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Conoscere Dio: una questione seria

Nella lettera di presentazione di «YouCat» (Youth Cathechism), la versione del catechismo per i giovani che verrà diffusa tra i partecipanti alla Giornata mondiale della gioventù di Madrid l’estate prossima, il Papa scrive ai giovani che il catechismo «ci parla del nostro stesso destino». Perciò, dice, «dovete conoscere quello che credete; dovete conoscere la vostra fede con la stessa precisione con cui uno specialista di informatica conosce il sistema operativo di un computer; dovete conoscerla come un musicista conosce il suo pezzo».

È un pensiero semplice, decisivo e valido per qualsiasi uomo, che fa tornare in mente un celebre pensiero di Pascal: «Lo stato dopo la morte – scrisse il filosofo – è eterno, qualunque ne possa essere la natura». Pertanto le nostre azioni e i nostri pensieri devono regolarsi in modo completamente diverso in rapporto alla reale natura dell’eternità che ci aspetta, ed «è impossibile fare un passo con sensatezza e con discernimento senza regolarlo in vista di tale esito». In effetti, ognuno di noi cerca giustamente di formarsi una vasta e solida competenza e di approfondire continuamente le conoscenze della sua professione, o anche di altri campi dello scibile più o meno importanti; dall’altra parte, però, spesso ci accontentiamo di una conoscenza religiosa ferma – anzi, sbiadita nella memoria – al catechismo imparato alle elementari e adeguata a quella capacità di comprensione; oppure (nel caso degli indifferenti) tralasciamo del tutto di interessarci alla conoscenza più decisiva che esista, quella relativa al nostro destino eterno.

Un altro grande filosofo come Kierkegaard scrive: se il cristianesimo ti è stato annunziato «tu devi farti un’opinione intorno a Cristo», intorno alla verità o alla falsità di questo annunzio, perché la verità o la falsità circa il Salvatore dell’uomo «è la decisione di tutta l’esistenza». Infatti, qualora fosse vero che esiste Dio e che egli sceglie di incarnarsi e di morire per ciascun uomo, ciò «non è per un capriccio ozioso», non è qualcosa che Dio ha fatto perché si stava annoiando e non aveva nulla da fare: «No, se Dio fa questo, la serietà dell’esistenza dipende da questo fatto», perciò «ognuno deve avere un’opinione in merito». In effetti, è opportuno fare chiarezza sul fine ultimo della ricerca della conoscenza: essa ci deve aiutare a compiere il bene, a conseguire la virtù, a ben vivere e a ben morire.

Ciò vuol dire che dobbiamo cercare una giusta proporzione tra ciò che sappiamo per via della nostra professione, o per interesse, e ciò che è imprescindibile conoscere per comprendere il senso della vita: posso apprendere tutto sull’informatica, sull’economia, sul calcio, sulla musica..., ma quello che conta principalmente è tentare di rispondere alle grandi domande: chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Esiste Dio? Qual è il senso della vita? Che cosa è bene e male? Così, non di rado, diciamo che la fede è un dono, e perciò chi non ce l’ha non può fare nulla. A ben vedere, tuttavia, se è vero che la fede è una virtù teologale infusa – cioè impressa da Dio nell’anima – nello stesso tempo possiamo predisporci a ricevere questo dono, come chi prepara un terreno affinché possa essere seminato. Ciò vuol dire che chi è incerto sull’esistenza di Dio e sull’esistenza del Dio di Gesù Cristo può comportarsi come chi cerca un tesoro – perché tale sarebbe Gesù Cristo qualora fosse reale anche per lui – senza esser certo che esista e nondimeno si mette a cercarlo. Etsi daretur, vivere come se esistesse. Per esempio facendo letture adeguate, interpellando persone. E chiedendo al «Dio sconosciuto» di donargli la fede.

Giacomo Samek Lodovici
© Avvenire, 16 febbraio 2011
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