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Dossier. Non possiamo lavarcene le mani

Garantire l'accesso permanente all'acqua è uno degli Obiettivi del millennio individuati dalle Nazioni Unite. La Giornata mondiale dell'acqua è l'occasione per approfondire la questione

1. 22 marzo, la Giornata mondiale dell'acqua

 

Il 2013 è l'Anno internazionale Onu della cooperazione per l'acqua e il 22 marzo cade la Giornata mondiale dell'acqua. Un tema di strettissima attualità, che oltretutto ha numerose implicazioni da un punto di vista economico, sociale e geopolitico in particolar modo nel Sud del mondo.
L'acqua è l'elemento fondamentale per la vita, per lo sviluppo dell'umanità ed è assolutamente necessaria per mantenere il nostro pianeta in salute. Ma l'acqua non durerà in eterno e, dati i cambiamenti climatici, lo sviluppo economico e le mutate abitudini, le relativamente limitate risorse idriche della Terra sono state messe sotto forte pressione e al centro di potenziali conflitti per il suo controllo. Ma l'acqua può essere adoperata anche come strumento di pace e di equo sviluppo, dal momento che qualsiasi azione per la gestione delle risorse idriche richiede un'effettiva cooperazione tra molteplici attori sia su scala locale sia internazionale.

Ma se anche uno solo degli attori coinvolti nella gestione delle risorse idriche non coopera, allora la "catena della cooperazione" è rotta e la gestione dell'acqua non sarà improntata a criteri di equità e sostenibilità, con effetti dirompenti tanto sulle vite umane quanto sullo sviluppo economico e sociale. Quando invece le risorse idriche sono condivise e gestite attraverso la cooperazione, gli obiettivi della pace, della prosperità e dello sviluppo sostenibile potranno essere raggiunti più facilmente.
L'accesso permanente all'acqua e i servizi igienico-sanitari sono, tra i diritti inalienabili dell'essere umano, evidentemente correllati alla disponibilità di acqua. Ma più in generale cancellare la povertà, garantire eguaglianza sociale e di genere, tutelare l'ambiente sono tutti obiettivi che passano attraverso un corretto utilizzo delle fonti idriche: tensioni sociali, politiche e culturali tra gruppi, etnie o Paesi diversi possono per esempio essere superate anche grazie a un'equa distribuzione dell'acqua. Senza contare i diretti benefici in termini di sviluppo economico, considerato che qualsiasi genere di attività economica coinvolge l'acqua.
L'Anno internazionale Onu e la Giornata mondiale dell'acqua si propongono quindi di stimolare la conoscenza e la consapevolezza dell'importanza del tema, in particolar modo sottolineandone benefici e sfide da affrontare, diffondere azioni innovative e concrete, creare collaborazioni e partnership, incoraggiare la cooperazione tra istituzioni e attori economici in modo da raggiungere un consenso globale sugli Obiettivi per uno sviluppo sostenibile nell'era post 2015.

 

2. Scarsità d'acqua, malattie e soluzioni innovative

 

La diffusione endemica di malattie è, in molte Regioni del mondo, una diretta conseguenza dell'impossibilità di accedere a fonti di acqua potabile. Haiti ne è un caso esemplare. Le ondate di colera che hanno colpito l'isola caraibica negli ultimi anni, secondo le stime del ministero della Salute haitiano, hanno ucciso dall'ottobre 2010 più di 8 mila persone contagiandone quasi 650 mila. Il difficoltoso accesso all'acqua potabile e le disastrose condizioni igienico-sanitarie – inclusa l'assenza di una rete fognaria – hanno contribuito in modo decisivo ad aggravare le già numerose difficoltà della popolazione.
Per questa ragione il Governo haitiano ha lanciato un piano decennale da 2,2 miliardi di dollari per sradicare il colera dall'isola: un programma che evidentemente non può prescindere da una gestione delle fonti idriche più razionale e moderna. L'attuazione del piano sarà ovviamente condizionata dalla disponibilità di fondi, ma questa sarebbe la giusta direzione da intraprendere. I primi due anni del piano infatti prevederebbero lo stanziamento di 500 milioni di dollari. In 10 anni, lo scopo sarebbe di aumentare l’accesso all’acqua potabile dal 69 per cento all’85 per cento della popolazione, e a servizi igienici dal 27 al 90 per cento. Il piano inoltre non può prescindere da un urgente ammodernamento infrastrutturale.
Sulle colline di Morne á Cabrit, a un’ora di macchina dalla capitale, nel settembre 2011 è stato inaugurato il primo impianto di trattamento delle acque di scolo ad Haiti, con 50 camion al giorno che arrivano da ogni angolo del Paese. Prima del piano di trattamento, le acque reflue erano scaricate nella discarica di Port-au-Prince, fino a quando il colera non ha generato un’ondata di proteste da parte delle comunità vicine.
Ma l’impianto è rimasto chiuso per manutenzione dall’inizio di febbraio 2013: come tanti altri progetti ad Haiti, non si è stati in grado di trovare i fondi perché l’impianto funzioni a dovere. L’agenzia governativa “Dinepa” ha costruito due siti di trattamento delle acque reflue, altri cinque sono in costruzione,  con piani di costruirne 18 per ognuna delle città più grandi. L’agenzia intende raccogliere 23 milioni di dollari nei prossimi due anni per assicurarsi che le acque di scarico non siano più rigettate in fiumi e corsi d’acqua, cosa che garantirebbe un immenso passo in avanti nel debellare il colera.

