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IV Domenica del Tempo Ordinario anno A. Beati!

Cerchiamo di ascoltare con semplicità le beatitudini, leggendole e rileggendole più volte, nella fede che la parola di Dio contenuta in esse può raggiungere senza commenti il nostro cuore e concederci non una conoscenza intellettuale, ma una sovraconoscenza, nell’adesione a Gesù, nella speranza che solo lui può innestare in noi, nella carità che è il suo Spirito santo effuso nei nostri cuori. Ogni nostra lotta per vivere le beatitudini è stata iniziata da Gesù Cristo stesso, che ce ne ha dato l’esempio: è lui il primo a cui sono indirizzate le beatitudini

Il vangelo secondo Matteo, dopo aver testimoniato l’inizio della predicazione di Gesù in Galilea (cf. Mt 4,17) e aver annotato che molti si sentono attratti da lui nella speranza di essere guariti da diversi mali e dunque cominciano a seguirlo (cf. Mt 4,23-25), ci presenta Gesù che agisce come Mosè, quale maestro e liberatore di chi è alienato, in schiavitù. Si tratta del primo dei cinque discorsi di Gesù che Matteo riferisce nella sua opera (cf. Mt 5-7; 10; 13; 18; 24-25).

Siamo di fronte a una scena grande e solenne: seguito dalle folle, Gesù sale sulla montagna e, postosi là a sedere in posizione di maestro, dona il suo insegnamento attraverso un lungo discorso, che è Vangelo, cioè buona notizia per i poveri e gli umili, quei credenti non orgogliosamente autosufficienti i quali non confidano in se stessi ma nel Signore, cercando la sua giustizia e attendendo la salvezza da lui solo. Costoro sono il resto di Israele, secondo lo sguardo di Dio rivelato dai profeti (si veda la prima lettura: Sof 2,3; 3,12-13).

Gesù apre il discorso con alcune acclamazioni ripetute: “Beati!” (makárioi in greco, ’ashré in ebraico). Come tradurre questo grido? Felici? In cammino, secondo la scelta di André Chouraqui? Certo, l’aggettivo “beato” non esclude contraddizioni, fatiche e sofferenze, anzi è indirizzato proprio a chi vive una situazione di bisogno: povertà, pianto, persecuzione…, a chi a caro prezzo rinuncia alla violenza e all’aggressività, rinuncia alla vendetta, alla menzogna e all’ipocrisia del cuore. Beati! Per otto volte risuona questo grido di Gesù, che raggiunge gli ascoltatori chiedendo loro di leggere la propria situazione, di discernere con chi si collocano nel mondo e dunque di convertirsi, di cambiare modo di pensare e di comportarsi. Purtroppo lo dimentichiamo, ma le beatitudini hanno inscritta in sé la necessità urgente della conversione e, attraverso di essa, di conseguire la promessa che fa da cornice alle acclamazioni: “perché di essi è il regno dei cieli”.

Sì, il regno dei cieli è loro perché, se sono o diventano poveri, piangenti, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri di cuore, operatori di pace, perseguitati per la giustizia, già ora nella vita sulla terra permettono a Dio di regnare su di loro, dunque il regno di Dio per loro è venuto, è la loro “porzione” (cf. Sal 16,5). Questa realtà sarà evidente nel mondo che verrà, ma la forza di Dio e la speranza del credente trasfigurano già il presente. Che cos’è il regno di Dio? Possiamo dire con semplicità che è l’amore di Dio che vince il male e la morte, e questa azione avviene già ora nei credenti che vivono la logica del Regno. Ma attenzione: il discorso della montagna aperto dalle beatitudini non è una carta o un codice, ma vuole essere un orientamento indicativo per una comunità che fa di Gesù Cristo il solo interprete della Legge di Dio e il solo giudice del comportamento umano. Perciò è un discorso che fa uso di iperboli, che può sembrare paradossale, che è in continuità con la Legge data a Mosè e nel contempo la trascende: nulla della Legge è contraddetto o svuotato (cf. Mt 5,18), ma tutto è sottomesso all’interpretazione fornitane da Gesù, l’interprete definitivo.

Cerchiamo dunque di ascoltare con semplicità le beatitudini, leggendole e rileggendole più volte, nella fede che la parola di Dio contenuta in esse può raggiungere senza commenti il nostro cuore e concederci non una conoscenza intellettuale, ma una sovraconoscenza (epígnosis), nell’adesione a Gesù, nella speranza che solo lui può innestare in noi, nella carità che è il suo Spirito santo effuso nei nostri cuori (cf. Rm 5,5). In questo senso, procediamo con una parafrasi delle beatitudini, per non svuotarle o, peggio ancora, fraintenderne il significato.

“Beati i poveri nello spirito”. Felicitazioni a quelli che sono poveri anche nello spirito (tô pneúmati), nel cuore, quelli che sono poveri materialmente ma leggono la loro condizione come un grido rivolto a Dio, che attende da lui esaudimento. Costoro, che sono curvati (‘anawim) dagli umani, davanti a Dio si sentono in attesa; hanno fede in Gesù, volto definitivo di Dio, colui che “da ricco che era, si è fatto povero per noi” (cf. 2Cor 8,9), che si è svuotato (cf. Fil 2,7) e dunque può accogliere i poveri nella sua comunione. Potremmo dire che questa prima beatitudine riassume tutte le altre.

