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I difficili rimedi ai veri «falsi» nel web

Il dibattito in Italia e le pessime risposte francesi

Il dibattito in Italia e le pessime risposte francesi Sta suscitando notevole interesse, ma anche vivaci polemiche, la proposta di Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, di porre legislativamente un freno alla propalazione, sul web, di notizie false, affidando a un’istituzione indipendente compiti di accertamento e di rimozione che si sovrappongano e in qualche modo sostituiscano quelli dei gestori privati. Né il problema è stato ignorato dal presidente Mattarella nel suo messaggio di Capodanno. Il tema, in effetti, è delicato. Da un lato, è realistico e giustificato il timore per la produzione di conseguenze, talora gravi, di vere e proprie 'bufale', la cui pericolosità può essere fortemente esaltata dalla velocità diffusiva tipica dei canali digitali. D’altro canto, però, non è meno comprensibile la preoccupazione per il rischio che interventi repressivi squilibrati si traducano in supporti a tutela di inammissibili 'verità ufficiali' e a scapito di interpretazioni e valutazioni dissenzienti: in una prospettiva, dunque, lesiva del fondamentale diritto d’informare e di essere correttamente informati, nel quadro della fondamentale libertà di espressione, costituzionalmente garantita (art. 21). Non deve ingannare, d’altronde, una certa assonanza – che pur non può negarsi – con il dibattito in corso in Francia su un progetto di legge, più specifico, e da tempo oggetto, a sua volta, di fortissimi contrasti.

Nella versione approvata dall’Assemblée nationale vi è prevista l’inflizione di pene severe (reclusione fino a due anni e multa fino a 30mila euro) a chi eserciti pressioni morali o psicologiche, «con qualsiasi mezzo, compresa la diffusione o la trasmissione per via elettronica od on line », fornendo «allegazioni o indicazioni di natura tale da indurre intenzionalmente in errore, a fine dissuasivo, sulle caratteristiche o le conseguenze mediche di una interruzione volontaria di gravidanza». Il testo è poi stato modificato dal Senato (e sarà dunque sottoposto a una Commissione mista paritaria tra le due Camere, prima del voto finale dei deputati): in questa versione non si parla più di induzione in errore né si menzionano specificamente le risorse tecnologiche, ma è fuori discussione che siano rimaste ricomprese tutte le comunicazioni via web. Inevitabile che la proposta fosse contrastata – anche a prescindere dai diversi orientamenti sulla disciplina legislativa delle interruzioni di gravidanza – in nome di una delle libertà fondamentali dello Stato democratico: quella di espressione. Lo ha fatto il presidente della Conferenza episcopale di Francia, monsignor Pontier, in una lettera al presidente Hollande; ma, fra i tanti, persino l’autorevole 'Le Monde', di ispirazione sicuramente 'laica', ha sollevato al riguardo un problema di costituzionalità.

E analoghe preoccupazioni sono emerse nei commenti dei più attenti opinionisti italiani (non molti, a dire il vero, si sono accorti della cosa). Basti constatare la larga sintonia tra quanto ha scritto Carlo Cardia su 'Avvenire' dell’8 dicembre 2016 e ciò che si legge in un articolo di Vladimiro Zagrebelsky su 'La Stampa' del successivo 11 dicembre. Intervenendo nell’ambito specifico della legislazione sull’interruzione di gravidanza, la legge francese in fieri tocca infatti un settore nel quale – non meno che in altri, essi pure attinenti ai rapporti tra la medicina e l’etica – è molto frequente che si facciano assurgere a definitive 'verità' delle prese di posizione controvertibili. Inoltre, in quel progetto sono represse soltanto le presunte 'menzogne' in senso antiabortista, non quelle di segno contrario. Difficile, allora, non cogliere, nell’insieme, una precisa caratterizzazione ideologica, con un ben evidente messaggio discriminatorio, lanciato a operatori ed eventuali giudici. Nell’approfondimento della proposta oggi in discussione in Italia, dalla quale si è partiti per queste brevi considerazioni 'a caldo' e che, pur nella sua genericità, appare rivolta a tutt’altri settori d’interesse e di disciplina, può invece ritagliarsi – come parrebbe da certe precisazioni del suo stesso autore – una linea ben più equilibrata, così da limitare rigorosamente, alle palesi falsità in 'dati' e 'fatti' incontrovertibili, eventuali provvedimenti di rimozione di questo o quel 'messaggio' dalla rete. Pure in questo caso, peraltro, non sarà mai troppa l’attenzione, per non esporsi al rischio della creazione – e sia pur, qui, con tutte le migliori intenzioni del mondo – di uno strumento liberticida.

Mario Chiavario

© Avvenire, mercoledì 4 gennaio 2017

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