce della grazia divina che illumina, salva, perdona, risana. Essa non annulla le difficoltà, ma ci rende capaci di superarle: col suo aiuto possiamo dire veramente che «non è il cammino che è difficile, è il difficile che è cammino!» (Pavel Evdokimov). L’ultima parola sull’amore non potrà essere perciò che l’invocazione di questa luce, vissuta nel silenzio dell’ascolto e dell’adorazione di Dio, dove ci si lascia semplicemente amare da lui, e nella supplica, che chiede umilmente alla Trinità di renderci partecipi della sua vita divina: è l’inno del grazie, della lode, dell’intercessione, che vorrei innalzare per tutti gli sposi, presenti e futuri, ed insieme con loro.

 
© Avvenire, 16 maggio 2011
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