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Chiara Amirante: «Ho trovato Dio negli inferi della Stazione Termini di Roma»

L’intervista alla fondatrice di Nuovi Orizzonti, premiata dal Capo dello Stato come Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, in cui racconta com’è nata l’associazione, che nel 2019 ha compiuto 25 anni: «Quando incrociai lo sguardo di un tossicodipendente capii qual era la mia strada. E chiesi un segno che arrivò»

 Pubblichiamo l’intervista realizzata nel marzo 2019 a Chiara Amirante, fondatrice di Nuovi Orizzonti, in occasione dei 25 anni dell’associazione. Amirante è stata insignita martedì dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, della medaglia di Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana «per il suo straordinario contributo al recupero delle marginalità e fragilità sociali e al contrasto alle dipendenze», come si legge nella motivazione del Quirinale, «da sempre impegnata nel recupero degli emarginati, dei giovani con problemi di tossicodipendenza, alcolismo e prostituzione, attiva nelle carceri e con i bambini di strada».

Quando nei sotterranei della stazione Termini di Roma Chiara Amirante appena ventiseienne si trovò faccia a faccia con lo sguardo agonizzante di Angelo, un ragazzo che per farla finita era arrivato alla terza overdose, si chiese se fosse quella la strada giusta per lei. Poi alzò lo sguardo e lesse quello che Angelo aveva scritto su un muro: “Nonostante la vostra indifferenza noi esistiamo”. «Era Gesù che sulla croce gridava a Dio perché lo avesse abbandonato. Capii che dovevo andare avanti».

Voce sottile, quasi impercettibile. Sorriso radioso. C’è qualcosa di folle in tutto quello che ha fatto e continua a fare questa donna la cui salute è tornata ad essere malferma dopo la guarigione inspiegabile (e non richiesta) di tanti anni fa. Da quell’incontro di una notte d’inverno del 1991 è nata Nuovi Orizzonti, un’associazione internazionale di volontariato che, partita da Trigoria, alle porte di Roma, nel 1994, oggi è presente in vari Paesi del mondo e conta duecentoventotto centri di accoglienza, più di mille equipe di servizio, settecentomila cavalieri della luce. L’8 dicembre 2010 è stata riconosciuta dal Vaticano come associazione internazionale privata di fedeli di diritto pontificio.

Che ricordo ha di quella notte?

«Facevo già volontariato in stazione tra i clochard e gli immigrati ma nei sottopassaggi non ci andava nessuno. Io sapevo che i più disperati erano proprio lì: alcolizzati, tossicodipendenti, donne costrette a prostituirsi, ex detenuti, clochard. Quando arrivai c’era una rissa. Vidi Angelo, per terra, che aveva tentato la terza overdose per farla finita. Cercai un posto dove portarlo ma non trovai nulla. Mi tornarono in mente le parole del Vangelo: “Non c’era posto, per loro, nell’albergo”. L’impotenza di non poter fare nulla fu per me uno shock fortissimo».

Che fine fece quel ragazzo?

«Si salvò. Due giorni dopo venne a portarmi un regalino per ringraziarmi di avergli salvato la vita. Restai di stucco. Mi disse: “In vent’anni di strada nessuno si era mai fermato per chiedermi come stavo. Voglio incontrare anch’io questo Gesù che ti ha portato a rischiare la vita per me”».

E lei?

«Capii perfettamente che la nostra indifferenza può uccidere e il semplice ascolto può salvare la vita di una persona».

Che cosa l’ha spinta, quella notte, a scendere negli inferi?

«Fu il culmine di un percorso. Avevo riscoperto la fede da poco. Ero assediata dalla malattia. Stavo per perdere completamente la vista a causa di un’uveite che presto mi avrebbe portato alla cecità totale. Ero a un passo dalla disperazione eppure sperimentavo nel mio cuore una pace e una gioia profondissime. Mi proposi di portare questa serenità ai disperati come me. Sembrava un’idea matta».

Lo era, soprattutto per le sue condizioni di salute.

«Infatti chiesi a Dio un segno: “Signore, se sei Tu che mi metti nel cuore questo folle desiderio di andare di notte nei deserti delle nostre metropoli, mettimi anche nelle condizioni di poterlo fare”».

Cosa accadde dopo?

«L’indomani andai a Messa. Il Vangelo del giorno era quello in cui il lebbroso chiede a Gesù di guarirlo. Io non chiesi nulla ma arrivò la mia guarigione all’improvviso, completa, inspiegabile dopo tre anni di dolori atroci e otto mesi da quasi cieca. Interpretai quella risposta come la risposta che cercavo. Da quel momento il popolo della notte è diventata la mia nuova famiglia».

