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XII Domenica del Tempo Ordinario anno A. "Non abbiate timore: voi valete più di molti passeri"

In questa prima domenica d'estate, riprendiamo - dopo aver celebrato la SS. Trinità e il Corpus Domini - il cammino del tempo ordinario, accompagnati da Matteo, ritrovandoci nel pieno del discorso missionario di Gesù, contenuto nel capitolo 10 del vangelo

Ai discepoli chiamati ad andare in missione Gesù dà le sue rassicurazioni e il suo conforto.

E se già il caldo intorno a noi ci infiamma, dandoci il fastidio e l'arsura tipici di questa stagione, c'è una Parola che vuole infiammare - in senso bello - i nostri cuori, invitandoci a non temere. Tra le righe di questo vangelo Gesù ci vuol ricordare che essere cristiani non è un gioco, non è facile. Anzi, è proprio difficile, se cristiano significa testimone dell'amore, dove l'amore evangelico ha il segno inconfondibile del rovesciamento dei normali parametri che dirigono le scelte dell'esistenza.

Nella cultura dell'io, dell'interesse personale e dell'apparire, il cristiano autentico è chiamato invece a testimoniare la beatitudine evangelica proclamata da Gesù. Quel modo, cioè, nuovo e diverso di vedere e di considerare e di vivere la vita che scambia i posti, e l'ultimo diventa il primo.

Un "modo" sempre "fuori moda", che non troveremo sicuramente nei discorsi sotto l'ombrellone e neanche nelle feste di paese che pure dovrebbero essere religiose, e che spesso si riducono a processioni piene di confusione, tra fuochi d'artificio e suoni della banda o di qualche cantante tirato fuori da un museo degli anni 70.

Essere cristiano è un'altra cosa. E si gioca sempre sulla testimonianza fatta di opere, più che di parole. Perché il cristiano si schiera dalla parte dell'uomo, dalla parte della carità e della verità, dalla parte del povero di tutte le povertà, entra nella sua categoria, la fa propria, la condivide e la soccorre.

E quando la testimonianza è autentica e fedele, questa fa spesso del cristiano un isolato, uno considerato illuso e forse un po' pazzo, un perseguitato.

Magari non si tratta della grande, gloriosa persecuzione che fa i martiri, ma di una costante presa in giro, di un'ironia sottile e sottintesa che continuamente emargina, continuamente scarta.

La grande tentazione, allora, è quella di conformarsi, di mettere maschere, di confondersi.

Cristiani in chiesa ma, fuori, andiamoci piano a dirlo nella luce, a predicarlo dalle terrazze.

Perché così "si rischia", potrebbe andarne di mezzo il prestigio, la considerazione nell'ambiente di lavoro, in famiglia, tra gli amici, soprattutto ora nelle compagnie estive, in cui se dici di essere cristiano e che ci tieni ad andare a messa, passi per uno che non sa godersi la vita.

E spesso non ci accorgiamo che la paura di perdere questi "beni", di essere "uccisi nel corpo", mette in gioco l'unico, grande, definitivo, eterno Bene.

Siamo cristiani impauriti e paurosi. E pensare che perfino i capelli del nostro capo sono tutti contati.

"Non abbiate dunque timore". Il cristiano non è un supereroe che sa affrontare tutto senza paura, ma vince la paura affidando la vita ad un Altro, il cui pensiero d'amore ospita anche due passeri che si vendono per un soldo. Il cristiano si consegna a questo amore. Sa che "il Signore è al suo fianco come un prode valoroso".

"Non abbiate dunque timore: - ci ripete oggi Gesù - voi valete più di molti passeri".
Noi abbiamo il nido nelle sue mani.

Quale tenerezza di un Dio che si prende cura dei passeri, che tiene conto delle mie cose più fragili ed effimere... Un Dio che "sta a guardare il capello"... nel senso bello di un'attenzione anche alla cosa che può sembrare più insignificante della mia persona.

Sono un passero che ha il nido nelle mani di Dio, eppure ho paura, perché i passeri continuano a cadere a terra, continuano a morire i bambini a migliaia, venduti per poco più di due denari.

Lui lo sa e ripete per tre volte: "Non temete, non abbiate paura".

Se la vita e la morte di un passero non sono trascurabili per Dio, quanto più la mia vita e la mia morte. Gesù mi dice che non devo preoccuparmi. Morirò, ma rivivrò in Lui. Accadranno prove che vivrò con dolore, ma alla fine ritroverò le mani di Dio. Nulla andrà perduto.

Temiamo piuttosto la morte dell'anima, perché essa può morire, se prendono il sopravvento la superficialità, l'indifferenza, l'ipocrisia... Non trascuriamo la vita dello spirito!

E scopriremo che Dio non si colloca tra salute e malattia, ma tra disperazione e fiducia. Dio sta nel riflesso più profondo delle lacrime, per moltiplicare il coraggio. Non uccide gli uccisori di corpi, dice che qualcosa vale più del corpo. Non placa le tempeste, dona energia per camminare e remare dentro qualsiasi tempesta.

E noi proseguiamo nella vita per il miracolo di una speranza che non si arrende, di cuori che non disarmano.

don Paolo Ricciardi

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