La ricerca scientifica e la collaborazione tra enti accademici e attori economici sono, come detto in precedenza, tra le carte più importanti da giocare perché si giunga a una gestione equa, sostenibile e accessibile dell'acqua. Dal Perù è recentemente arrivato un esempio in questo senso incoraggiante.
A Lima e nelle zone limitrofe della capitale la mancanza di acqua potabile è un problema assai diffuso. Le piogge non sono frequenti, l'acqua proveniente dai pozzi è spesso inquinata e il tasso di umidità dell'aria è altissimo, arriva a sfiorare il 98 per cento. Ma dalla collaborazione tra l'Università peruviana di Ingegneria e tecnologia UTEC e l'agenzia pubblicitaria cilena Mayo è nata un'idea potenzialmente rivoluzionaria.
Sfruttando l'elevato tasso di umidità dell'aria, è stato realizzato e installato un pannello pubblicitario stradale in grado di catturare l'umidità e trasformarla in acqua potabile, grazie al processo dell'osmosi inversa. Il pannello fornisce 100 litri di acqua potabile al giorno. Il pannello reca una "pubblicità progresso" che promuove le iscrizioni all'UTEC, dimostrando che l'ateneo forma professionisti altamente specializzati, i quali potranno contribuire allo sviluppo sostenibile del Paese. La popolazione si augura che altri di questi pannelli vengano installati in modo che tutti i villaggi possano usufruire di una fonte illimitata di acqua potabile.

Milioni di dollari vengono sprecati ogni anno per decine di migliaia di sistemi di approvvigionamento idrico in tutto il mondo che si rompono, restano abbandonati o si dimostrano inefficienti e non sostenibili dal punto di vista economico. E ogni giorno uomini, donne e bambini nei Paesi in via di sviluppo si ricordano di quanto sia stata breve per loro la speranza di disporre di acqua pulita, mentre passano davanti a un pozzo abbandonato o a una pompa per l'acqua inutilizzata. Questo li costringe a fare affidamento su fonti idriche meno sicure.
Water for People è un'organizzazione insignita del premio come migliore Ong del 2012. L'organizzazione ha compreso che il lavoro di monitoraggio delle fonti e delle reti idriche è fondamentale per ridurre i tempi dello sviluppo economico, e per questa ragione ha realizzato il progetto FLOW (Field Level Operation Watch).
Grazie a telefoni cellulari Android, sistemi GPS e software Google Earth, FLOW è in grado di fornire a comunità locali, partner e volontari i dati provenienti da decine di migliaia di punti d'acqua del mondo: localizzazione, stato di servizio, funzionamento e immagini in tempo reale sono alcune delle informazioni che sono così messe in Rete e perciò a disposizione di tutti.

