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Verso Bari 2020. «Il nostro Natale di fraternità in Algeria con i musulmani»

A colloquio con l’arcivescovo di Algeri, il gesuita Desfarges. «Non è più tempo di scontri fra credenti. Sull’esempio dei nostri martiri, siamo apostoli di dialogo e pace in una terra islamica»

È come se scrutasse il Mediterraneo la statua della Vergine nella basilica di Nostra Signora d’Africa. Dalla terrazza che circonda la chiesa, sulla cima del promontorio che marca la striscia settentrionale di Algeri, si può abbracciare con lo sguardo il mare. Il presepe accoglie chi varca l’ingresso del “monumento storico” che uno Stato, dove la religione ufficiale è l’islam, ha inserito nella lista dei beni culturali nazionali. «La Chiesa di Algeria è una Chiesa dell’incontro – racconta l’arcivescovo di Algeri, il gesuita Paul Desfarges –. E anche il Natale sarà vissuto con questo stile. Infatti piace agli amici musulmani unirsi alle nostre Veglie o assistere alla Messa della Natività. Sì, la nascita del Salvatore crea anche in un Paese islamico un’atmosfera di festa e armonia».

La basilica sul monte accoglie un’invocazione alla Madonna che è come un ponte oltre le differenze. “Nostra Signora d’Africa, prega per noi e per i musulmani”, si legge nell’affresco mariano. «La Vergine è la prima donna dell’islam – afferma l’arcivescovo –. Se la preghiera alla Madre di Dio menziona i musulmani, non è per non dimenticarli ma per dire che i musulmani fanno necessariamente parte del “noi”, della nostra Chiesa. Una Chiesa in cui magari Cristo può essere ancora ignoto per alcuni ma con il suo spirito protegge l’intero popolo algerino. E a noi suoi discepoli chiede di portare la croce che abbatte i muri dell’odio e della discordia».

Desfarges, 75 anni, francese di nascita ma con la cittadinanza algerina, guida dal 2016 l’arcidiocesi di Algeri. E dal 2015 è presidente della Conferenza episcopale regionale del Nord Africa che riunisce le circoscrizioni ecclesiastiche di Algeria, Marocco, Tunisia, Libia e Sahara occidentale. In questa veste parteciperà all’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Cei che riunirà a Bari dal 19 al 23 febbraio i pastori dei Paesi affacciati sul grande mare. «La Chiesa d’Algeria ha una missione: dobbiamo essere tessitori di amicizia, di fraternità e di pace con tutti – sottolinea l’arcivescovo –. Siamo chiamati a disarmare i cuori, non temendo le nostre debolezze e la nostra vulnerabilità. E una benedizione dal cielo è stata la beatificazione dei diciannove martiri d’Algeria». Sacerdoti, religiose e religiosi (fra cui i sette trappisti di Tibhirine e il vescovo Pierre Claverie) uccisi per non aver voluto lasciare una terra musulmana nel “decennio nero” del terrorismo islamico che dal 1991 al 2002 ha fatto 150mila vittime. Anni bui iniziati con il colpo di Stato militare per fermare la nascita di una Repubblica islamica e costellati di attentati e scontri tra forze armate e fondamentalisti. È passato un anno dal rito di beatificazione avvenuto l’8 dicembre 2018 nel santuario di Notre-Dame di Santa Cruz a Orano. «La vita di ciascuno di loro è stata una vita donata a Dio e all’Algeria. Storie nel segno dell’accoglienza, della condivisione, del servizio – afferma Desfarges –. Ma non possiamo non associare i nostri beati alle migliaia di fratelli e sorelle che, fedeli al loro credo, alla loro coscienza e all’amore per il Paese, hanno perso la vita negli anni tragici della crisi algerina. Compresi i 119 imam assassinati per aver rifiutato di ratificare la violenza. Con loro sono morti intellettuali, giornalisti, padri e madri di famiglia che si sono opposti ai gruppi armati. E ancora oggi loro ci ripetono: questo è il nostro islam, è l’islam della convivialità».