“Beati quelli che piangono”, che sotto il peso del duro mestiere di vivere sono afflitti, feriti fino a doversi lamentare o, semplicemente, a piangere. Ci sono uomini e donne per i quali la vita difficilmente appare come un dono che li rallegra e che noi non sappiamo o non vogliamo consolare. Felicitazioni perché è certo che “saranno consolati” da Dio stesso (passivo divino) e già ora attraverso lo Spirito santo possono dare un senso alla loro sofferenza e non disperare. Secondo il profeta Isaia, anche consolare gli afflitti fa parte della missione del Messia (cf. Is 61,2), ma non si dimentichi che piangente è stato anche Gesù, nella sua vita (cf. Lc 19,41) e nella sua passione (cf. Eb 5,7).

“Beati i miti”. Ecco un commento alla prima acclamazione (per questo alcuni manoscritti la collocano al secondo posto). Infatti nel Sal 37,11 l’originale ebraico parla di “poveri”, termine reso con “miti” dalla versione greca dei LXX. Il regno di Dio non forse come sinonimo “la terra promessa” da ereditare? Ascoltando questo grido di Gesù, inoltre, si ricordano le parole con cui egli incarna tale beatitudine: “Io sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29), come il Servo del Signore profetizzato da Isaia, profeta non violento, uomo che non si impone (cf. Mt 12,15-21; Is 42,1-4).

“Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia”, che nel cuore hanno il desiderio che si compia non la propria giustizia ma quella di Dio, la giustizia che Dio vuole e fa, rendendo giusto il credente umile. È una giustizia che salva e che opera come nel Messia, reso da Dio “giusto e salvato” (nosha‘: Zc 9,9; cf. Mt 21,5). Non si può restringere questa beatitudine ai soli cristiani: molte persone che non hanno conosciuto Cristo hanno questa fame e per essa lottano, spendono la vita, restando “giusti”, coerenti con la loro passione. Chi può contestare questa felicitazione di Gesù? Chi può restringerla? Beati, perché Dio li sazierà con la giustizia definitiva del Regno, perché ci sarà il giudizio finale del Figlio dell’uomo e chi avrà avuto questa fame e agito di conseguenza sarà proclamato benedetto e invitato nel Regno (cf. Mt 25,34).

“Beati i misericordiosi”, quelli che praticano questo atteggiamento, carico di tenerezza e di perdono verso gli altri: tutti sono debitori verso gli altri, tutti hanno qualcosa che deve essere perdonato. E allora Gesù annuncia: felicitazioni a chi fa misericordia, perché Dio farà misericordia a lui (cf. Mt 6,14-15; 7,2; 18,35; Gc 2,13). Misericordia è cuore per i miseri, è perdono per chi ha peccato, è cura per chi si trova nel bisogno e nella sofferenza. Proprio su questa beatitudine saremo giudicati alla fine dei tempi: chi avrà omesso di fare misericordia all’affamato, all’assetato, allo straniero, all’ignudo, al malato, al prigioniero, non troverà misericordia (cf. Mt 25,41-45).

“Beati i puri di cuore”, quelli che hanno il cuore, fonte del loro sentire e operare, integro, indiviso, conforme a quello di Gesù. A Dio si chiede di avere un cuore unificato (cf. Sal 86,11), di togliere il cuore di pietra e donare un cuore di carne (cf. Ez 11,19; 36,26), in modo da non avere un cuore doppio (cf. Sal 12,3). Se c’è questa trasparenza, questa integrità, allora si ha il dono di vedere Dio nella fede e di vederlo nel Regno faccia a faccia.

“Beati gli operatori di pace”, quelli che lavorano per la riconciliazione, per la comunione tra i fratelli e le sorelle, tra tutti gli esseri umani; quelli che fanno cadere i muri, non erigono barriere, costruiscono ponti, rinnovano con convinzione il dialogo, si esercitano nella comunicazione mite e sincera. Costoro sono chiamati figli di Dio perché questa è la prima azione di Dio verso l’umanità: radunarla nella pace, riconciliarla.

Infine, “beati i perseguitati per la giustizia”, beatitudine sviluppata con una parola rivolta direttamente ai discepoli: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno”… Felicitazioni alle vittime dell’ingiustizia, dell’oppressione e della tirannia, perché hanno saputo fare resistenza e dunque affermare la giustizia di Dio contro l’ingiustizia di questo mondo. I discepoli devono saperlo: in un mondo ingiusto, il giusto è di imbarazzo, quindi è osteggiato e, se necessario, anche ucciso (cf. Sap 2,1-20). Come è accaduto ai profeti, come è accaduto a Giovanni il Battista, com’è accaduto a Gesù, così accade a chi segue la loro via. Ma, paradossalmente, felicitazioni, perché hanno piena comunione con Gesù in tutto, anche nelle sofferenze!

E così san Basilio può commentare: “Ogni nostra lotta per vivere le beatitudini è stata iniziata da Gesù Cristo stesso, che ce ne ha dato l’esempio”. Sì, è lui il primo a cui sono indirizzate le beatitudini.

 Enzo Bianchi

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