 

3. Un veicolo di educazione, una possibilità di crescita

 

Non sono solo la classica goccia nel mare. Certe storie sono la dimostrazione che la promozione di un uso consapevole della più importante risorsa naturale della Terra può diventare un veicolo di educazione e un fattore decisivo di sviluppo. In ogni angolo del mondo.
Dyna Yankurije è una giovane donna ruandese, non ha potuto completare la scuola elementare, non riesce a trovare un impiego. Almeno fino a quando non ha inizio il progetto "Acqua, sorgente di vita!" di Fondazione Avsi e MLFM - Movimento per la lotta contro la fame nel mondo finanziato dall'Unione europea, che prevede la riabilitazione dell'acquedotto di Rutare, coinvolgendo la popolazione come manodopera non qualificata e fornendo veicoli e attrezzature tecniche. Dyna riesce così finalmente a trovare un impiego.
Da responsabile delle fontanelle che venivano costruite man mano, Dyna arriva a far parte della squadra che costruisce la stazione di pompaggio dell'acqua. Grazie alle competenze acquisite, Dyna diventa muratrice a tutti gli effetti nel 2012, che significa un regolare contratto di lavoro e uno stipendio più alto.
Dyna oggi abita a due minuti dalla fontana. Prima doveva camminare per tre ore per andare a rifornirsi di un'acqua nemmeno pulita. Vive con il marito in una casa che lei stessa ha contribuito a costruire e, grazie a qualche risparmio, ha potuto acquistare dei capi di bestiame. L'acqua le ha garantito un futuro.

Nel Sud del mondo molto spesso la mancanza di infrastrutture per l'irrigazione è la principale causa che non consente agli agricoltori di migliorare la propria condizione di vita, ancor prima che la produttività delle proprie colture. Daw Khni Nyo è una vedova con quattro figli a carico, che vive nel distretto di Yamethin in Myanmar. Possiede un piccolo appezzamento di terreno che coltiva per garantire il sostentamento della famiglia e permettere ai figli di frequentare la scuola.
Come tantissimi agricoltori nella sua stessa situazione, la dipendenza dalle piogge monsoniche condiziona fortemente l'esito e la durata del raccolto: durante la stagione secca molte famiglie contadine si vedono private della loro unica fonte di reddito. Per rispondere a questo problema Avsi ha costruito, insieme al Department of Agricolture e al Water Rescources Utilization Department, e con l'accordo e la collaborazione delle comunità locali, 20 pozzi che permettono di coltivare su superfici più estese e, soprattutto, anche al di fuori della stagione monsonica.
Daw Khni Nyo ha ora la possibilità di alternare a seconda delle stagioni la coltivazione del riso a quella del sesamo o del cotone, garantendo così alla sua famiglia una fonte di reddito anche nella stagione secca. Il progetto "Myanmar: educazione e svilupo rurale" di Avsi ha raggiunto direttamente 2 mila persone e ha riguardato indirettamente i 35 mila abitanti degli 85 villaggi del distretto. Sicurezza alimentare e migliori condizioni igieniche  sono diventante per tutti loro sinonimo di speranza per il futuro.

 

4. Acqua è vita

 

Accesso permanente all'acqua potabile e ai servizi igienici per un milione di persone in 10 Paesi africani: questo è lo straordinario risultato conseguito in 10 anni grazie alla campagna "Acqua è vita" promossa da LVIA - Associazione internazionale volontari laici che, proprio in questi giorni, ha organizzato una serie di iniziative in tante città italiane per celebrare la Giornata mondiale dell'acqua (per maggiori informazioni consultare il sito: www.lvia.it).
Centinaia di pozzi, acquedotti, sistemi di raccolta dell'acqua piovana e servizi sanitari per le famiglie, le comunità, le scuole e gli ospedali. E, fattore ancor più importante, il rafforzamento delle competenze locali in materia di pianificazione, realizzazione e gestione delle risorse idriche. Nella fondata convinzione che il problema dell'accesso all'acqua non si risolva solo con grandi investimenti finanziari ed economici ma soprattutto con una strategia globale, con scelte politiche precise tanto nel Nord quanto nel Sud del mondo e con comportamenti individuali responsabili, attraverso uno stile di vita e di consumo che danneggi il meno possibile le risorse idriche planetarie.