La Chiesa d’Algeria ha una missione: dobbiamo essere tessitori di amicizia, di fraternità e di pace con tutti. La nostra è una Chiesa dell’incontro. E anche il Natale sarà vissuto con questo stile


Eppure recentemente sono state chiuse alcune chiese evangeliche dalle autorità governative. «Abbiamo espresso subito la nostra vicinanza alle comunità riformate. Ma siamo fiduciosi che il Ministero degli affari religiosi risolva il caso – osserva il gesuita –. L’Algeria riconosce nella Costituzione la libertà di culto. E benché siano reali alcune difficoltà, non penso che oggi abbia senso parlare di persecuzioni. Non siamo più in un contesto di scontro religioso ma di incontro fra credenti». Una pausa. «Questo clima rasserenato è testimoniato da due fatti – prosegue l’arcivescovo –. Il primo è la proposta partita dall’Algeria e accolta dall’Onu di celebrare ogni 16 maggio la Giornata internazionale della convivenza pacifica. Il secondo è l’esperienza dell’Hirak, ossia delle manifestazioni non violente che si susseguono da dieci mesi e riempiono le piazze. La Chiesa è attenta a questo movimento che intende aprire nuovi orizzonti per il Paese. Qualcuno ha notato che l’Hirak è iniziato due mesi dopo la beatificazione dei martiri. Non esiste collegamento apparente, ma le vie del Signore sono infinite...».

La comunità cattolica è una piccola minoranza in Algeria: 8mila fedeli su 41 milioni di abitanti. «Però siamo davvero una Chiesa universale, nel senso che assommiamo culture, lingue, nazionalità differenti. Abbiamo cattolici algerini, spose di mariti musulmani, personale che lavora qui ma viene dall’estero. Una componente significativa è rappresentata dai giovani africani: sono diverse centinaia, giungono da una ventina di Paesi a sud del Sahara e offrono una luminosa testimonianza. Inoltre siamo una Chiesa sempre meno francese: ormai le celebrazioni sono anche in arabo o inglese». L’arcivescovo guarda ai migranti, anche cattolici. «La loro situazione è molto difficile. Sono spesso bloccati alle frontiere. La Caritas è impegnata nell’assistenza umanitaria soprattutto dei più fragili come i bambini e le donne. Tra loro ci sono anche i prigionieri che i nostri cappellani aiutano».

E le conversioni? «Non facciamo proselitismo. I “nuovi” fedeli che ho personalmente accolto hanno avuto un lungo periodo di ricerca. E, quando hanno bussato alla mia porta, hanno detto: voglio conoscere Gesù. Perché si sono sentiti amati da un Dio che è gioia e perdono. Certo, vogliamo che siano cristiani non contro i loro fratelli algerini. E alcuni musulmani ripetono già: “Perché no?”. Del resto numerosi islamici sono stati toccati dal Documento sulla fratellanza firmato da papa Francesco e dal grande imam di al-Azhar». L’arcivescovo lo cita. «È vero che non coinvolge le due parti allo stesso modo ma ci ricorda che è la fede a portare il credente a vedere nell’altro un fratello da amare».

Al dialogo con l’islam Desfarges ha dedicato la sua ultima Lettera pastorale. Più volte definisce i musulmani «nostri fratelli e sorelle», sostiene che molti di loro «ci danno una bellissima testimonianza di fede e carità» nonostante «le nostre difficoltà a collocare l’islam nella storia della salvezza» e che «sì, alcuni fratelli e sorelle musulmani ci precederanno nel Regno». «Il dialogo non è un affare sociologico o psicologico – aggiunge a voce –. È Dio per primo che è entrato in dialogo con tutte le sue creature. E, sui passi del Figlio, il discepolo va incontro a tutti. Ecco perché il punto di partenza è la preghiera: anche per coloro che ci rifiutano. È con la preghiera che combattiamo il male e chiediamo la grazia di perdonare anche per le ferite ricevute».

 

L'arcivescovo gesuita psicologo

 

È originario di Saint-Étienne in Francia l’arcivescovo Paul Desfarges dove è nato 75 anni fa. Dopo essere stato cooperante in Algeria, è entrato nella Compagnia di Gesù a Parigi. Sacerdote dal 1975, è tornato in Algeria, a Costantina, dove ha insegnato psicologia in lingua araba all’università. Nel 2008 è stato nominato vescovo di Costantina. Presidente della Conferenza episcopale regionale del Nord Africa, è arcivescovo di Algeri dal 2016.

Giacomo Gambassi

© Avvenire, sabato 21 dicembre 2019

 

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