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Corrosione da fermare

La sfida di questo tempo

C’è una lenta ma devastante corrosione che va vista, compresa, affrontata e fermata. La parola esatta non c’è nel testo scritto e pronunciato ieri dal cardinale Angelo Bagnasco e che ha aperto i lavori del Consiglio permanente di primavera dell’episcopato italiano. Tuttavia l’immagine emerge nitida dal ragionamento che il presidente della Cei sviluppa da «pastore» e da «leale cittadino», come si definisce, assieme a tutti i vescovi, nel fiducioso omaggio reso al nuovo capo dello Stato Sergio Mattarella.

Sono diversi e gravi i mali che congiurano a corrodere il vivere insieme, la nostra «casa comune», minandola alla base. Inquinano le fonti che alimentano la solidarietà. Distruggono una grande ricchezza morale e materiale che è frutto del lavoro e dei valori di tutti e della promessa legata alle nuove generazioni. Fanno crescere disgusto e sospetto sia verso chi governa e amministra sia verso i "diversi" da noi anche solo per pelle. Inducono a confondere ciò che non può essere confuso, a cominciare dalla verità della persona umana – uomo e donna – assediata dalle "teorie del gender" alle quali si vorrebbero conformare le nuove generazioni, sin dalla più tenera infanzia. Bagnasco li chiama per nome, a uno a uno, questi mali.

Con chiarezza. All’insegna di quella scelta di totale prossimità della Chiesa italiana al popolo che è chiamata a servire, che ispira e dà direzione salda al cammino – anzi alla cinque vie modulate sull’Evangelii gaudium di papa Francesco – verso il Convegno ecclesiale nazionale di Firenze di autunno.

Corrosione, questa la parola e la sfida. Un termine che richiama la corruzione che umilia, con la logica capovolta del «malaffare», l’operare utile della politica, della pubblica amministrazione, delle imprese e alla quale va opposta una decisa «resistenza». Corrosione. Un concetto che contiene il sentimento di sgomento di chi ha visto e vede in questi anni di crisi durissima (e ancora non superata) una continua distruzione di lavoro, di dignità e di certezze, sin quasi a non osare più la speranza: lo sciupio più grande e più rischioso, perché porta all’incapacità di «investire» risorse personali, ideali e finanziarie quando, invece, di questo c’è più bisogno e i nuovi strumenti da sperimentare non mancano. Corrosione. Una parola che spiega bene i violenti processi con cui si punta a rendere impossibile la convivenza, sotto una stessa legge di libertà e di giustizia, tra persone di fedi e pensieri diversi. Il pianificato delirio dei jihadisti che in Asia e in Africa uccidono nel nome di Dio è la faccia più orribile di questa realtà, ma non è l’unica.

«Non si può svuotare una cultura dei propri valori spirituali, morali e antropologici senza che si espongano i cittadini a suggestioni turpi. In questo senso la cultura occidentale è minacciata da se stessa e favorisce il totalitarismo», sottolinea il presidente della Cei. Una notazione-cerniera tra la riflessione sul dramma delle persecuzioni anticristiane e sulle altre terribili ingiustizie che piagano terre a noi vicine e quella sulla «tragedia di uomini donne e bambini che attraversano il mare» cercando scampo e futuro in Europa e trovano anche individualismi, nazionalismi e persino slogan ciechi e cattivi scagliati da chi confonde le vittime con i carnefici. E Bagnasco indica anche qui una linea di «resistenza» che passa attraverso la testimonianza di coloro che da cristiani e da uomini di buona volontà lavorano per spezzare la logica della guerra totale e, insieme, per promuovere l’integrazione di profughi e migranti nella cornice di una legalità salda e perciò saggiamente accogliente.

Ma del progetto di deleterio «svuotamento» sono parte essenziale anche le manovre dei signori di una irresponsabile ed economicamente potentissima «governance mondiale che va oltre i governi eletti» e sempre più scopertamente punta a imporre un modello di umanità «fluido» e persino «transumano». Rendersene conto è solo il primo passo della «resistenza» alla corrosione più subdola. L’avvio dell’indispensabile ripartenza nella costruzione della casa comune.

Marco Tarquinio

© Avvenire, 24 marzo 2015

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