Tutto questo è stato possibile grazie all'impegno dei tantissimi sostenitori della Campagna negli anni: "portatori d'acqua", come lo scrittore Erri De Luca. "Sono stato testimone, in Tanzania, del lavoro della LVIA per procurare acqua pulita nei villaggi. Un'immensa quantità di famiglie ne è priva e se la deve procurare lontano, caricandola sul collo, la schiena, i piedi delle donne".
"Se dei progressi sono stati raggiunti, c'è ancora tanto da fare", dice Alessandro Bobba, presidente di LVIA. "Ancora oggi quasi 800 milioni di persone, di cui il 40 per cento in Africa, soffrono la mancanza di acqua pulita; 2 miliardi 500 mila persone non hanno a disposizione servizi igienico-sanitari e, ogni anno, 1 milione 400 mila bambini muoiono per malattie legate all'acqua". Numeri sconfortanti, che però non hanno fatto desistere da un impegno che, in 50 anni di attività in Africa, ha permesso interventi in Burkina Faso, Burundi, Etiopia, Guinea Bissau, Kenya, Mali, Senegal e Tanzania. Tutti realizzati secondo criteri di appropriatezza, sostenibilità, partecipazione e prossimità.

Se l'accesso all'acqua è un diritto inalienabile di ogni essere umano, allora il suo mancato accesso non può che configurarsi come un'inaccettabile ingiustizia planetaria. La solidarietà e la cooperazione internazionale, sia da un punto di vista tecnico sia finanziario, sono le strade imprescindibili perché sia finalmente garantita a tutti l'equa distribuzione e la fruizione delle risorse idriche.
Ma accanto a queste strade scorre quella della responsabilità individuale, che sommata a quella di tutti gli altri cittadini del mondo va a costituire la responsabilità globale sull'uso e consumo della più importante risorsa naturale del pianeta. Non tutti avranno la possibilità di partire come volontario per scavare un pozzo nell'Africa subsahariana. E non tutti avranno la possibilità di sostenere economicamente un progetto di cooperazione e sviluppo, anche se molto spesso il contributo richiesto è accessibile anche alle tasche meno profonde.
Ma esistono tanti piccoli gesti quotidiani, improntati a un consumo consapevole, che contribuiscono eccome alla salvaguardia e alla tutela delle risorse idriche. Chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti. Fare la doccia anziché il bagno. Riempire il lavello per lavare i piatti, al posto di lasciar scorrere l'acqua. Sono a costo zero. Non laviamocene le mani.

 

5. Due anni fa il referendum: cosa è successo dopo?

 

Dopo il successo del referendum del 2011 contro la privatizzazione dell’acqua, in molti si chiedono che cosa è cambiato. Poco o nulla. Nessun acquedotto è stato “ripubblicizzato” perché nella maggioranza dei casi i proprietari sono i Comuni. Le società per azioni miste pubblico-private sono rimaste tale e quali. L’unica novità di rilievo è l’istituzione dell’Autorità dell’acqua presso la già esistente Autorità per l’energia e il gas che sta preparando un profilo tariffario transitorio proprio in ottemperanza al risultato referendario che impone di cancellare dalle bollette il famoso 7 per cento di remunerazione del capitale.
Nel frattempo, i problemi della nostra rete idrica si aggravano.
Urgono investimenti non più prorogabili per almeno 65 miliardi di euro; quasi il 30% della popolazione è sprovvisto del servizio di depurazione e un’alta percentuale è fornita da impianti troppo piccoli o obsoleti, per cui sono pendenti due procedure di infrazione a livello europeo; una ulteriore procedure europea potrebbe essere emanata se entro il 31 dicembre del 2012 se l’Italia non si adegua in tema di qualità del servizio. I parla infatti, non solo di carenze e discontinuità nell’erogazione, ma anche di arsenico e fluoruro superiori ai limiti di legge in molte zone del Paese.
L’Autorità ha di fronte una responsabilità rilevante nel garantire l’applicazione della legge in un servizio pubblico così vitale. “Fino a oggi non sono stati fissati livelli di qualità del servizio uniformi né sono stati regolati aspetti quali la trasparenza della fatturazione e le condizioni contrattuali”, dice Egidio Fedele Dell’Oste, direttore della Direzione tariffe dell’Autorità per l’energia e il gas.

La ricognizione dell’Autorità

Per effettuare una ricognizione completa dello “stato dell’arte” del settore idrico e per tracciare una mappatura degli operatori e degli stakeholder che operano in questo settore, l’Autorità ha preliminarmente costituito un gruppo di lavoro. L’attività di ricognizione, svolta dal gruppo in collaborazione e in continuo confronto con esperti, operatori, rappresentanti delle istituzioni e associazioni di settore, ha consentito, oltre che di raccogliere utili informazioni sul sistema idrico nazionale, anche di mettere in evidenza le numerose criticità che oggi caratterizzano il servizio idrico e che riguardano non solo la qualità assicurata ai clienti finali ma anche la tutela dell’ambiente e del territorio in generale.

