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Filtro televisivo: flop fra le famiglie

Sarà anche vero che piace alle famiglie italiane l’idea di avere un filtro elettronico che sui televisori di casa oscura i programmi non adatti ai ragazzi. Ma quando si tratta di attivare il dispositivo digitale – che, secondo il termine inglese più in voga fra gli addetti ai lavori, viene chiamato parental control –, tutto cambia.

Una cosa è apprezzarlo.

Altra cosa è accedere col telecomando al menu della tv, impostare il blocco e inserire un codice pin per evitare che si possa rimuovere lo «stop». Operazione complicata che, però, il legislatore considera – con eccessivo ottimismo – un argine sicuro, tanto da permettere alle emittenti di liberalizzare senza freni i loro palinsesti quando c’è un filtro che può abbuiare lo schermo.

Peccato che le intenzioni di Governo e Parlamento non siano supportate dai dati. Basta prendere in esame – a titolo di esempio – il caso Sky, il primo network televisivo a introdurre in Italia il parental control nei suoi ricevitori satellitari. Secondo il dossier sui consumatori curato dall’istituto I-Com e pubblicato nei giorni scorsi, l’emittente di Murdoch ha intervistato mille abbonati di cui trecento famiglie che hanno figli con meno di quattordici anni. Dalle rilevazioni è emerso che il 78% conosce il filtro elettronico, anche se il dato scende al 72% quando si tratta di genitori con ragazzi alle soglie dell’adolescenza. Ma, non appena Sky domanda chi effettivamente ricorra al blocco, le percentuali crollano a picco: soltanto il 14% dei suoi telespettatori lo attiva. E si arriva a uno scarno 9% nelle case dove vivono anche gli under 14.

Le cifre di Sky sono in linea con quelle delle altre grandi tv della Penisola – a cominciare da Mediaset – che con l’avvento del digitale terrestre hanno optato per il parental control dei decoder come via d’uscita per mettere a punto una programmazione anti-paletti. Lo indica anche la relazione 2012 dell’Agcom che al rapporto fra tv e minori dedica alcune pagine.

Di fatto, secondo i numeri a disposizione dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, le famiglie preferiscono affidarsi alla segnaletica tv che, con i colori rosso e giallo e con le scritte a piè di schermo, aiuta a capire se un programma è idoneo o meno ai ragazzi. Come accade nei maggiori Paesi d’Europa. Così – fa sapere l’Agcom – oltre il 56% dei genitori italiani dichiara di usare abitualmente i bollini televisivi come bussola per la visione delle trasmissioni. E il 70% considera le indicazioni date alle emittenti un valido strumento di orientamento.

Certo, occorre capire anche quello che ci sta dietro. Perché, come ha denunciato più volte il Comitato Media e Minori, sono le stesse reti ad auto-classificare i loro palinsesti con criteri talvolta poco chiari e con una libertà di manovra che può lasciare sbalorditi. È quanto risulta anche scorrendo le violazioni contestate dal Comitato nell’ultimo anno.

«Il parental control, come attuato in Italia, è un completo fallimento dal punto di vista della protezione dei minori», aveva spiegato ad Avvenire l’ex presidente della Corte Costituzionale, Riccardo Chieppa. Eppure sembra proprio che il filtro sia il solo scudo destinato a tutelare i più piccoli, dopo la riforma su tv e minori varata a giugno dal Governo con il via libera delle due Camere.

Una revisione normativa che rischia di cancellare il principale baluardo per i ragazzi davanti al televisore: il divieto di trasmettere programmi inadatti dalle 7 alle 23. Secondo le nuove regole – entrate in vigore a fine luglio –, se viene adottato un «qualsiasi altro accorgimento tecnico» che impedisce la visione ai minori di contenuti nocivi, le emittenti possono mandare in onda di tutto, senza vincoli di orari. E oggi gli schermi digitali e i decoder li hanno, seppur nella versione che va sotto il nome di parental control.

La svolta dei mesi scorsi ha innescato dure prese di posizione da parte delle associazioni degli utenti e delle famiglie, allarmate dalla prospettiva di imbattersi in ogni momento della giornata in programmi che possano compromettere la crescita di bambini e adolescenti. Un pericolo che, con l’alibi della tecnologia, è tutt’altro che remoto.

Giacomo Gambassi
 
© Avvenire, 15 ottobre 2012
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