
«Il crisma che tra poco consacreremo, porta con sé il profumo di Cristo di cui il mondo ha fortemente bisogno»
Sorelle e fratelli carissimi,
presbiteri amati di questa Chiesa di Bari-Bitonto,
la liturgia ci raccoglie attorno all’altare del Signore, con una gioia sobria e luminosa. È la gioia di una Chiesa che si riconosce generata dall’unzione dello Spirito e che, nel segno dell’olio e del profumo, contempla il mistero della propria identità.
Siamo convocati come popolo redento, “uniti dal fuoco dell’Amore”, per benedire il Signore nella sua santa dimora. Una dimora che oggi, in maniera tutta particolare, trasfigura la sua immagine di edificio per assumere le sembianze di un tempio vivo, fatto di volti, di storie che trasudano fede.
Quel tempio vivo e palpitante siamo “noi”. E in noi risuona, ancora una volta, una parola antica e sempre nuova: Dio continua a consacrare, a ungere, a inviare.
Come sant’Agostino ci ricorda con forza: “Siamo diventati non solo cristiani, ma Cristo” (Evangelium Ioannis tractatus 21,8). È questa la verità più profonda della nostra identità: essere incorporati a Lui, unti nel suo Spirito, resi partecipi della sua vita.
Infatti, gli oli che oggi benediciamo e il Crisma che consacriamo non sono semplici segni: sono la carezza concreta di Dio, che tocca la nostra carne e la trasforma.
Sono una forza silenziosa, con cui il Signore sostiene e rinnova la vita dei suoi figli. Essi entrano in profondità e dicono chi siamo davvero, accompagnando la nostra vita sulle strade del mondo, rendendola presenza viva del suo amore.
Stiamo attraversando un tempo ferito. Un tempo che sanguina. Le guerre continuano a devastare la terra. Un delirio di onnipotenza manipola le coscienze e genera violenza, disprezzo della vita, indifferenza.
Si è incrinata la fiducia educativa: gli adulti faticano a indicare strade, i giovani restano soli, e talvolta smarriscono il senso, fino a diventare protagonisti di storie che fanno male.
C’è un’umanità che cerca. Che cerca con inquietudine, con fatica, a volte con rabbia. Ma spesso non sa più distinguere. Non sa più orientarsi.
E allora la domanda diventa inevitabile, quasi scomoda: dove siamo noi, Chiesa del Signore? Dove siamo noi, presbiteri, dentro questa storia?
Forse anche noi, qualche volta, ci siamo ritirati. Abbiamo custodito ciò che resta, ma senza lasciarci ferire da ciò che accade.
Abbiamo difeso il Vangelo… ma senza abitarlo sempre fino in fondo.
Eppure la Parola oggi è chiara, essenziale, senza alibi: lo Spirito non ci unge per metterci al riparo, ma per esporci, per immergerci dentro la storia degli uomini, anche quando è segnata dal dolore, anche quando è attraversata dal peccato.
“Lo Spirito del Signore è sopra di me… mi ha consacrato… mi ha mandato”.
Gesù non spiega questa Parola, la vive e dice: “Oggi si è compiuta questa Scrittura”. Tutto si gioca qui, in questo oggi. Non ieri, non domani: oggi. Perché la Parola è una vita da accogliere. Essa si compie quando, ascoltata, entra dentro e prende carne.
Questo è il tempo della Chiesa, il nostro tempo: fragile, contraddittorio e ferito. E proprio per questo, abitato da Dio.
Dentro questo tempo, questo “oggi”, si colloca il rinnovo delle promesse sacerdotali.
Non un gesto formale, ma un ritorno alla sorgente. Un ritorno a quel giorno in cui lo Spirito ha pronunciato il nostro nome e ci ha resi partecipi della missione del Figlio, mediante l’unzione, coinvolgendoci in quella dimensione giubilare dove i poveri non sono dimenticati e dove la vita torna a circolare come dono.
Cari fratelli presbiteri… Vi parlo da padre. Vi parlo da fratello. Vi porto nel cuore.
Conosco i sacrifici.
Conosco il peso delle vostre responsabilità.
Conosco il bene nascosto e la dedizione che non appare.
Intuisco anche quella solitudine sottile che, talvolta, attraversa il cuore. Come tanti, anche noi possiamo essere vittime di una cultura dell’isolamento, capace di insinuare la tentazione di bastare a sé stessi e l’illusione che da soli si cammini più spediti e si vada più lontano.
Queste menzogne trasformano il ministero in funzione, più che in relazione.
Ma oggi la Parola ci ricorda una verità essenziale: non esiste un prete da solo.
Il nostro sacerdozio nasce da un “noi” trinitario che è comunione e respira dentro una fraternità.
Se non siamo figli, non possiamo essere fratelli e se non siamo fratelli, non possiamo essere padri e pastori.
Tra poco direte con vigore: “Sì, lo voglio”.
Non è una formula, è una consegna. Oggi quel “sì” è più vero, perché ha attraversato la vita, la fatica, la croce.
Quest’oggi non rispolveriamo un album di ricordi, ma rinnoviamo una fedeltà gioiosa, consapevoli che un prete resta in piedi non perché è forte, ma perché è amato.
“Canterò per sempre l’amore del Signore”, ecco il segreto.
Il crisma che tra poco consacreremo, porta con sé il profumo. Un segno eloquente del profumo di Cristo di cui il mondo ha fortemente bisogno.
Quel crisma che ci ha unti sacerdoti, re e profeti nel battesimo e nella consacrazione presbiterale ci ha costituiti ministri del Signore, torna a dirci che il mondo non ha bisogno di parole vuote, ma di vite che sanno di Vangelo. Vite che consolano, che curano, che riaccendono speranza.
E allora sì, anche oggi la Scrittura si compie, lo Spirito è sopra di noi e siamo mandati. E il nostro “sì, lo voglio”, fragile ma vero, nel coro dei fratelli ritrova vigore e diventa ancora olio di letizia per il popolo di Dio.
Conclusione
Fratelli e sorelle, presbiteri e popolo santo di Dio,
questa Eucaristia ci riconsegna gli uni agli altri. Un solo corpo, unito dalla stessa unzione, chiamato alla stessa missione: diventare testimoni nel mondo della sua opera di salvezza.
La nostra profezia nasce qui: in una Chiesa che non si trattiene, ma si dona. Solo insieme possiamo essere seme di speranza.
Torniamo alle nostre comunità portando non solo gli oli santi, ma un rinnovato impegno di vita. E anche quando tutto sembra oscurarsi, continuiamo a camminare insieme, certi che Cristo non abbandona mai il suo popolo.
In questo giorno benedetto, invito tutti a tornare col cuore a Gerusalemme, nel Cenacolo, oggi scosso dalla guerra, per rivivere l’incontro con Cristo che dona la sua vita a ciascuno di noi e rinnovare la nostra adesione a Lui e alla Chiesa.
Sono vicino a ciascuno di voi e con affetto sincero, mediante la preghiera, affido ognuno di voi al Cuore di Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote. Con fraterna comunione, auguro a tutti una Santa Pasqua.
Amen.
✠ Giuseppe Satriano
Arcivescovo