Il quadro di riferimento e le problematiche del settore

Il settore dei servizi idrici, che comprende le attività di captazione, potabilizzazione, adduzione, distribuzione, fognatura e depurazione, ovvero tutte quelle attività che servono per portare l’acqua fino al nostro rubinetto, è caratterizzato da un quadro di insieme estremamente complesso. Un forte elemento di complessità è dovuto dalla stratificazione normativa che si è determinata nel tempo, alla quale non si è affiancato nessun intervento di coordinamento e sistemazione. A titolo esemplificativo basta citare i numerosi interventi legislativi che in meno di 20 anni, si sono rapidamente succeduti: a partire dalla legge Galli del 1994 che aveva avviato un primo intervento di ridefinizione della struttura organizzativa e regolatoria del settore, passando per il d. lgs n.152/06, il cd Codice dell’ambiente, che ha stabilito i requisiti per l’affidamento in house del servizio idrico; per la legge 42/10 che ha demandato alle regioni il compito di riattribuire le funzioni delle Aato da sopprimere, per il d. l n. 70/11 che ha istituito l’Agenzia nazionale per la regolazione e la vigilanza in materia di acqua, fino al d. l n. 201/11 che ha soppresso l’Agenzia e come visto, ha trasferito all’AEEG le funzioni di regolazione e controllo del settore. Interventi ripetuti che hanno contribuito a determinare una forte frammentazione gestionale e che denotano la mancanza di una strategia generale che non si limiti a gestire la contingenza, ma consideri il servizio idrico anche in termini di ricaduta sulle generazioni future.
Ma non solo: anche l’ elevato numero di soggetti che interagiscono in questo settore, spesso con compiti e competenze non sempre chiaramente delineate rappresenta un elemento di criticità. Basti citare che nel settore idrico, oltre ai soggetti operanti nel contesto istituzionale come le Autorità d’ambito, gli enti locali rappresentati e le Regioni, vi è anche un altissimo numero di operatori che, ad oggi, dovrebbe aggirarsi intorno ai 3000 soggetti, ma di cui non esiste una completa anagrafica a livello nazionale. Questa forte frammentazione gestionale, rappresenta sicuramente un ulteriore ostacolo al raggiungimento delle economie di rete e di integrazione necessarie per l’efficienza. Oltre a queste problematiche, che potremmo definire “gestionali”, la ricognizione avviata dall’Autorità per l’energia ha sottolineato quanto le criticità legate al settore riguardano principalmente due aspetti, quello impiantistico e di rapporto con le utenze e quello finanziario: entrambi necessitano di soluzioni non più ritardabili.
Nel primo gruppo, una criticità riguarda il problema delle perdite di rete, che in Italia si aggirano al 30% dell’acqua immessa in rete e non fatturata, un livello che eccede sensibilmente le percentuali “fisiologiche” registrate negli altri Paesi europei, come la Spagna (22%); Gran Bretagna ( 19%), Danimarca (10%) e Germania (7%). Un’ulteriore grave problematica riguarda la qualità del servizio fornito ai consumatori: per il raggiungimento dei livelli qualitativi della risorsa richiesti dalle normative europee e nazionali sono necessari investimenti urgenti negli impianti di approvvigionamento e potabilizzazione. A tale proposito, sull’Italia pende una “spada di Damocle”: il 31 dicembre 2012 termina l’ultima deroga concessa dalla Commissione europea al nostro Paese per l’adeguamento del servizio. È necessario agire prontamente: infatti non si tratta solo di carenze e discontinuità nel servizio, che colpiscono soprattutto il Meridione, ma in alcuni territori si è registrata una quantità di arsenico e di fluoruro superiori ai limiti di legge; una situazione che deve essere rapidamente corretta per la tutela della stessa salute umana. Il segmento di attività che evidenzia le carenze maggiori è quello della depurazione: quasi il 30% della popolazione risulta sprovvista di questo servizio e gli impianti risultano, in molti casi, di piccole dimensioni e tecnologicamente obsoleti. Al momento, a causa dei sistemi di fognatura e depurazione che in molti contesti urbani risultano ancora non conformi agli standard ambientali fissati dalla normativa comunitaria , contro l’Italia sono aperte due procedure di infrazione europee. In assenza di interventi, le eventuali sanzioni ricadrebbero su tutti i contribuenti italiani e non eviterebbero, in ogni caso, l’obbligo di sanare le violazioni agli standard ambientali europei.
Ma ancor prima del rischio di multe, è necessario sottolineare i gravi problemi di inquinamento e i rischi sanitari derivanti dall’assenza o dalla non adeguatezza dei sistemi di depurazione. Per quanto riguarda invece l’assetto finanziario, l’ovvio punto di partenza è che, per sanare le problematiche sopra descritte, saranno necessari investimenti per oltre 65 miliardi di euro ( e alcuni fonti giudicano sottostimata questa stima). In particolare, il fabbisogno di infrastrutture è coperto dai contributi pubblici a fondo perduto per una percentuale estremamente limitata, circa il 10%, e gli investimenti ad oggi realizzati sono in grande ritardo rispetto alla programmazione. E’ dunque necessario e urgente procedere a gli ingenti investimenti richiesti: è un’esigenza prioritaria a cui si deve rispondere qualsiasi metodologia tariffaria verrà intodotta e nel rispetto del quadro legislativo e comunitario.

