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Fine vita. Paglia: non c'è spazio per l'eutanasia

«Con le terapie di fine vita accanto al malato, una risposta d’amore»

La scelta di prendersi cura del malato fino alla sua fine naturale è una giusta e doverosa modalità cristiana di «promuovere la globalizzazione della fraternità». L’accompagnamento di chi soffre è l’unica risposta d’amore, quindi pienamente umana, per allontanare da chi soffre le paure della solitudine e del dolore, quelle che alimentano poi il desiderio di morte. Ma per l’antropologia cristiana non c’è alcun spazio per l’eutanasia. Lo assicura il presidente della Pontificia accademia per la vita, l’arcivescovo Vincenzo Paglia che, al termine del grande convegno organizzato dalla sua istituzione, si tiene a far chiarezza su equivoci e confusioni.

Qual è l’autentica risposta della Chiesa a proposito della sofferenza e del malato terminale che emerge dal convegno sulle cure palliative?

La Chiesa, l’intera comunità dei credenti, è chiamata a stare accanto vicino all’uomo che soffre e che sta morendo con tutto l’amore e morente con tutte le professionalità disponibili e, più ancora, con tutta l’umanità che può esprimere, perché possa affrontare questo momento della vita confortato dall’affetto e dalla cura. La risposta autentica quindi è quella che nasce dall’amore. Ed è stato sorprendente vedere il consenso unanime di tutte le persone presenti al convegno – medici, ma anche economisti, cappellani, sociologi, filosofi, infermieri, volontari – in questa prospettiva. Davvero la Chiesa mostra di essere esperta in umanità. E, in questo modo, testimonia l’amore di Dio per i più deboli.

Proviamo a far chiarezza una volta per sempre. Qual è la differenza tra cure palliative, sedazione profonda, eutanasia, suicidio assistito?

Le cure palliative vogliono accompagnare la persona malata sino alla sua fine naturale, contrastando le due grandi paure che spesso sono più forti della morte, la paura della solitudine e e quella dolore. In questa prospettiva le cure palliative richiamano il compito della medicina che è quello di prendersi cura del ma-lato, anche quando non può più guarire. La sedazione profonda agisce sullo stato di coscienza. Essa viene utilizzata in presenza di un dolore refrattario ad altri trattamenti. È un intervento impegnativo sia per gli ammalati, sia per i familiari, sia per i curanti: con la sedazione viene annullata quella dimensione relazionale e comunicativa che è importantissima nell’accompagnamento delle cure (palliative). Pertanto queste procedure, ribadisce papa Francesco, «esigono sempre un attento discernimento e molta prudenza. Vanno considerate come estremo rimedio, dopo aver esaminato e chiarito con attenzione le indicazioni ». L’esperienza dice che abitualmente questo trattamento non accorcia la vita né intende abbreviarla. E qui sta la differenza con l’eutanasia, che invece intende procurare la morte, utilizzando mezzi adeguati a questo scopo. Il suicidio assistito infine consiste nel procurare al paziente gli strumenti conoscitivi e operativi perché lui stesso si tolga la vita.

Quali di queste pratiche rispetta davvero fino in fondo la dignità umana?

Evidentemente l’eutanasia o il suicidio assistito, poiché procurano la morte, sono contrari alla dignità umana. Mentre tutti quegli interventi che accompagnano e sostengono nel difficile percorso delle fasi conclusive della vita, alleviando la sofferenza e favorendo la comunicazione, contribuiscono a rispettare la dignità della persona. La sedazione rimane un trattamento da non escludersi, ma da utilizzare con grande prudenza, consapevoli della sua delicatezza.

Perché l’antropologia del 'prendersi cura' è radicalmente diversa rispetto alla logica dell’eutanasia?

Penso che la differenza fondamentale riguardi il modo di intendere le relazioni interpersonali. Nell’eutanasia ognuno si considera padrone assoluto della propria vita e ne può disporre come crede senza considerare anche il diritto degli altri alla sua compagnia, al suo affetto e al suo amore. Vuol dire tenersi legati sempre. In effetti esiste un diritto-dovere di prenderci cura gli uni degli altri, sempre. L’esperienza mostra che quando c’è un rapporto di amore e quando si sconfiggono la paura, la solitudine e il dolore, praticamente le richieste di eutanasia scompaiono. Le cure palliative aiutano questo processo.

È sbagliato considerare l’accompagnamento al malato, in tutte le sue forme, come uno dei tanti aspetti della misericordia?

Tutt’altro che sbagliato. L’Apostolo ci richiama il debito d’amore che abbiamo gli uni per altri, In questo senso l’accompagnamento è un contenuto della misericordia, tenersi per mano l’uno altro nella buona e nella cattiva sorte. Nell’antropologia sottesa all’eutanasia si considera invece l’individuo come soggetto isolato, che dispone della propria vita senza cogliere la responsabilità che essa comporta verso gli altri, come se la vita fosse una proprietà solo dell’individuo. Al contrario, alla base del 'prendersi cura', c’è l’idea che la persona è costituita dalle relazioni, a partire dalla nascita. È dalla relazione fra due persone, che diventano madre e padre, che nasce il figlio.

In che modo la Chiesa sta combattendo la deriva dell’egoismo individualista, deriva che è culturale, prima che sociale e scientifica?

In un ambiente che definirei addirittura iperindividualista la Chiesa – papa Francesco ce ne sta dando un esempio – è chiamata a promuovere una cultura dell’accompagnamento, che si radica sulla radicale fraternità umana. Di fronte alla sola globalizzazione del mercato bisogna promuovere una globalizzazione della fraternità. L’inizio della Bibbia ce lo ricorda, con la domanda di Dio a Caino: 'dov’è tuo fratello?'. E sottolineiamo che Abel in ebraico vuol dire soffio, debolezza. La fraternità si ritesse partendo dal più debole.

Luciano Moia

© Avvenire, venerdì 2 marzo 2018

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