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E il digitale strozza le Tv locali

Altro che "rivoluzione" tecnologica e dell'informazione: il digitale terrestre rischia di portare in breve tempo alla chiusura di 200-250 Tv locali, quasi tutte d'ispirazione cattolica

Lo si sapeva già da tempo e, probabilmente era anche nelle intenzioni di chi legiferava, che il digitale terrestre avrebbe portato sì infinite possibilità per l’emittenza televisiva, ma sempre e solo a favore dei grandi monopoli, non certamente a favore del pluralismo e della partecipazione delle comunità locali.

Ad accorgersene naturalmente non poteva essere che la stampa libera, quella non legata a gruppi industriali e finanziari. Lo ha sottolineato già Famiglia Cristiana in un articolo di Francesco Anfossi publicato sul numero 27 del 3 luglio; e lo ha ribadito in questi giorni una serie di articoli del quotidiano Avvenire, paventando nel giro di poco tempo la chiusura di 200-250 Tv locali, quasi tutte di ispirazione cattolica.

Già l’anno scorso l’editoria cattolica è stata tartassata attraverso l’aumento immediato delle tariffe postali. Poiché buona parte dei giornali cattolici spediscono in abbonamento postale, settimanali diocesani, ma anche periodici e tutta la stampa legata ad associazioni di volontariato, si sono ritrovati da un giorno all’altro con un salasso insostenibile e per molte testate si prospetta la chiusura.

Ora la storia si ripete con le Tv locali, provinciali e comunitarie, che con la nuova normativa verranno fagocitate ed espropriate delle frequenze per aumentare la telefonia e dare ancora più canali ai grandi network (da Rai a Mediaset tanto per cambiare). Senza entrare nei dettagli tecnici ed economici della questione, due aspetti balzano subito all’evidenza e diventano altrettanti paradossi.

Il primo. Il digitale era stato propagandato come l’avvento del pluralismo e della partecipazione, ma alla lunga si è rivelato come l’affermazione dei monopoli. In un contesto politico che sbandiera il federalismo a ogni pie’ sospinto, la cosa non può che suonare come una beffa. Dove sono le comunità locali, le tradizioni, le culture, i dialetti, le feste popolari, le identità dei paesi e dei popoli dalle Alpi alle Isole? Tutto sparito e tutto omologato. I palinsesti televisivi fatti a Roma o a Milano non sono la stessa cosa dei palinsesti sviluppati a Merano o a Canicattì, a Peschici o a Castiglion Fibocchi, in una logica di promozione e di sviluppo del territorio. Un po’ sullo stile dei contenuti dei settimanali diocesani che, in numero di 120, fanno cultura e informazione nelle singole diocesi.

Il secondo aspetto. Molti partiti si presentano come paladini dei valori e delle tradizioni cristiani. Al punto da offendersi se Famiglia Cristiana li tampina richiamandoli alle loro responsabilità. Cosa hanno da dire su un tema così delicato che riguarda la pluralità dell’informazione? In tempi di crisi è facile dire che occorre tagliare le spese da parte dello Stato. Certo siamo d’accordo, ma perché a subire i tagli devono essere sempre gli stessi? Perché a dimagrire devono essere solo le Tv locali e non anche i grandi network?

Giusto Truglia
© Famiglia Cristiana, 2 agosto 2011
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