La tutela dei consumatori

A livello nazionale, attualmente, non esiste un quadro organico di interventi efficaci a tutela di utenti e consumatori: fino ad oggi non sono stati fissati livelli di qualità del servizio uniformi né sono stati regolati aspetti quali la trasparenza della fatturazione e le condizioni contrattuali . Inoltre, nonostante numerose previsioni a livello legislativo, anche lo strumento della Carta dei servizi, che deve fissare principi e criteri per l’erogazione del servizio e rappresenta un elemento integrativo dei contratti di fornitura, sembra aver avuto una scarsa efficacia nel tutelare i consumatori, principalmente sia perché mancano controlli effettivi sull’applicazione sia perché poco conosciuta dai consumatori.

Il metodo tariffario - premessa

Come si sta muovendo l’Autorità per l’energia per realizzare un modello tariffario che incentivi i gestori a realizzare gli ingenti investimenti necessari, al minor costo per il cliente e perseguendo il buono stato ecologico della “riserva acqua”? Per capirlo, è necessaria una premessa L’acqua è un bene pubblico e gratuito, ma che per essere fruito da noi consumatori necessita di una serie di attività di captazione, potabilizzazione, adduzione, distribuzione, fognatura e depurazione. Come è ovvio, queste attività comportano dei costi, non solo per il normale esercizio ma soprattutto per finanziare i necessari investimenti.
La copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio per questi servizi, è i primo indicatore fondamentale di cui tenere conto nel definire la regolazione tariffaria. Infatti non solo è rimasto vigente nel testo del D.lgs. 152/06 anche dopo l’abolizione referendaria, ma è stato ribadito successivamente dalla Corte Costituzionale , dall’Unione Europea e dal decreto 70/11, convertito nella legge 214/11, che sottolinea nuovamente che il metodo tariffario da approvare debba assicurare la copertura integrale di tutti i costi di esercizio e di investimento, compresi i costi finanziari . Ecco dunque i confini per determinare il nuovo sistema tariffario entro i quali l’Autorità per l’energia può muoversi, per non incappare nella violazione di norme nazionali, europee e delle pronunce costituzionali. Un sistema che dovrà colmare un vuoto regolatorio: attualmente infatti l’Italia è “spaccata” fra gestioni che applicano il Metodo Tariffario Normalizzato (MTN) per determinare le tariffe, così come previsto dalla Legge Galli, e una quota non trascurabile di altri gestori con circa il 35% della popolazione servita, che si rifanno a criteri precedenti.(CIPE).
Oltre alla copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio, nell’adottare il sistema tariffario il Regolatore deve tenere conto anche degli obiettivi ambientali: la normativa europea ci impone infatti di premiare il risparmio idrico e di applicare il principio di “chi inquina paga”. Due esigenze non trascurabili considerato che la situazione del sistema idrico in Italia è piuttosto peculiare: da un lato il livello dei consumi nel settore civile è fra i più elevati, pari a circa 44 miliardi di metri cubi anni, l’88% circa della disponibilità complessiva. Dall’altro, il costo medio dell’acqua è fra i più bassi, al di sotto anche di Spagna, Francia, Grecia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Ungheria.

