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Era proprio necessario?

Ripenso al miracolo che ha portato Giovanni Paolo II ad essere proclamato beato e mi chiedo se non sia più «miracoloso» il modo in cui lui visse la sua sofferenza

Si è detto e scritto tanto intorno alla beatificazione di Giovanni Paolo II e, in questo mare magnum di notizie, testimonianze, racconti biografici e motivazioni teologiche, c’è da chiedersi quale sia il nucleo essenziale della santità di quest'uomo e, soprattutto, quanto l’aspetto miracolistico ne costituisca il fondamento.

Vado a cercare la risposta nelle parole pronunciata da Benedetto XVI proprio durante l' omelia della Messa di beatificazione: "Il suo messaggio è stato questo: l’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo".

E poi, forse l’elemento emotivamente più forte e popolare, soprattutto negli ultimi anni del pontificato, "la sua testimonianza nella sofferenza".

Proprio quell’ abbracciare la croce del limite fisico è alla base della sua vicinanza affettiva con tanta gente che lo ha visto vivere la malattia con dignità e caparbietà, con tenerezza e rabbia. Quanto mi colpisce, oggi più di allora, il pugno battuto sul leggìo durante l'Angelus per la frustrazione di non riuscire a parlare...

Alla luce di questo, dunque, la guarigione dal Parkinson di Suor Marie Simon-Pierre era proprio necessaria per suggellare la santità di Giovanni Paolo II? E quale è, più in generale, il senso del miracolo come condizione indispensabile nel percorso di canonizzazione?

La testimonianza della suora in fondo non descrive altro che lo sgomento, la paura, la debolezza di una qualsiasi persona che, colpita dalla malattia, vede la sua vita prendere un corso di sofferenza e menomazione: è la malattia, è il calice che ciascuno di noi vorrebbe vedere allontanato dalla propria bocca.

Non discuto la veridicità di ciò che è stato raccontato e, credo, comprovato con indagini approfondite. Mi chiedo, però, cosa può aggiungere questo aspetto miracolistico alla santità dell’uomo. E poi, una fede matura può nutrirsi dell'incantesimo?

Trascinarsi giorno dopo giorno sotto il peso di una croce che a volte sembra insostenibile e che solo il profondo e intimo rapporto con Cristo può contribuire a sopportare fino a chiedergli la forza di rimanere lì, pur non comprendendone il senso, piuttosto che essere esonerato dalla prova, questo sì, un grande miracolo.

E poi, lo dice anche Jovanotti nel testo di una sua canzone, la cura è spesso nascosta dentro la malattia. A me questa sembra una grande verità.

Stefania Falsini

© www.vinonuovo.it, 30 maggio 2011

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