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Etnia religione e cultura in pericolo

L'intervento di S.E. Mons. Yousif Thomas Mirkis, Arcivescovo caldeo di Kirkuk e Sulaimanya al summit di Bari "Cristiani in Medio Oriente: quale futuro?", 30 aprile 2015

A nome di Sua Beatitudine Louis Rafael Sako patriarca dei Caldei in Iraq e nel mondo, vi saluto e vi ringrazio per il vostro invito.

Da un po' di tempo tutti parlano dei cristiani del Medio Oriente. Sono state pronunciate parole come "genocidio" o " crimine contro l 'umanità " e in seguito alla distruzione dei siti archeologici si è parlato di " crimine culturale contro l'umanità". É una epurazione etnica e culturale: si vuole sradicare dalla carta geografica un popolo e la sua cultura. Accettando questa nozione questo permetterebbe di di potere perseguire penalmente i distruttori. Daesh se la prende con le chiese, con i musei, con tutti coloro che non rientrano nella loro visione dell'Islam.

D'altra parte la questione del "genocidio" é stata già evocata riguardo ai cristiani e gli yazidi da Laurent Fabius, Ministro degli Esteri francese, durante la sua visita in Kurdistan nell'agosto del 2014. Poiché il genocidio non riguarda solo la razza, ma anche  la religione.

È chiaro che c'é in quella regione la volontà di far scomparire i cristiani, " la nazione della croce" . É quindi importante fare di tutto perché questi crimini finiscano e iniziare da ora un procedimento giudiziario internazionale contro di essi.  C'é urgenza. E se dopo sette mesi di bombardamenti aerei delle più potenti aviazioni del mondo non sono arretrati, bisognerà trovare altre opzioni.

Da quando esiste il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, é la prima volta che si occupa dei cristiani d'Oriente e il 27 marzo 2015 Mons. Louis Sako, il Patriarca dei Caldei, ha ricevuto il suo invito. É stata la prima volta. Bisogna pensare al futuro dei cristiani ( e delle altre minoranze) che sono sempre state oggetto di discriminazioni costituzionali, giuridiche e amministrative. Gli stati non si sono evoluti, non c'é uguaglianza fra cittadini. I cristiani devono uscire dallo statuto di minoranza protetta, per divenire interamente cittadini.  In questo senso esigere la scomparsa della menzione  della religione sulla carta di identità  sarebbe una necessità.

Quest'anno si commemora quasi ovunque il centenario del genocidio del 1915, degli armeni, degli assiri, dei caldei, dei siriaci, in breve del "genocidio dei cristiani d'Oriente". La nostra chiesa caldea ha perso 5 diocesi e ha avuto tre vescovi martiri, oltre a centinaia di preti, di religiose e di fedeli.

Oggi i crimini del Daesh riportano in primo piano queste popolazioni dimenticate, suscitando un flusso di compassione, ma sono negati dallo stato che li ha perpetrati - la Turchia- e di gran lunga ignorati dal resto del mondo.

Quanto a noi che viviamo in questa regione, noi siamo giorno e notte occupati a aiutare i 140 mila cristiani sfollati. Queste migrazioni forzate favoriscono l'instabilità in tutta la regione, ma questo non ci deve impedire di pensare in maniera più lungimirante è più profonda.

La situazione generale dei cristiani d'Oriente é che essi si trovano nel cuore di un grande conflitto, sono vittime dirette (o indirette) di una società in piena mutazione, sono colpiti direttamente (o indirettamente) ma sempre raccolgono sofferenze, instabilità e insicurezza. Questi cristiani (come tutte le minoranze) soffrono del l'indifferenza locale, regionale, e internazionale, sono sempre le minoranze e i deboli che pagano le follie dei grandi!

Il radicalismo, il pensiero rigorista condannano facilmente l'altro, e questo noi lo sentiamo dai media, e anche nelle prediche delle moschee. Si demonizza e si marginalizza l'altro, forse per meglio stringere le fila, ma é un fiasco, come fare perché finisca?

Le nostre società attraversano un periodo di grave tragedia (questa "primavera araba" non ha portato frutti...) dove l'identità è messa a dura prova, non è più l'appartenenza alla nazione ciò che importa ma il comunitarismo stretto,  il clan, il quartiere, o anche la famiglia. E in questo tempo il Paese intero corre il pericolo di essere perduto.

In questa discesa agli inferi le nostre chiese devono evitare la dispersione e il ripiegamento su loro stesse ed evitare le trappole, non cedere ai sogni e alle chimere, non avere paura di guardare la realtà in faccia ; l'emigrazione non è l'unica soluzione. Il  nostro ruolo è quello di resistere e di servire  il nostro paese là dove siamo sempre stati al massimo livello: l'istruzione e la sanità.

Le nostre società a causa dei danni dell'analfabetismo (vedi il rapporto delle Nazioni Unite del 2003), sprofondano in un caos inquietante, esse tornano indietro verso una religiosità distorta o dei nazionalismi rigidi e sono queste due le cause dei danni enormi che fanno divenire sempre più ciechi. Chi perde è la persona umana, la pace e la Patria.

Dobbiamo accettare di entrare nel concerto di tutte le nazioni di tutto il pianeta,  la democrazia è la soluzione perché  là dove non c'è libertà regnerà la morte e la  desolazione.    Per essere guariti dobbiamo cambiare la mentalità , convertirci all'uomo, il solo valore universale. Bisognerebbe anche riflettere su sul futuro delle popolazioni sunnite.

Oggi le nostre chiese sono obnubilate dai problemi materiali dell'aiuto ai 130.000 rifugiati e  sfollati cristiani: accogliendoli, aiutandoli, consolandoli, bisognerebbe pensare al domani, a dopodomani, al dopo Daesh, e porre seriamente la domanda: quale futuro per questi rifugiati traumatizzati? Quando potranno tornare a casa loro? Chi ci aiuterà a sminare e ricostruire i loro villaggi? E dopo domani, quale sarà il futuro dei cristiani in Iraq?

 

+ Yousif  Thomas Mirkis, o.p.

Arcivescovo caldeo di Kirkuk e Sulaimanya

Bari, 29 aprile 2015

© www.santegidio.org, 30 aprile 2015

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