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Ci vuole orecchio

Cd verso l’estinzione, dittatura Mp3. Ma che musica è? Chi è cresciuto comprando album e 45 giri, forse, farà un salto. Perché ora, a essere a un passo dalla pensione, è il compact disc. Cioè il dischetto simbolo della nascita della musica digitale. L’ultimo supporto fisico destinato a divulgare la musica.

Entro pochi anni – secondo i pessimisti, uno o due; secondo gli ottimisti, tre o al massimo cinque, sei anni – la musica sarà solo «liquida». Cioè venduta, acquistata e riprodotta in un file. I compact disc resteranno per uso privato e per creare cofanetti speciali, venduti a caro prezzo a nostalgici 50-60enni (cosa peraltro che avviene già ora).
È la società digitale, dicono gli esperti.

Ed è vero. Ciò che invece pochi dicono è il paradosso della generazione «digitale», quella nata al tempo dei compact disc e degli Mp3: vive sì immersa nella musica, ma non la sa più ascoltare. Perché quella che le arriva nelle orecchie attraverso iPod e lettori mp3 vari è ormai un surrogato di alta fedeltà. Una pallida copia del «vero» suono della musica. A rendere il disastro più completo ci si è messa l’industria musicale che registra, produce e diffonde musica, anno dopo anno, con livelli di volume sempre più alti, per farla apparire più forte e «muscolosa» nelle cuffiette dei lettori mp3. Per farlo, finisce però per ucciderne la dinamica naturale. Che, banalizzando, è la differenza tra il massimo e il minimo volume di un suono. Così tutto si appiattisce.

Se negli anni Settanta, probabilmente, si esagerava col mito del suono perfetto, oggi si è passati dalla parte opposta. Allora gli audiofili correvano nei negozi d’importazione a comprare la stampa made in Usa dell’ultimo album di Bob Dylan «perché come suonano i vinili americani non suona nessuno». Spendevano il 30-40% in più di tutti gli altri e se ne tornavano a casa felici. Mettevano i dischi neri su giradischi dalle puntine costose come oro e si sedevano in poltrona a godersi la musica. «Senti che bassi, senti che profondità». «Senti qui, in questa registrazione orchestrale si avverte persino la posizione dei violini».

L’abbiamo scritto prima: forse esageravano. Ma avevano imparato a cogliere ogni sfumatura della musica. Così, quando arrivarono i primi compact disc digitali, i puristi brontolarono: «Hanno un suono tanto perfetto quanto freddo». Però erano più comodi. E più resistenti. E allora via con i compact disc. E poi, via con gli Mp3. Semplici e portatili come i vecchi walkman a cassette. I primi riproduttori musicali a poter viaggiare nelle nostre tasche. Comodi, comodissimi.

Ma riproducevano la musica con una qualità pessima. Eppure, ai ragazzi piacevano; tanto e come gli Mp3 ora. E, ascolto dopo ascolto, si perdeva e si è perso il gusto di sentire la musica «perfetta». Il mercato dell’HiFi, cioè degli apparecchi capaci di riprodurre musica in alta fedeltà, è crollato. Perché la possibilità di portare con noi centinaia o migliaia di canzoni ha fatto via via passare in secondo piano la qualità di come le ascoltiamo. Volete una prova? Provate a dire a qualcuno che ascolta musica con un lettore mp3 che esistono formati ad alta fedeltà come Flac, Apple Lossless, Monkey’s Audio o Windows Media Audio e vedrete formarsi sulla sua fronte un bel punto interrogativo.

Perché tutti vogliamo portare con noi la musica, ma in fondo non ci importa qual è il suo sapore. Perché se nessuno ci insegna qual è il suono vero di un basso o di una batteria, perdiamo il gusto. Come col cibo. Per scoprirlo ormai bisogna andare in una sala da concerto. Magari mentre suonano classica, cioè musica non amplificata. Perché nei concerti rock, come fanno coi cd, la musica la pompano sempre di più, finendo con lo snaturarla. Insomma, forse, prima della fine del cd, dovremmo preoccuparci di come diseduchiamo le nostre orecchie.

Gigio Rancilio
 
© Avvenire, 10 novembre 2011
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