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Bari, nella morsa degli usurai. «Situazione esplosiva»

Una giornata in prima linea, con chi raccoglie le denunce di imprese e famiglie. La storia di Francesco: mi serviva liquidità, ho chiesto aiuto a persone sbagliate

In Puglia sempre più persone e famiglie precipitano nel tunnel bieco e malvagio dell’usura. Esperienza terribile per chi s’indebita fino al collo o si trova in difficoltà economiche, per poi finire nelle grinfie di strozzini spietati che rendono la vita altrui un calvario estenuante e brutale spesso senza via d’uscita.

C’è un mondo sommerso, che si aggroviglia intorno ai tentacoli della criminalità organizzata, difficile da conoscere e da districare perché le vittime dei "cravattari" hanno paura di ritorsioni, minacce e non trovano la forza di denunciare. Eppure, a volte in fondo a quell’antro così oscuro e impenetrabile appare la luce della speranza. Un avamposto della solidarietà e dell’aiuto concreto in soccorso a quella invisibile schiera di disperati e maltrattati che hanno perso tutto, anche la dignità umana. È la Fondazione Antiusura "San Nicola e Santi Medici" di Bari, da 26 anni attiva sul territorio pugliese.

«Il fenomeno dell’usura, come quello delle estorsioni e dell’azzardo, continua purtroppo a dilagare nella nostra Regione – sottolinea monsignor Alberto D’Urso, combattivo presidente della Fondazione –. Segnali preoccupanti di un’emergenza sociale che va affrontata con maggiore determinazione da parte delle istituzioni. Spesso al centro della politica c’è il profitto e non la persona. In questi anni ci siamo imbattuti in storie drammatiche, a volte raccapriccianti. C’è chi ha venduto un rene per pagare il debito agli usurai oppure è stato costretto a dare in cambio la propria casa. Noi ci siamo schierati dalla parte di questi nuovi poveri, tendendo loro la mano non solo per dare assistenza legale ma anche sostegno economico attraverso nostri fondi. Insieme a tutte le altre 31 Fondazioni, raccolte nella Consulta Nazionale, stiamo portando avanti la battaglia di far inserire anche le famiglie tra i beneficiari della legge 108 del ’96, in particolare l’articolo 14 relativo al Fondo di solidarietà che accredita il ristoro solo a coloro che svolgono attività economiche».

Con l’emergenza coronavirus «la situazione rischia di diventare ancor più esplosiva» perché molti hanno perso il lavoro e non riescono a tirare avanti. I centri di ascolto disseminati nei Comuni pugliesi sono il primo passo per un confronto diretto con le persone in difficoltà. La Fondazione, grazie all’impegno costante di 50 volontari tra professionisti, avvocati, commercialisti e consulenti, indica a sua volta il percorso legale e finanziario da seguire.

Nel 2019 sono state ascoltate 550 persone indebitate e a rischio usura. Con i Fondi dello Stato (articolo 15) sono stati garantiti mutui ipotecari per complessivi 344mila euro; altri 519mila euro sono in via di erogazione. La Puglia, dopo Sicilia e Campania, è la Regione che più ha usufruito dei Fondi statali di solidarietà: circa 3 milioni per l’usura, oltre 2 milioni di euro per l’estorsione. «Oggi gli usurai sono diventati più raffinati e temibili – dice l’avvocato Paolo Vitti che opera nella Fondazione –. Studiano nei minimi particolari le loro vittime per poi colpirle con inaudita crudeltà. Quando ci troviamo di fronte a persone indebitate, cerchiamo di individuare la soluzione migliore per poter coprire la somma arretrata. Ma se finiscono nella morsa degli usurai, l’unica cosa da fare è avere il coraggio di sporgere denuncia e di costituirsi parte civile».

Quel coraggio che ha pervaso l’animo esacerbato e angustiato del signor Francesco, 56enne imprenditore edile di una cittadina del sud est barese, che abbiamo incontrato nella sede della Fondazione a Bari. Una vita distrutta e tormentata, dopo essere stato soggiogato e perseguitato da un insospettabile usuraio del suo paese.

«Avevo un’avviata azienda in cui lavoravano 8 operai, molto attiva nel campo dell’edilizia – racconta –. Vivevo serenamente insieme a mia moglie e ai mie due figli. Nel 2008 con la crisi del settore cominciarono le prime difficoltà. Incassi ridotti e problemi per coprire le esposizioni con le banche. Non avevo molta liquidità di denaro. Volevo evitare il protesto. Così, un imprenditore edile che conoscevo mi presentò questa persona disposta a darmi una mano. Non sapevo fosse un usuraio. Mi disse: "Ti presto 40mila euro, ogni mese mi darai il 10 per cento di interesse, se paghi in ritardo ci sarà un extra a tuo piacere". Avevo bisogno di denaro, non c’era altra scelta. Da lì a breve, mi resi conto di essere finito nelle rete perversa di uno strozzino implacabile e accanito».

L’esistenza del signor Francesco diventò un dramma senza fine. «Gli usurai ti soffocano, con la loro continua presenza, le telefonate, le minacce. Non c’è più vita, non c’è più famiglia. Devi solo pensare a trovare i soldi per tamponare il possibile. Io mi arrangiavo con qualche lavoretto, chiesi aiuto alle mie sorelle e a mio cognato che si sono svenati per me. In due anni e mezzo sono stato costretto a pagare 140mila euro di interessi, tutto questo all’insaputa di mia moglie e dei miei figli».

Un incubo costante e angosciante senza un attimo di tregua. «Ero sul lastrico. A casa non c’era né luce, né gas. Mi arrivò lo sfratto. Pensai anche di farla finita. Ma l’usuraio non si piega mai. Un giorno mi affrontò senza pietà: "Anche se decidi di suicidarti, il tuo debito ricadrà su tua moglie, i tuoi figli, i familiari".

In quel momento, ebbi uno scatto, una reazione. Decisi di riprendermi la vita. Mi misi in contatto con la Fondazione di monsignor D’Urso. Una vera àncora di salvezza. Andai al commissariato di polizia per denunciare l’aguzzino dopo una confessione fiume. In seguito ad un’operazione concordata, il mio sfruttatore venne arrestato mentre gli consegnavo il denaro. Quella giornata è stata una liberazione».

Oggi il signor Francesco è dipendente di una impresa edile. Ha ritrovato l’affetto della famiglia, fiducia e speranza anche se le ferite sono ancora aperte. «Spero che la giustizia faccia il suo corso e punisca colui che ha rovinato la mia esistenza, gettandomi nella disperazione e nella sofferenza. Ho voluto dare un segnale forte a quanti si trovano nella mia stessa situazione. Bisogna avere il coraggio di denunciare, altrimenti la tua vita diventa un inferno».

Nicola Lavacca, Bari

© Avvenire, sabato 25 luglio 2020

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