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Francia. La Ue premia le schiave yazide: non lasciate che accada ancora

Lamiya Aji Bashar e Nadia Murad, ex schiave dei jihadisti, hanno ricevuto il premio Sacharov. «Portate il Daesh davanti alla Corte penale internazionale»

Vi chiedo di farci una promessa: che non permetterete mai più che qualcosa di simile accada. Yazidi e cristiani hanno bisogno di protezione internazionale». Al centro dell’emiciclo blu dell’Europarlamento di Strasburgo, avvolta in una tunica bianca tradizionale, l’attivista yazidi Lamia Aji Bashar, 18 anni, ha trattenuto ieri a stento l’emozione, al momento di lanciare questa richiesta ai parlamentari riuniti in plenaria per la consegna solenne del Premio Sacharov per la libertà di pensiero. Il suo intervento e quello dell’altra premiata – Nadia Murad, 23 anni e stessa battaglia, a sua volta reduce dall’orrore della schiavizzazione sessuale di massa del Daesh – , sono stati come volevano essere: pieni di dignità, nonostante gli eventi spaventosi raccontati.

Perché, come hanno ripetuto più volte entrambe, la testimonianza giunta a Strasburgo è quella di un intero popolo scacciato e sterminato. Anzi, quella di tutte le minoranze finite sotto il rullo compressore del Daesh, come pure le comunità cristiane citate più volte dalle attiviste. In piedi, gli eurodeputati hanno lungamente applaudito. Ricordando che il Daesh tiene ancora in stato di schiavitù sessuale «più di 3500 ragazze e donne yazidi », dopo aver ucciso quelle non giovani assieme agli uomini d’interi villaggi, Nadia ha affermato: «Dobbiamo tradurre i responsabili davanti alla Corte penale internazionale perché il nome del Daesh possa scomparire. Gli effetti del Daesh proseguiranno fin quando la giustizia non si sarà pronunciata».

Portavoci di un popolo che non vuole scomparire, le attiviste hanno invocato l’intervento dell’Europa e della comunità internazionale. Lamia ha detto: «Grazie per il Premio, ma ora bisogna andare molto più in là. Per vivere nelle nostre terre, occorre una zona di sicurezza sotto protezione internazionale. Occorre garantire il diritto di ritornare. È da due anni che conosciamo quest’orrore». Un’ipotesi alternativa è stata evocata da Nadia: «Invito voi europei ad accogliere 500mila yazidi, se il mondo non riesce a proteggerci sulle nostre terre».

Un ringraziamento è andato alla Germania, primo Paese Ue ad ospitare un migliaio di donne, comprese le stesse attiviste. Lamia, che vede ormai solo da un occhio a causa di una mina esplosa mentre fuggiva, ha denunciato l’immobilismo attorno alla catastrofe umanitaria: «Non siate muti e inattivi, altrimenti quello che abbiamo conosciuto, altre comunità lo conosceranno. Vi chiedo di agire e di agire presto». Le ragazze finora scappate «l’hanno fatto con i propri mezzi» e senza aiuti esterni. Proprio come le due militanti, entrambe originarie di Kocho, villaggio che il 3 agosto 2014 è stato agguantato dalla furia jihadista: gli uomini e le donne in età massacrati, le giovani donne ridotte in schiavitù sessuale.

Nadia ha raccontato di aver perso 6 dei suoi fratelli, il padre e la madre. Venduta 4 volte, è stata costretta a fabbricare corpetti esplosivi, prima di riuscire a scappare nel novembre 2014: «Abbiamo il diritto di vivere, di sopravvivere », ha detto, assicurando che «gli yazidi sono vittime di un genocidio». Un termine, quest’ultimo, ripreso in giornata da molte personalità politiche. In Italia, anche dal presidente del Senato, Pietro Grasso. L’amarezza espressa da Lamia riguarda pure la convivenza civile infranta: «Da secoli, vivevamo fianco a fianco con arabi e musulmani. Quando è arrivato il Daesh, sono stati proprio i nostri vicini ad attaccarci per primi». Al contempo, le due testimoni hanno espresso e il desiderio di non vendicarsi. Ma «il mondo deve sapere», anche per avere un’altra «percezione dei rifugiati», a cominciare dall’Europa.

Daniele Zappalà

© Avvenire, mercoledì 14 dicembre 2016
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