Il sistema tariffario – gli obiettivi e le linee guida

l’Autorità non è competente a stabilire l’eventuale ricorso a strumenti di finanziamento diversi dalle tariffe (quali ad esempio la fiscalità generale): il suo compito è quello di fornire attraverso la regolamentazione tariffaria, i corretti segnali agli operatori per assicurare una gestione e un servizio efficace, permettere lo sviluppo e l’ammodernamento delle infrastrutture, garantire la tutela dei clienti finali, attuali e futuri, nel rispetto della tutela dell’ambiente. Per raggiungere questi obiettivi, anche prendendo a riferimento l’esperienza maturata negli altri settori regolati, l’Autorità ritiene che il nuovo modello tariffario dovrà tener conto di alcuni capisaldi regolatori che incidono sia sulla qualità del servizio che sull’economicità dello stesso. In particolare è necessario che:
- vengano previsti meccanismi che incentivino la tempestiva realizzazione delle infrastrutture;
- il riconoscimento degli investimenti venga previsto ai fini tariffari solo dopo che questi siano stati effettivamente sostenuti ed dopo aver verificato la loro pertinenza e coerenza con quanto contenuto nel Piano d’Ambito;
- le tariffe applicate servano a compensare i costi essenziali per assicurare il servizio, ma solo quelli strettamente necessari, escludendo qualsiasi onere improprio, duplicazione del riconoscimento e, soprattutto, evitando indebiti profitti;
- vengano uniformati i criteri per la definizione dei costi riconosciuti, facendo riferimento a riscontri omogenei e misurabili, sia di natura tecnica che contabile, e definendo precise regole di tenuta della contabilità ai fini regolatori;
- venga ridotta la variabilità della tariffa applicata al cliente finale;
- venga perseguita l’universalità del servizio, salvaguardandone la fruibilità per le categorie di utenti economicamente disagiate.

La regolazione tariffaria sarà basata su periodi regolatori, durante i quali alcuni riferimenti di natura finanziaria e i criteri di aggiornamento dei costi rimarranno costanti. Sostanzialmente, all’inizio di ogni periodo regolatorio saranno verificati i costi sostenuti, i parametri finanziari di riferimento, i risultati conseguiti, quelli auspicabilmente conseguibili nel periodo successivo e, in funzione di tali riscontri, saranno ritarati i meccanismi tariffari da applicare nel periodo successivo.

Per quanto riguarda la qualità del servizio saranno previsti alcuni obiettivi ottimali stabiliti per gli indicatori di natura generale (ad esempio la percentuale minima di verifiche del misuratore o di risposte a richieste di informazioni eseguite entro un tempo prestabilito) o specifica (la durata complessiva di interruzione della fornitura per utente o il tempo massimo di attivazione di una fornitura). A questi obiettivi saranno associati meccanismi premiali o penalizzanti, anche con indennizzo riconosciuto al singolo cliente. Questo nuovo assetto regolatorio, non potrà essere applicato nell’immediato; dovranno essere previste opportune fasi transitorie che raccordino l’attuale assetto con quello futuro, ma l’Autorità ritiene che, fin dai primi atti che verranno adottati, debba essere chiaro l’obiettivo che si intende perseguire e debbano risultare evidenti le finalità alla base delle modifiche che si andranno, mano a mano, adottando.
 

La tariffa provvisoria

In attesa di terminare la raccolta piuttosto consistente di dati e di finalizzare le analisi necessarie per adottare il modello tariffario che, a regime, dovrà basarsi sui “pilastri” regolatori precedentemente segnalati (la separazione contabile, la qualità del servizio e la regolazione tariffaria), nell’immediato è sorta la necessità di adeguare il metodo tariffario per tenere conto dei risultati del referendum e rispondere alle forti incertezze diffuse tra gli operatori del settore. L’Autorità, con il documento 290/12 ha sottoposto a consultazione una proposta di metodologia tariffaria “ponte” che troverà applicazione fino a tutto il 2013, mentre la metodologia definitiva potrebbe essere definita e completata nel corso del 2013 per entrare in vigore a partire dal 2014.