La strada era tutta in salita, però.

«Quando vedi giovani imprigionati nell’inferno della droga, della tratta, della schiavitù ti senti impotente. Cercavo di indirizzare questi disperati nelle strutture ma non era facile tutti i giorni trovare per loro un pasto caldo e un alloggio che comunque non bastano. Pensai di dover fare qualcosa per queste persone, a cominciare un percorso di spiritualità partendo dal Vangelo».

I media chiamano “popolo della notte” chi vuole divertirsi. È così?

«Si comincia col volersi divertire e si finisce col perdersi. La notte, pian piano, da fisica, diventa notte dell’anima».

Di cosa soffrono queste persone?

«Di solitudine. Il resto è una conseguenza: anoressia, bulimia, sessodipendenza, droga, dipendenza da Internet. Il popolo della notte non sta solo in periferia ma nei quartieri più chic. Non c’è coscienza di quanto siano devastati i nostri ragazzi oggi perché le loro sono povertà invisibili. Il barbone lo vedi, chi ha ricevuto una coltellata al cuore no».

 

Nuovi Orizzonti com’è nata?

«In quegli anni chiedevo a vari politici e alle istituzioni di darmi una mano. Risposte zero. I giovani continuavano a morire e i politici a promettere. Feci un salto di fede. Il 24 maggio, festa di Maria Ausiliatrice, decisi di lasciare tutto e andare a vivere in strada con la mia nuova famiglia. In quello stesso giorno mi chiamarono per offrirmi gratis tre strutture. Nacque così il centro d’ascolto nel tunnel della stazione Termini. Ancora una volta la Provvidenza mi era venuta incontro».

C’è qualche storia di disperazione che l’ha particolarmente colpita?

«Quelle che mi hanno raccontate le donne costrette a prostituirsi che hanno provato a scappare dai loro aguzzini. Una è stata legata a una macchina e trascinata nuda sull’asfalto, un’altra squartata viva e data in pasto ai maiali, a un’altra ancora misero topi e serpenti nelle parti intime».

Ma di fronte a tanto male lei non si scoraggia mai?

«Tutti i giorni. Se avessi basato quest’avventura sulle mie sole forze sarei scappata dopo una settimana. Però ho visto e continuo a vedere continuamente tante persone passare dalla morte alla vita. Questo mi dà la forza di andare avanti anche se le energie sono sempre meno e la mia salute è messa a dura prova. San Paolo dice che è quando siamo deboli che si è forti e che, per fare tutto, basta la grazia di Dio».

Il suo ultimo libro, La guarigione del cuore (Piemme), è un manuale sulla spiritoterapia. Cos’è?

«L’esperienza che in questi anni ho fatto nel cercare di accompagnare tante persone sprofondate in tunnel terribili. Se è vero che nella nostra mente ci sono tante potenzialità, è altrettanto vero che queste immense potenzialità, il più delle volte inespresse, ci sono anche nel nostro spirito dove troviamo le chiavi fondamentali per la guarigione del cuore, per riscoprire la pace interiore e la gioia piena che ci ha promesso Gesù».

Chi sono i cavalieri della luce?

«Persone che hanno affrontato questo cammino di guarigione e da disperati sono diventati portatori di speranza per gli altri. Sono uomini di buona volontà che credono nella potenza dell’amore e nella forza rivoluzionaria del Vangelo».

A Nuovi Orizzonti si sono avvicinati tanti vip: da Nek a Matteo Marzotto ad Andrea Bocelli. Cosa li accomuna?

«La voglia di fare qualcosa di buono insieme. La gioia attira sempre, anche coloro che per il mondo sembrano uomini realizzati e di successo ma nel cuore conservano una profonda inquietudine. Tra i cosiddetti vip non ci sono meno disperati rispetto a quelli che trovi in strada. Solo che le loro ferite non si vedono».

Lei ha conosciuto gli ultimi tre papi. Che rapporto ha avuto con loro?

«Di grande comunione e amicizia. Però in questi anni mi sono sentita molto sola, non ho avvertito il sostegno della maternità della Chiesa. Come se accogliere gli invisibili delle metropoli fosse una prerogativa solo mia e non di tutti i cristiani».

La Chiesa in uscita predicata da papa Francesco.

«Appunto ma c’è una Chiesa che preferisce starsene comoda nel suo recinto. In quest’ospedale da campo di cristiani se ne devono pochi. È un’omissione di soccorso».

Dov’è Dio oggi?

«Ovunque. Il problema è che noi non abbiamo più gli occhi per vederlo».

Antonio Sanfrancesco

© www.famigliacristiana.it, martedì 29 dicembre 2020