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Udienza. Il Papa: più preghiera e ci sarà più speranza

La catechesi dedicata al profeta Giona, alla sua fuga e al salvataggio dei suoi uomini durante la tempesta. "L'orrore della morte ci spinge a sperare nel Dio della vita"

Un invito, rivolto a braccio, a comprendere sempre più in profondità lo stretto legame che esiste tra preghiera e speranza. A rivolgerlo alle migliaia di fedeli presenti oggi in aula Paolo VI per l’appuntamento del mercoledì è stato il Papa, che ha dedicato la catechesi alla figura d Giona. “Che il Signore ci faccia capire questo”, l’auspicio finale di Francesco: “Il legame tra la preghiera e la speranza. La preghiera ti porta avanti nella speranza, e quando le cose tornano buie, più preghiera e ci sarà più speranza!”.

Il Papa è arrivato oggi in aula Paolo VI poco prima delle 9.40. Ad attenderlo una folla festosa di migliaia di persone, per nulla scoraggiati dalla lunga attesa al freddo dal lato dell’ex Sant’Uffizio prima di entrare. Francesco è stato benevolmente “strattonato” da un lato all’altro delle transenne. Tra le soste più significative, quella per benedire, imponendo le mani, la pancia di una giovane donna in attesa, che ha ricambiato con un ampio sorriso la tenerezza del gesto. Più volte con i fedeli il Papa ha praticato il “gioco” dello scambio dello zucchetto, divenuto ormai abituale nelle udienze. Moltissimi i bambini, i ragazzi e i giovani presenti oggi, ognuno di loro con un dono singolare: i più piccoli hanno regalato al Papa i loro abituali compagni di gioco, come un cavalluccio di plastica, i più grandi gli hanno consegnato messaggi o libri. Anche le coppie di sposi freschi di nozze si sono avvicinati a Francesco per ricevere la sua benedizione.

Giona profeta in fuga Giona “è un profeta in uscita, ma anche un profeta in fuga, che Dio invia in periferia, a Ninive, per convertire gli abitanti di quella grande città”. È il ritratto di “una figura un po’ anomala” tra i profeti di Israele: “Un profeta che tenta di sottrarsi alla chiamata del Signore”. Alla figura del profeta Giona il Papa ha dedicato la catechesi dell’udienza di oggi. “Ninive, per un israelita come Giona, rappresentava una realtà minacciosa, il nemico che metteva in pericolo la stessa Gerusalemme, e dunque da distruggere, non certo da salvare”, ha spiegato Francesco: “Perciò, quando Dio manda Giona a predicare in quella città, il profeta, che conosce la bontà del Signore e il suo desiderio di perdonare, cerca di sottrarsi al suo compito e fugge”. Durante la sua fuga – “fuga lontano, fuga sul serio, una fuga in Spagna”, ha aggiunto il Papa a braccio – Giona “entra in contatto con dei pagani, i marinai della nave su cui si era imbarcato per allontanarsi da Dio e dalla sua missione”. “Ed è proprio il comportamento di questi uomini, come poi sarà quello degli abitanti di Ninive – ha annunciato Francesco – che ci permette oggi di riflettere un poco sulla speranza che, davanti al pericolo e alla morte, si esprime in preghiera”.

L'orrore della morte ci spinge a pregare “L’istintivo orrore del morire svela la necessità di sperare nel Dio della vita”. Lo ha spiegato il Papa parlando di Giona e della “tremenda tempesta”, durante la quale “Giona scende nella stiva della nave e si abbandona al sonno”. “I marinai invece, vedendosi perduti, invocarono ciascuno il proprio dio”, ha ricordato Francesco sulla scorta del racconto biblico: “Il capitano della nave sveglia Giona dicendogli: ‘Che cosa fai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo’”. “La reazione di questi pagani è la giusta reazione davanti alla morte – il commento del Papa – perché è allora che l’uomo fa completa esperienza della propria fragilità e del proprio bisogno di salvezza”. “Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo”: sono queste, per Francesco, “le parole della speranza che diventa preghiera, quella supplica colma di angoscia che sale alle labbra dell’uomo davanti a un imminente pericolo di morte”. “Troppo facilmente noi disdegniamo il rivolgerci a Dio nel bisogno come se fosse solo una preghiera interessata, e perciò imperfetta”, ha ammonito il Papa: “Ma Dio conosce la nostra debolezza, sa che ci ricordiamo di Lui per chiedere aiuto, e con il sorriso indulgente di un padre Dio risponde benevolmente”.

Nostra sorella morte diventa occasione di speranza “Sotto la misericordia divina, e ancor più alla luce del mistero pasquale, la morte può diventare, come è stato per san Francesco d’Assisi, ‘nostra sorella morte’ e rappresentare, per ogni uomo e per ciascuno di noi, la sorprendente occasione di conoscere la speranza e d’incontrare il Signore”. Ne è convinto il Papa, che ha sintetizzato in questi termini, al termine della catechesi, il senso della vicenda di Giona, che “riconoscendo le proprie responsabilità, si fa gettare in mare per salvare i suoi compagni di viaggio”. È allora, ha sottolineato Francesco, che “la tempesta si placa”: “La morte incombente ha portato quegli uomini pagani alla preghiera, ha fatto sì che il profeta, nonostante tutto, vivesse la propria vocazione al servizio degli altri accettando di sacrificarsi per loro, e ora conduce i sopravvissuti al riconoscimento del vero Signore e alla lode. I marinai, che avevano pregato in preda alla paura rivolgendosi ai loro dèi, ora, con sincero timore del Signore, riconoscono il vero Dio e offrono sacrifici e sciolgono voti”. Successivamente, “anche gli abitanti di Ninive, davanti alla prospettiva di essere distrutti, pregheranno, spinti dalla speranza nel perdono di Dio. Faranno penitenza, invocheranno il Signore e si convertiranno a Lui, a cominciare dal re. Anche per loro, come per l’equipaggio nella tempesta, aver affrontato la morte ed esserne usciti salvi li ha portati alla verità”, il commento del Papa.

© Avvenire, mercoledì 18 gennaio 2017
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