Giuseppe Altamore

 

6. Goccia dopo goccia, tutta l'acqua in cifre

 

  • Il volume totale d'acqua sulla terra è di 1.4 miliardi di Km cubi;
  • Il volume delle risorse d'acqua dolce è di 35 milioni di Km3, o il 2,5% del totale;
  • Di queste risorse d'acqua dolce 24 milioni di Km cubi o il 68,9% è sotto forma di ghiaccio e di neve permanente in regioni di montagna, nelle regioni dell'Antartico e dell'Artico;
  • 8 milioni di Km cubi o il 30% è situato sottoterra. Questo costituisce circa il 97% di tutta l'acqua dolce che potenzialmente può essere utilizzata dagli uomini;
  • L'acqua dolce contenuta nei fiumi e nei laghi è di 105.000 Km cubi o lo 0,3% del totale dell'acqua dolce mondiale;
  • Il totale dell'acqua dolce disponibile per gli ecosistemi e per gli uomini è di 200.000 Km cubi d'acqua, che è l'1% di tutte le risorse d'acqua dolce e solo lo 0,01% di tutta l'acqua della terra.

Giuseppe Altamore

 

7. Il vero spreco, l'acqua che mangiamo

 

 

 

Per produrre un chilo di carne si usano 16 mila litri d'acqua. L'economista Andrea Segrè svela lo spreco idrico nell'industria alimentare.

Pochi lo dicono: il vero spreco non è l’acqua che si beve, ma quella che “si mangia”. A ricordarcelo ci vuole Andrea Segrè, guru italiano dell’antispreco, il professore che ha dichiarato guerra al “consumo inutile” e alle date di scadenza degli yogurt; che ha aggiunto ai dieci comandamenti ‘non sprecare’ e che dalle aule della facoltà di Agraria di Bologna, di cui è preside,  ha portato in tutt’Italia le sue lezioni di “ecostile”. “E’ stato calcolato che il 70% dei consumi d’acqua dolce, a livello mondiale, è impiegato nel settore agricolo. Un po’ meno del 40% nei Paesi industrializzati e più dell’80% nei Paesi in via di sviluppo”, afferma lo studioso.

“Si chiama ‘impronta idrica’ di un prodotto alimentare, èd è la somma dell’acqua utilizzata lungo tutta la sua filiera produttiva, dal campo alle nostre tavole. Ebbene: per la produzione di un chilo di carne di manzo ci vogliono 16 mila litri d’acqua, mentre per la produzione di una tazzina di caffè ce ne vogliono 140”, spiega. Se si passa a calcolare l’impronta idrica di un singolo individuo si scopre invece che quella di un cittadino italiano è pari a 2.303 metri cubi d’acqua procapite, a fronte di una media mondiale di 1.385 metri cubi (fonte www.waterfootprint.org).

Nel suo ultimo libro “Cucinare senza sprechi”, il professor Segrè precisa inoltre che “dietro i pasti che consumiamo ci sono enormi quantità d’acqua: circa 3.600 litri al giorno per un’alimentazione a base di carne, o 2.300 per una dieta vegetariana. In un anno la dieta mediterranea utilizza poco più di 1.700 metri cubi d’acqua pro capite, mentre quella di tipo anglosassone ben 2.600 metri cubi”. Enormi volumi, quindi. “Se però si utilizzasse tutto quanto viene prodotto dai campi, ci sarebbe forse una giustificazione”, ragiona l’economista. Il problema dello spreco si pone in modo drammatico, invece, se si considera che quantità ingenti di prodotti agricoli non arrivano mai al negozio, ma restano per vari motivi a marcire nei campi. Gli ultimi dati a nostra disposizione ci dicono che nelle campagne italiane “nel 2010 s’è prosciugato un volume d’acqua pari al lago d’Iseo: esattamente 1,2 miliardi di metri cubi d’acqua,  andata sprecata per la produzione di 1,5 milioni di tonnellate di prodotti agricoli abbandonati nei campi”. Così, per fare solo due esempi, per la produzione delle 307 mila tonnellate di pesche buttate, si sono consumati 13,8 milioni di metri cubi d’acqua; per le 156 mila tonnellate di arance rimaste a marcire  altri 58 milioni di metri cubi. “Uno spreco nello spreco”, commenta amaro Segrè.

Alberto Laggia
Dossier a cura di Francesco Rosati

© Famiglia Cristiana, 22 marzo 2013

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