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Banca Etica, buon contagio alla luce della crisi

L'istituto compie 15 anni: le sfide affrontate e le prospettive.

L'8 marzo 1999, a Padova, apriva una nuova banca, piccola, ma con un nome ambizioso e anche un po’ provocatorio: Banca Popolare Etica. Sono passati 15 anni, e quella che molti avevano giudicato una sfida impossibile è diventata una realtà creditizia completa, affermata e in crescita. Con 36mila soci, 40mila clienti, 17 filiali, una raccolta di 883 milioni di euro e impieghi per 775 milioni, Banca Etica oggi è ancora una piccola banca, la più piccola tra le popolari, ma è il perno di un "sistema" che contempla anche una società di gestione (Etica Sgr), una Fondazione culturale (Responsabilità Etica), persino un’azienda agricola (La Costigliola), e aderisce a una rete europea di finanza alternativa. La sua vicenda è un segmento importante della storia del non profit italiano, oltre che della formazione di un’identità di parte della società civile nazionale. Capirne l’evoluzione aiuta a leggere il cambiamento in corso in un universo economico più ampio della stessa banca.
Un salto indietro è però necessario, non di 15, ma di 20 anni, perché è nel 1994 che nasce la «Cooperativa Verso la Banca Etica». Lo scopo era quello di dare vita a un soggetto in grado di finanziare in modo efficace e trasparente il settore non profit, che stava "esplodendo" proprio in quegli anni in termini di visibilità, innovazione e importanza nel processo di ridefinizione del welfare. Un mondo diventato troppo grande per le Mutue di autogestione, e che tuttavia le banche tradizionali non riuscivano a capire né valutare. Banca Etica avrebbe voluto essere un istituto di credito cooperativo, ma le norme non lo consentivano, così ci vollero ben 5 anni per raccogliere i 12 miliardi di lire necessari a costituire il capitale sociale e dare vita a una Popolare. I tempi lunghi di quel cammino, caratterizzato dalla collaborazione e dall’impegno di soggetti del mondo cattolico e laico come le Acli guidate da Luigi Bobba, l’Arci di Giampiero Rasimelli e Nuccio Iovene, realtà del volontariato, del sindacato, della cooperazione, uniti dall’ostinazione e dalla passione di Fabio Salviato, "padre" della banca e primo presidente, servirono a loro modo a rendere più solida la costituzione di una rappresentanza del Terzo Settore. Negli anni sono state molte le sfide superate da Banca Etica. Ugo Biggeri, il presidente di oggi, ne conta almeno cinque: «La prima sfida, ovviamente, è stata diventare una banca. La seconda, essere un movimento consumerista in grado di influire con i propri comportamenti economici sul modo di fare impresa. La terza, non scontata, che i crediti concessi tornassero indietro. Superata anche questa: abbiamo sofferenze 3-5 volte più basse della media. L’ultima sfida, erogare credito in modo ancora più forte. Per ogni euro che entra in banca c’è un euro accreditato».
Il vero successo, a ben vedere, è però stato quello di esserci al momento giusto, allo scoppio della Grande crisi, quando più persone hanno maturato la consapevolezza dei guasti che una finanza male orientata può provocare, e a esigere di più dal sistema finanziario. Una fortuna per Banca Etica. Solo nell’ultimo anno la raccolta è cresciuta dell’11%, a fronte di un calo dell’1,9% del resto del sistema bancario. Ma l’impatto sociale della banca, misurato da una ricerca di Altis dell’Università Cattolica, va ben oltre le sue dimensioni. Il 70% degli impieghi di Banca Etica è andato al settore non profit, contro una media del sistema bancario dell’1%. E ha "premiato" attività e servizi che più di altri contribuiscono all’aumento della qualità della vita e del Pil del benessere. In nome del fatto che «l’interesse più alto è quello di tutti», la raccolta viene remunerata meno e così il credito può essere erogato a tassi inferiori alla media (il 3,57% nel 2013). Soprattutto, Banca Etica ha dimostrato di saper fare bene la banca al servizio dell’economia reale: il rapporto tra crediti verso i clienti e totale dell’attivo è pari al 63,5%, quasi tre punti in più della media, e il tasso di soddisfazione dei clienti (all’80%) raggiunge livelli da primato. Tutto nel segno di una trasparenza che non ha paragoni: sul sito della banca si può verificare chi è stato finanziato, dove, perché, con quanti soldi e con quale tasso.
