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Bestemmie impunite, che brutto autogol

«Non nominare il nome di Dio invano», secondo comandamento. Ma per quei calciatori, credenti e non, dovrebbe almeno valere la norma introdotta dal consiglio federale nel febbraio 2010, la quale sanciva che chi bestemmia in campo deve essere punito con l’espulsione.

«Per i trasgressori, sanzioni possibili anche dopo, con l’utilizzo del mezzo televisivo», disse serafico annunciando la “novità”, il presidente della Figc Giancarlo Abete. Invece ieri il giudice sportivo Tosel non ha ritenuto opportuno assumere la prova tv per il difensore brasiliano dell’Inter Maicon che sabato sera, in Inter-Parma, al gol del compagno Faraoni (la rete del 5-0) si è esibito in una plateale quanto gratuita bestemmia che non è sfuggita alle cento telecamere piazzate al Meazza e tanto meno ai telespettatori come noi.

Agli interisti, dalla dirigenza alla Curva, chiediamo di rimanere lucidi e di non alzare il solito muro del tifo cieco e di partecipare fin da questo momento alla campagna per mettere al bando i “bestemmiatori di campo”. Non è una battaglia da moralisti per fare di Maicon il capro espiatorio di una tendenza - quella della blasfemia del pallone - purtroppo assai diffusa, ma la necessità di ripulire il calcio, cominciando dai comportamenti dei suoi protagonisti più privilegiati che sarebbero tenuti a dare il massimo esempio di etica e professionalità. È ciò che, solo due mesi fa, chiedeva a gran voce il presidente del Coni Gianni Petrucci, dopo le reiterate imprecazioni al cielo, ascoltate forti e in chiaro nella diretta Sky di Cagliari-Bologna. «Non mi sono piaciute le bestemmie, è una brutta immagine per il calcio. Vorrei vedere se, davanti ai propri figli, queste persone terrebbero lo stesso comportamento. Non si tratta di religione, ma è una questione di educazione e di civiltà», tuonò il numero uno dello sport italiano.

Parole sante. Del resto, ricordiamo a tutti i professionisti, che praticano l’ingiuria blasfema, che fino al 1999 la bestemmia veniva addirittura considerata reato dal nostro codice penale e attualmente è comunque un illecito amministrativo. Nel calcio si tratta di un “illecito sportivo”, ma da due anni in qua, nonostante la regola, non viene sanzionata quasi mai.

Eppure, nel marzo 2010, al suo esordio, la normativa anti-bestemmia sembrava aver aperto una nuova era con le squalifiche esemplari comminate all’allenatore del Chievo Di Carlo e al calciatore Lanzafame (allora al Parma). In quella stessa giornata in B incappava nella medesima sanzione (poi annullata dietro ricorso) anche il difensore della Triestina Scurto. Irremovibile, invece, la decisione, a giugno 2010, per il bomber del Torino Rolando Bianchi che saltò la finale dei playoff vinta dal Brescia. Figurine Panini di Serie B, ma comunque punite, a differenza di un campione del mondo come Gigi Buffon che dopo un “papera” in uno Juventus-Genoa fu immortalato dalla telecamera mentre sciorinava un rosario di bestemmie indegno di un fuoriclasse come lui. Risultato finale: la trasmissione “Striscia la notizia” per la bravata insigniva il Gigi nazionale con il Tapiro d’oro. L’unico a rimbrottarlo per il pessimo gesto fu il compagno di squadra Nicola Legrottaglie, così Buffon per difendersi pubblicamente sminuì la portata dell’episodio adducendo come giustificazione di aver pronunciato la parola «zio», in quanto «ho uno zio porcellino». Un precedente, che servì da assist all’attaccante della Lazio, Tommaso Rocchi: colto sul fatto emulò Buffon con un poco credibile «cito spesso mio zio...».

La maggior parte dei suoi colleghi ormai adottano ad arte l’escamotage del «porco zio» che al massimo più che offendere la dignità o la memoria del parente stretto, potrebbe sortire solo la rivalsa di un altro illustre campione del mondo, Beppe Bergomi, in arte appunto lo “Zio”. Ma giova ribadirlo, i campioni con la “C” maiuscola la fanno sempre franca quando bestemmiano in campo. È il caso di Ibrahimovic che nell’ultimo turno del 2011, nella partita vinta dal Milan a Cagliari, venne ripreso in flagrante mentre “smoccolava” invano il nome del Signore. Ora, come non è stato punito Ibrahimovic, pena sospetto di “complotto” in vista del derby di domenica, è stato chiuso un occhio anche per Maicon. Una “svista” che la dice lunga sulla contradditorietà nell’applicazione della norma che nel frattempo però ha portato al deferimento (dopo gara persa dagli emiliani all’Olimpico con la Lazio) del dg del Parma, Pietro Leonardi, e alla squalifica dell’allenatore del Siena Giuseppe Sannino, sempre a Cagliari, in una partita di Coppa Italia vinta dalla squadra toscana.

«Accetto la squalifica perché ho usato parole inappropriate, ma non la motivazione perché sono certo di non aver pronunciato un’espressione blasfema», disse Sannino che però la giornata di squalifica l’ha incassata lo stesso, mentre è stato appena prosciolto l’arbitro Gianluca Barbiero, deferito per essersi rivolto con espressioni blasfeme a due calciatori del Foggia (Burrai e Laribi Karim), nel match di LegaPro disputato lo scorso 3 aprile dalla formazione pugliese contro il Siracusa. «Non è certo che l’aggettivazione (porco) ingiuriosa e denigrativa come hanno denunciato i due calciatori», abbia preceduto il nome di Dio, sta scritto nella sentenza che comunque lascia ampio spazio al dubbio e conferma una certezza: il calcio è sempre più omertoso e i suoi protagonisti non ammettono mai le loro responsabilità.

E non è affatto vero che “tutto lo sport è paese”. Il coach della Bennet Cantù, Andrea Trinchieri, nella partita contro la Scavolini Pesaro di questa stagione per una bestemmia ha rimediato un fallo tecnico. La sua reazione? «Mi vergogno per quello che ho fatto e per ciò che ho causato – il mea culpa di Trinchieri –. Mi scuso con la società e con le persone credenti, il mio non è stato un comportamento corretto». Meditate uomini di calcio, meditate...

Massimiliano Castellani
 
© Avvenire, 10 gennaio 2012
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