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Fateli tacere

Nuovo triste epilogo di un fatto di cronaca e nuova galleria degli orrori sulla morbosità. Forse è ora di affrontare davvero questo volto non marginale dell'emergenza educativa.

Ancora storie pesanti, ancora caccia al mostro, ancora tanti servizi in cui morbosità, ricerca della giustizia e pietà si confondono pericolosamente tra loro. Tocca alla povera Yara, questa volta. E davvero vorrei che - almeno per una volta - ci dessimo un taglio con la retorica e almeno per i funerali rispettassimo il silenzio con cui i suoi genitori hanno vissuto tutta questa tragedia. Ma so già che non succederà.

Perché la morbosità è un volto molto serio dell'emergenza educativa, dobbiamo incominciare a dircelo. Questa attenzione sempre sopra le righe su tutti questi fatti di sangue non è innocua. Le scritte sul «mostro» a caratteri cubitali sul maxischermo, le indagini e le autopsie presentate come se fossero reality show, la finta compassione che in realtà affonda la lama del coltello, lasciano dietro di sé cadaveri veri. A me colpisce che a nessuno, su un altro fatto di cronaca di questi giorni, sia venuto nemmeno un dubbio. Penso all'altra morte di queste ore, quella del giovanissimo Daniel che si è lasciato morire di freddo per la vergogna dopo aver provocato un incidente stradale con la sua auto.

Nessuno di noi sa realmente che cosa sia passato per la testa di questo ragazzo. Però tutti ci siamo affrettati a dire che la sua è stata «una morte assurda». Ma la vera assurdità non potrebbe stare, invece, nella schizofrenia tra certi racconti così carichi di aggettivi sdegnati e l'indifferenza quotidiana rispetto a ciò che è bene e ciò che è male? Non proviamo più a educare i nostri ragazzi al senso vero della responsabilità: li illudiamo che si possa scorrere via sulla vita senza preoccuparsi più di tanto di ciò che ti resta addosso. Però poi a volte capita che il dramma loro lo incrocino davvero. E a quel punto l'unico metro di giudizio della realtà rischia di essere l'icona televisiva del «mostro». In una situazione del genere non può capitare che, in una notte in cui ti accorgi di aver provocato del male a qualcun altro, la tua stessa vita improvvisamente ti diventi insostenibile?

Certo, provocare uno schianto in automobile non è come uccidere una tredicenne. E nessuna trasmissione televisiva avrebbe mai fatto il plastico del tratto di strada percorso da Daniel. Ma perché non capiamo che l'accanimento sui dettagli più atroci è un rito macabro in cui il male - illudendoci di esorcizzarlo - in realtà diventa ancora più inaffrontabile? Lo sezioniamo nelle sue sfaccettature più torbide, lo circondiamo di parrole inutili e contemporaneamente diventiamo incapaci di riconoscerlo a noi vicino. Rifiutando l'idea che la vita di un uomo e di una donna, nella sua quotidiianità, sia necessariamente anche fare i conti con il mistero del male.

Mi piacerebbe che noi cristiani che crediamo in un Vangelo in cui si racconta che persino Gesù visse l'esperienza delle tentazioni, provassimo a ribellarci a tutto questo. E che - parafrasando una campagna più che condivisibile di qualche mese fa - ne lanciassimo una nuova intitolata: «Fateli tacere». Sì, caro Vespa, caro Sposini, caro Vinci, cara Sciarelli, caro Brachino, caro Giletti, caro Sottile: adesso basta con la morbosità spacciata per cronaca. Decidiamoci a staccare la spina di questa televisione che, non sapendo più che cos'è la pietà, alla fine ci rende tutti solo più indifesi.

Giorgio Bernardelli

© VinoNuovo.it, 4 marzo 2011

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