«Banca Etica è come le banche dovrebbero essere – sostiene Leonardo Becchetti, economista di Tor Vergata e presidente del Comitato etico –. Concede credito, ha poche sofferenze e, non dovendo pagare bonus e massimizzare il profitto, non specula e non fa trading. All’inizio il resto del sistema era scettico. Oggi si è compreso che l’etica non è un assurdo, ma un buon predittore di stabilità, un’informazione importante sulla rischiosità dell’azienda, e molti hanno fatto tesoro di questa lezione».
Il periodo in cui banca Etica ha inziato ad operare si è contraddistinto per la fioritura di un numero consistente di iniziative ispirate all’etica e alla responsabilità, alcune autentiche, molte di facciata. Nel bene e nel male, il trend da allora è sempre stato in crescita. Nel 2001 i fondi investimento etici in Europa gestivano un patrimonio di 14 miliardi di euro, oggi si è attorno ai 110 miliardi. Eppure è proprio dagli anni 2000 che sono state varate le misure più significative per la deregolamentazione dei mercati finanziari e la liberalizzazione di strumenti potenzialmente tossici, e che negli Stati Uniti si è incominciata a gonfiare la bolla del credito immobiliare. Due tendenze parallele, quella dell’etica e del suo contrario, che si sono incontrate violentemente nel 2007, con il crollo del sistema. Spingendo molte realtà a convertirsi a una responsabilità meno di facciata e più di sostanza. «Forse solo la crisi ha reso più persone consapevoli dell’importanza di determinate pratiche, portando a recuperare il valore sociale delle banche – sostiene Jacopo Schettini Gherardini, direttore dell’Ufficio ricerche di Standard Ethics, una delle maggiori e più affidabili agenzie di rating etico, avviata proprio dal 2001 –. Ma il senso di iniziative come la Banca, o la nostra, è stato anche quello di far uscire l’etica dai circoli elitari, dalle tante piccole "etiche casalinghe" nate attorno al marketing della responsabilità sociale, portandola a essere qualcosa di tangibile, popolare, democratico, visibile, sul mercato e a disposizione delle persone. Così, quando la crisi ha presentato il suo conto, ci siamo trovati con gli anticorpi pronti e l’aspirina nel cassetto».
Molto è cambiato in 20 anni. Il Terzo Settore, in costante trasformazione, è sempre alla ricerca di nuove ed evolute fonti di finanziamento, ma ha molti più riferimenti. Da Banca Prossima di Intesa Sanpaolo alle divisioni specializzate in imprese sociali di tanti istituti fino agli emergenti Social impact bond, oggi la concorrenza è molto più forte. In questo scenario quali possono essere le prossime e "profetiche" sfide di Banca Etica? «Più che inventare nuovi strumenti occorre far crescere la consapevolezza dei cittadini su quanto può valere il voto col portafoglio – sostiene ancora Becchetti –. Banca Etica deve saper cambiare marcia, imparare a comunicare meglio quello che è e sfidare i grandi istituti sul credito a settori più ampi del solo non profit». L’ex presidente Salviato una volta disse, ricorrendo a un paradosso, che l’assolvimento della missione della banca ne avrebbe dovuto comportare la chiusura: perché quando tutte le banche sarebbero diventate etiche, allora l’obiettivo sarebbe stato raggiunto. Il mercato ha modificato molte aspettative, fatto saltare tanti steccati. Oggi Biggeri delinea due linee strategiche, di per sé valide per tutto il sistema creditizio. «Nei prossimi anni – argomenta – dovremo darci una struttura ancora più partecipata dai soci, sul territorio. Ma vorremmo anche operare per aiutare a ricostruire quella fiducia che le banche un tempo si meritavano nelle comunità. Per questo auspichiamo una maggiore collaborazione con il mondo delle Banche di Credito Cooperativo e delle Popolari». Secondo punto, il "superamento" del non profit, per guardare alle nuove imprese sociali, a quelle che danno valore alla reciprocità, alle piccole imprese artigiane.

«Non c’è un algoritmo per individuare l’economia del bene comune – dice Biggeri –. Quello che serve è avere valutatori sociali ancora più preparati, capaci di avere un approccio relazionale con i territori e bravi nel costruire reti di fiducia». La sfida, per tutti, è quella di sempre: far capire alle persone che il risparmio può essere una risorsa immensa per la comunità.

Massimo Calvi

© Avvenire, 1 marzo 2014

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