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XXVI Domenica del tempo Ordinario anno A. Autenticità

La durezza con cui il padrone se la prende con i piccini operai della prima ora ci lascia straniti e scossi. Di mezzo c’è la sopravvivenza degli operai dell’ultima ora, chiamati a lavorare poco tempo per ricevere il necessario per vivere, senza elemosine umilianti.

Di mezzo c’è il volto di un Dio che non sopporta la povertà e la mendicanza, che dona dignità agli uomini e resta addolorato nel vedere che, fra uomini, non è affatto così.
Noi, operai della prima ora, siamo invitati a lavorare con gioia nella vigna del Signore, a sopportare volentieri il sole caldo che sfianca, a gioire che altri sono chiamati a lavorare, fosse anche per poco tempo, e a sperimentare la dolcezza e la bellezza dell’appartenere a Dio. Il Signore è molto più esigente con noi, che molto abbiamo ricevuto e a cui molto sarà chiesto, perché il Signore vuole dei discepoli, non dei bamboccioni viziati, degli adulti, non degli infanti nella fede.
Dio non gradisce la devozione esteriore, lo sappiamo bene. Non il nostro Dio.
E stupisce scoprire nel vangelo di oggi, a margine della feroce parabola degli operai dell’ultima ora, un approfondimento altrettanto provocatorio, altrettanto indigeribile.
Perché Gesù ci svela che c’è un cosa, una soltanto, che manda su tutte le furie il Padre misericordioso, una cosa che gli fa corrucciare il volto. Il peccato?
Macché.
L’ipocrisia.

Tra il dire e il fare
Gesù racconta di due figli che cambiano idea. Uno dice “sì” ma non fa. L’altro dice “no” ma ci ripensa e fa. Compie la volontà del padre chi va nella vigna, magari malvolentieri, ma lo fa.
Gesù è contrario ad una religiosità che si ferma al rito e alla devozione senza che questa trasformi la vita. Giunge a preferire il figlio anarchico e svogliato che dice quel che pensa e si fa mettere in discussione all’altro che, salvando l’apparenza del bravo ragazzo, in realtà non muove un dito per aiutare il Padre.
Ne conosco di gente così, amici!, (non voi, gli altri): persone che hanno fatto delle proprie convinzioni religose (che a volte hanno a che fare con la fede. Ma solo vagamente) un pilastro e non si rendono conto di vivere in assoluta contraddizione con quello che dicono; altri, invece, che si dicono atei o non credenti, vivere poi una buona umanità, un’onestà e una correttezza assoluta, fedeli alla propria coscienza, consapevoli della propria amara fragilità.
Ricordo lo sguardo di un amico tormentato e passionale che mi confidava: «Quanto invidio quelli che credono! Come vorrei avere pace nel cuore e credere, finalmente!».
Gesù chiede onestà nei nostri rapporti, anche con lui.
Davanti a Dio non dobbiamo indossare il vestito del devoto, solo quello, a volte lacero e sporco, del cercatore di Dio, del discepolo che mendica dignitosamente senso e luce.
Senza questo passo fondamentale, quello della verità con noi stessi, finiremo con l’adorare un Dio che assomiglia tanto (troppo?) a noi stessi…

Un Dio compromesso
La fede cristiana ha una caratteristica che la rende unica: il fatto di credere in un Dio incarnato costringe la nostra spiritualità ad incarnarsi, obbliga la nostra preghiera a diventare azione, porta i nostri discorsi alla verifica continua nelle azioni.
Come sarebbe più comoda una fede che resta nei cieli! Una religione che si esaurisce nella preghiera e nel culto, nella devozione e nel timore!
Gesù chiede al proprio discepolo di imitarlo nelle parole e nelle opere, senza sfiancarsi alla ricerca di una pagana coerenza, ma nella serena consapevolezza che incontrare il Vangelo ci spinge a cambiare la vita.
Gesù non è morto in nome della coerenza, ma dell’amore.
Spesso cerchiamo nella nostra vita cristiana, e nella Chiesa, una coerenza asettica e inumana.
La Chiesa, invece, è fatta di peccatori perdonati che sanno indicare il volto della misericordia.
O così vorrei che fosse.
La fede cristiana si pone nel mezzo tra due eccessi: la ricerca spocchiosa di un moralismo integerrimo, in cui la Chiesa diventa una èlite di benpensanti (a volte anche benfacenti), o una combriccola in cui conta solo l’aspetto esteriore e dietro si combinano le peggio cose.
Gesù loda l’atteggiamento delle prostitute e dei pubblicani perché accolgono una Parola che li giudica e non si giustificano, perché accettano la sfida.
Non si dice se poi questa provocazione abbia portato a un cambiamento di vita. Per alcune prostitute divenute discepole e per Matteo il pubblicano è accaduto così.
Ma, qui, Gesù si concentra sull’atteggiamento di fondo: l’autenticità con Dio.
Non blandirlo, non indossare un abito che non è il nostro. Ma presentarci a lui nella nudità imbarazzata dell’essere.

Concretezza
Noi, operai della prima ora, siamo chiamati a interrogarci sul nostro stare nella vigna del Signore.
Corriamo il rischio di vivere a compartimenti stagni: tiriamo fuori Dio cinque minuti al giorno, un’ora a settimana, finita la benedizione della Messa, amen, la vita ci aspetta fuori, Dio lo teniamo nei tabernacoli...
Ho paura quando celebriamo il Dio della vita e fuori compiamo gesti di morte.
Ho paura quando cantiamo l’amore che ci ha riuniti e fuori stoniamo con il nostro egoismo.
Tremo all’idea di radunare una comunità di fratelli che fuori dalla chiesa neppure si salutano.
O la fede ‘detta’ è ‘vissuta’ o siamo ipocriti.
Attenti, però! Questo è un obiettivo, una tensione da realizzare. Ricercare in noi e nelle comunità una perfezione asettica, non è evangelico!
Il Signore chiede l’autenticità, apprezza di più il figlio che dice: “Non ce la faccio, non ne ho voglia” e poi si sforza, rispetto all’altro che dice “sì” e non si schioda.


Anch’io come il figlio della parabola dico: «Non ne ho voglia, Signore.
Essere discepolo, lavorare nella vigna che è la Chiesa è faticoso e ci sono momenti in cui senti che non ce la fai e non ha senso quello che fai.
Gridare il Vangelo con la vita è impegnativo.
Preferisco galleggiare, preferisco vivere come tutti.
Ma, a pensarci bene, forse ancora qualche giorno nella vigna lo posso passare…».
Che il Signore ci spinga all’autenticità, ci doni di non fermarci alle parole (preti in testa, scrivente in avanscoperta) ma, con semplicità e coraggio, ci conceda di gridare il Vangelo con la nostra vita.
Solo così potremo diventare figli di quel Dio che continuamente cerca l’uomo per svelargli il suo amore.

Paolo Curtaz

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